Il terrorismo in Burkina Faso

Pubblicato il 22 gennaio 2019 alle 8:59 in Burkina Faso Il commento

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Il Burkina Faso è uno dei Paesi del Sahel dove il terrorismo di matrice jihadista sta investendo maggiormente. L’evento più significativo si è verificato nel marzo 2017, quando ben tre formazioni, al-Murabitoun, Ansar al-Dine e il Macina Liberation Front, che opera in Mali, si sono unificate in un’unica organizzazione denominata Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, meglio nota con l’acronimo JNIM. Tale “organizzazione di organizzazioni” opera in Burkina Faso insieme con altri gruppi, come Ansarul Islam e ISIS in the Greater Sahara. Il capo di JNIM è Iyad Ghaly, un maliano di etnia tuareg che ha prestato giuramento di fedeltà ad al Qaeda e ai talebani afgani. Nell’anno della grande fusione, gli attacchi jihadisti in Burkina Faso sono stati più di 50 e si sono concentrati nel nord del Paese, al confine con il Mali. La voce “attacchi jihadisti” include: rapimenti, attacchi con esplosivo, uccisioni mirate e assalti contro stazioni della polizia e posti di blocco. Il reclutamento jihadista in Burkina Faso avviene soprattutto tra gli strati più poveri e marginalizzati della popolazione Fulani, un’etnia nomade dell’Africa occidentale dedita alla pastorizia e al commercio. Le forze di sicurezza del Burkina Faso hanno reagito in modo molto duro e talvolta indiscriminato favorendo il lavoro di reclutamento dei jihadisti. Negli studi sul terrorismo, si chiama “strategia della provocazione”: i terroristi provocano i governi per indurli a usare la mano dura affinché le loro retate siano le più ampie possibili. Nella rete cadono inevitabilmente anche molti innocenti, i quali si radicalizzano per vendetta, diventando nemici del governo e amici dei terroristi. Gli Stati Uniti, nonostante siano alleati del governo del Burkina Faso nella lotta al terrorismo, hanno denunciato il ricorso alla tortura da parte delle forze di sicurezza, ma anche l’incendio di beni privati, la detenzione arbitraria e le “uccisioni extragiudiziali” ovvero gli omicidi commessi dalla polizia. Il tutto nei documenti ufficiali della Casa Bianca, tra cui il Country Reports on Human Rights Practices e il Report on International Religious Freedom, prodotto dal Dipartimento di Stato. Il governo del Burkina Faso ha reagito in tre mosse. Ha avviato un’indagine sull’operato dei propri agenti; ha accresciuto gli investimenti per le squadre dell’anti-terrorismo e ha aderito alla coalizione internazionale G-5 composta da Chad, Mali, Mauritania e Niger. Anche la Francia, che guida l’operazione Barkhane, ha tra gli obiettivi principali la distruzione di JNIM, il che aiuta a comprendere la pericolosità di questa organizzazione, confermata da un altro dato: nel 2017, gli Stati Uniti si sono impegnati a investire 30 milioni per equipaggiare le squadre anti-terrorismo del Burkina Faso e altri 30 milioni per sostenere la coalizione G-5, per un totale di 60 milioni di dollari. L’attivismo jihadista in Burkina Faso, nonostante l’azione di contrasto, continua a essere rigoglioso. Nel settembre 2018, al Qaeda ha annunciato la nascita di una sua nuova branca in quel Paese. Sembra che una formazione facente parte del JNIN abbia deciso di fuoriuscire per assumere una nuova sigla. Questo fenomeno delle scissioni in seno alla galassia jihadista in Africa occidentale aiuta a comprendere anche la crescita del fenomeno dei rapimenti. Il problema di tutte le organizzazioni terroristiche nello stadio inziale è infatti sempre lo stesso: procurarsi i soldi per sopravvivere. La conseguenza è un’impennata di tutte le attività illecite da cui è possibile ricavare o estorcere denaro. In un simile contesto, i rapimenti dei cittadini occidentali diventano particolarmente ambiti per tre ragioni principali. La prima ragione è che consentono di accumulare denaro; la seconda è che favoriscono la propaganda interna anti-occidentale; la terza è che richiamano l’attenzione dei media. 

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di Alessandro Orsini

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