Scontri a Tripoli: firmata una tregua tra le milizie rivali

Pubblicato il 22 gennaio 2019 alle 10:36 in Africa Libia

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Le milizie rivali coinvolte nei nuovi scontri a Tripoli, scoppiati nel corso dei giorni passati, hanno concordato un cessate il fuoco, lunedì 22 gennaio, volto a sedare la situazione.

I protagonisti delle offensive, ancora una volta, sono stati la Settima Brigata, conosciuta anche con il nome di Kaniyat, e una serie di fazioni unite sotto la coalizione della Forze di Protezione di Tripoli. I disordini hanno causato la morte di 16 persone ed il ferimento di altre 65, secondo le stime del Ministero della Salute di Tripoli.

La nuova tregua è stata firmata nella capitale da ufficiali di entrambe le parti, nell’hotel di Bab al-Bahr. L’accordo ha altresì previsto uno scambio di prigionieri e di corpi dei combattenti morti. L’inviato dell’Onu in Libia, Ghassam Salame, ha riunito i leader tribali a Bani Walid per ringraziarli dello sforzo ed ha affermato di sperare che l’iniziativa abbia successo.

Tripoli e le aree circostanti erano state teatro di violenti scontri dalla fine di agosto alla fine di settembre, nell’ambito dei quali sono morte 115 persone e ne sono rimaste ferite in 560. L’accordo di cessate il fuoco, raggiunto il 25 settembre con la partecipazione delle Forze di Protezione, la coalizione di 9 milizie che ha difeso il governo di Tripoli dagli attacchi della Settima Brigata, è il secondo concordato dall’inizio di quel mese. Il 4 settembre, sotto la guida dell’Onu, le milizie rivali avevano deciso di interrompere i combattimenti per porre fine alle violenze. Tuttavia, poco più di 10 giorni dopo il cessate il fuoco è stato violato con la ripresa degli scontri.

Da allora, le autorità di Tripoli, con l’appoggio dell’Onu, si sono impegnate ad elaborare un nuovo piano di sicurezza per far sì che la capitale e le aree vicine non divenissero nuovamente teatro di violenze. Alla fine degli scontri di settembre, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) descrisse la situazione “disperata”, in quanto i disordini hanno avuto un effetto negativo sull’economica libica, già precaria, e avevano distrutto le infrastrutture.

Ancora oggi, il potere politico libico è diviso in due governi. Il primo ha sede a Tripoli ed è sostenuto dall’Onu e dall’Italia. Il suo premier è Fayez Serraj. Il secondo governo, invece, ha sede a Tobruk ed è appoggiato da Russia, Egitto, Francia ed Emirati Arabi Uniti. Il suo uomo forte è il generale libico Khalifa Haftar, capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

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Sofia Cecinini

di Redazione

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