L’influenza della Cina in Africa: il caso del Burkina Faso

Pubblicato il 20 gennaio 2019 alle 10:48 in Burkina Faso Cina

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L’impegno e la presenza della Cina in Africa continuano ad aumentare e sotto l’egida dei rapporti diplomatici Pechino aumenta la sua pressione sulle altre potenze coinvolte nel continente e porta avanti i suoi obiettivi politici nazionali tutelando la sicurezza della regione. Il caso del Burkina Faso sembra spiegare pienamente l’approccio di Pechino e la crescita della sua influenza sugli alleati africani.

Il ministro degli esteri della Cina, Wang Yi, ha svolto una visita ufficiale in Burkina Faso il 4 gennaio e ha manifestato la volontà di Pechino di investire 44 milioni di dollari a sostegno del meccanismo regionale G5 Sahel – un framework istituzionale per il coordinamento della cooperazione regionale in merito di politiche di sviluppo, di sicurezza e di lotta al jihadismo nell’Africa Occidentale, creato nel 2014 con sede in Mauritania.

Il Burkina Faso ha istituito rapporti diplomatici con la Cina il 26 maggio 2018, dopo aver interrotto quelli storici con l’isola di Taiwan, sulla base del principio “una sola Cina”, secondo il quale esiste un solo governo cinese legittimo, quello di Pechino, e impedisce a qualsiasi Paese del mondo di avere relazioni bilaterali contemporaneamente con la Cina continentale e l’isola di Taiwan. Se per la Cina avere il Burkina Faso tra i Paesi amici è un altro passo nel suo piano di ampio di respiro di isolare Taiwan sullo scacchiere internazionale – oltre allo Stato africano anche una serie di altri Paesi dell’America Centrale e Latina hanno messo fine ai rapporti bilaterali con Taipei a favore di quelli con Pechino in vista della possibilità di ottenere ingenti finanziamenti e supporto economico dal gigante asiatico – quali sono le ragioni che hanno spinto lo Stato africano a una tale mossa?

Vi sono due ordini di fattori che hanno influenzato la scelta del Paese. Il primo è dovuto agli interessi economici e di sviluppo del Burkina Faso, che sembrano essere stati alla base delle dinamiche “yo-yo” che hanno caratterizzato, storicamente, i rapporti con la Cina e con Taiwan. Il secondo riguarda invece le dinamiche regionali per cui il Burkina Faso si trova, sempre di più, ad affrontare problematiche in ambito di sicurezza e minacce terroristiche sia all’interno dei confini nazionali che nelle zone limitrofe e che lo hanno portato a necessitare di un cambiamento di alleanze.

Gli interessi economici e di sviluppo

La rottura dei rapporti con Taiwan è giunta nel 2015, un anno dopo la deposizione dell’ex presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré, da parte di una insurrezione popolare e la ripresa di quelli con Pechino formalizzata nel 2018 con l’apertura dell’Ambasciata Cinese a Ouagadougou.

La realtà è che i rapporti tra il Burkina Faso, la Cina e Taiwan hanno visto, nelle ultime decadi, un andamento altalenante. All’inizio degli anni sessanta, subito dopo aver ottenuto l’indipendenza, il Burkina Faso (allora Upper Volta) stabilì le relazioni diplomatiche con Taiwan, in quanto l’allora presidente del Paese non apprezzava l’ideologia comunista di Pechino. Nei primi anni settanta, quando il Burkina Faso venne colpito da una forte carestia e da una epidemia di morbillo, l’allora primo ministro cinese, Zhou Enlai – uno dei più grandi strateghi e diplomatici che Pechino abbia conosciuto – fu uno dei primi ad offrire assistenza medico-sanitaria al Paese e questo portò, dopo non molto, al riconoscimento del governo popolare cinese di Pechino a discapito di Taiwan. Tra il 1973 e il 1994, la Cina mantenne i rapporti con il Burkina Faso fornendo al Paese ingenti pacchetti di aiuti, soprattutto in ambito agricolo e medico. Nel 1994, nonostante i rapporti con Pechino fossero buoni, il presidente del Burkina Faso decise di rompere le relazioni con la Cina e di ristabilirle con Taiwan, in un momento in cui il Paese doveva affrontare una crisi di svalutazione valutaria e l’imposizione di programmi di aggiustamento strutturali voluti dal Fondo Monetario Internazionale. Sembra che Taiwan abbia sostenuto questo cambio di rotta diplomatica con un incentivo di 50-60 milioni di dollari.  

È evidente da questo breve excursus storico che Paesi come il Burkina Faso sono riusciti a sfruttare la guerra delle alleanze tra Cina e Taiwan a favore dei propri interessi nazionali e hanno spesso cambiato alleato per rispondere a specifiche crisi o necessità interne.

La decisione di tagliare di nuovo i rapporti con Taiwan e riprendere quelli con Pechino nel Maggio 2018 è stata accolta con stupore dagli analisti, in quanto il governo del Burkina Faso aveva rifiutato un incentivo di Pechino da 50 miliardi per farlo solo alla fine del 2016 e ribadito l’importanza della partnership con Taipei. Ciò che ha fatto cambiare le cose, ancora una volta, è stato l’interesse nazionale del Burkina Faso. Nonostante il Paese avesse ottenuto 47 milioni di sussidi da Taipei per settori come istruzione, agricoltura e difesa, chiese ulteriori 23 milioni di fondi per 5 nuovi progetti, ma la richiesta venne rifiutata dalla presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen. Al contempo, la Cina propose al Paese di aiutarlo e di costruire un nuovo ospitale nella seconda città del Burkina Faso per un valore di 136 mila dollari e di farsi carico di tutti i progetti basati sugli aiuti taiwanesi. Un’offerta che lo Stato africano non poteva rifiutare e che ha portato al nuovo cambio di rotta diplomatico.

Le minacce per la sicurezza

Se gli aiuti finanziari hanno avuto un ruolo importante nelle scelte diplomatiche del Burkina Faso, altrettanto hanno fatto le sempre maggiori minacce alla sicurezza del Paese e la necessità di aumentare la cooperazione regionale. La regione del Sahel ha visto, negli ultimi anni, una costante crescita della presenza di gruppi armati e indipendentisti, dai Tuareg e dai gruppi islamisti nel Mali settentrionale alle insurrezioni di Boko Haram nella regione del lago del Chad. Se inizialmente il Burkina Faso è stato risparmiato, dopo la caduta del regime di Compaoré, è diventato obiettivo di attacchi da parte di molti gruppi terroristici basati in Mali, Niger e ora anche nel nord del Burkina Faso stesso. Per questa ragione il Burkina Faso, il Chad, il Mali, la Mauritania e il Niger hanno deciso di creare il meccanismo di cooperazione noto come G5 Sahel Joint Force che prevede lo stanziamento di 5000 soldati da parte dei 5 Paesi proprio per contrastare le attività dei gruppi armati della regione.

Nonostante il G5 Sahel è riconosciuto dall’Unione Africana e dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu ed è sponsorizzato dalla Francia, tuttavia manca dei fondi, dell’addestramento tattico e del sostegno in termini di politiche interne dei 5 Paesi per poter essere efficiente. Gli Stati Uniti, nel loro tentativo di ridurre i propri contributi alle Nazioni Unite, non hanno autorizzato lo stanziamento di fondi Onu per il progetto di cooperazione. La Cina ha scelto una via diversa, dichiarando di essere disposta a finanziare il G5 Sahel, ma sollevando i rapporti diplomatici del Burkina Faso con Taiwan come un ostacolo. La proposta di Pechino è stata, dunque, di non finanziare direttamente il meccanismo di collaborazione, ma di fornire sostegno solo ai 4 Paesi con cui aveva rapporti diplomatici nel febbraio 2018, all’inizio dei negoziati.

Il legame del Burkina Faso con Taiwan era diventato l’impedimento per ottenere il sostegno finanziario cinese non solo per le questioni di sicurezza interne al Paese, ma anche per il G5 Sahel e la cooperazione regionale in Africa Occidentale.

L’esempio del Burkina Faso e della diplomazia yo-yo tra la Cina e Taiwan mostra come alla base dei cambiamenti di rotta e di alleanza di un Paese possano esserci non solo interessi economici diretti, ma anche pressioni e necessità di respiro regionale. Inoltre, il caso del Burkina Faso mostra chiaramente come la Cina continui a promuovere dei rapporti di partnership ai Paesi africani non vincolati da richieste in merito alla tutela dei diritti umani e sia interessata a tutelare la sicurezza della regione e a consolidare la sua posizione in Africa, alle spese dei Paesi occidentali, Stati Uniti in primis, secondo l’analisi di The Diplomat.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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