Trump, il muro e lo shutdown più lungo della storia

Pubblicato il 15 gennaio 2019 alle 18:17 in Il commento USA e Canada

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Trump non può rinunciare alla costruzione del muro al confine con il Messico. Ha provato a richiedere i soldi al Congresso, ma il partito democratico non approverà mai il bilancio federale, fino a quando il muro sarà una delle voci di spesa. È stupefacente che Trump abbia pensato di poter chiudere un accordo. Per i deputati democratici, approvare il bilancio, inclusivo delle spese per il muro, significherebbe lavorare per realizzare il programma elettorale di Trump in vista delle prossime elezioni presidenziali. Peggio: significherebbe costruire il suo progetto più dirompente e divisivo. Il muro è il simbolo dei simboli, tant’è vero che i democratici lo hanno contrapposto alla statua della libertà. Ecco perché i democratici di Obama hanno speso miliardi di dollari per alimentare la guerra civile in Siria, spaventosa ecatombe, ma non intendono spendere un solo centesimo per finanziare il muro, incruenta barriera divisoria. Siccome il muro è un simbolo, è più importante della Siria, che non lo è. Come accade in condizioni normali, tutti i popoli, compresi gli americani, quando entrano in cabina elettorale, attribuiscono più importanza alla politica interna che a quella estera. Per gli americani, come per tutti gli uomini, ciò che accade davanti alla porta di casa è più importante di quanto accade in un Paese straniero, peraltro lontano dai confini nazionali. I sociologi la chiamano “realtà della vita quotidiana” che, tra le varie sfere della realtà, è quella dominante perché è la realtà dei rapporti “faccia a faccia”. È la realtà dell’incontro diretto; la realtà che poggia sul viso; la realtà che, quando divampa un incendio, brucia la pelle del corpo. Ne consegue che, ai fini delle prossime elezioni per la conquista della Casa Bianca, la questione del muro è più importante della Corea del Nord, della Siria, dell’Ucraina dell’est e dell’Afghanistan. È agevole dimostrarlo. Trump è arretrato davanti al dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-un, il quale, dopo avere ultimato il programma nucleare, è stato trasformato in un leader mondiale dallo stesso Trump, che ha accettato di incontralo a Singapore, il 12 giugno 2018; Trump è inoltre arretrato davanti a Bassar al Assad, il dittatore della Siria, Paese da cui ha annunciato il ritiro dei soldati senza riguardo per i curdi, i suoi più stretti alleati, che si sono massacrati nella lotta sul campo contro l’Isis mentre gli americani volteggiavano con gli aerei; è arretrato anche al cospetto di Putin, in Ucraina dell’est, e sta cedendo in Afghanistan, dove dimezzerà il numero delle truppe, con l’intenzione di ritirarle poi tutte, mentre si dispera per ottenere un accordo di pace con i talebani che, invece, li rifiutano.

Ci sarebbe un’altra ragione per cui, oggi più di ieri, la politica interna sovrasta la politica estera anche negli Stati Uniti, il Paese che investe di più per il dominio nelle relazioni internazionali.  A partire dalla guerra di Corea del 1950-1953, i governi americani hanno fatto sempre meno ricorso alla tassazione diretta per finanziare le guerre, una prassi che faceva infuriare molti cittadini. La Casa Bianca oggi finanzia le guerre soprattutto con il debito pubblico. Il meccanismo è noto: lo Stato si rivolge ai cittadini e chiede loro di prestare soldi in cambio di un interesse. È una delle ragioni per cui gli americani non scendono in piazza per chiedere la fine della guerra in Afghanistan, la più lunga della loro storia: non avvertono alcun peso diretto. È stato spiegato molto bene da Sarah Kreps, professoressa alla Cornell, tra le Università più prestigiose degli Stati Uniti e quindi del mondo, nel suo ottimo libro “Taxing wars” (Oxford University Press 2018). Il risultato è che Trump può fare un passo indietro in Corea del Nord, Siria, Ucraina dell’est e Afghanistan, ma non in patria. Non può arretrare di un passo sul muro. Ecco perché impressiona, ma non sorprende, che voglia costruire il suo “Colosseo” facendo ricorso ai poteri speciali conferiti ai presidenti contro le emergenze nazionali. Se riuscisse in una simile impresa, bisognerebbe riconoscere il suo genio strategico. Costruire il muro, che è un’immagine di forza, ricorrendo alla forza, sarebbe il più grande successo di un uomo di successo. La storia politica delle democrazie liberali conosce poche vittorie così complete.

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Articolo apparso sul Messaggero domenica 12 gennaio 2019. Per gentile concessione.

di Alessandro Orsini

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