Turchia: USA partner ‘altamente inaffidabile’ per Ankara

Pubblicato il 14 gennaio 2019 alle 14:57 in Turchia USA e Canada

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Gli Stati Uniti sono stati un ‘partner altamente inaffidabile’ per Ankara, visto il risultato delle incoerenze nella politica americana in Siria e l’approccio di Washington verso la Turchia e verso i gruppi ‘terroristici’ delle People’s Protection Units (YPG) curde, ha affermato un alto funzionario turco.

Nella giornata di lunedi 14 gennaio, Yasin Aktay, consigliere del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, all’interno del suo partito, l’AK Party, ha rilasciato un’intervista per Al-Jazeera, commentando i rapporti tesi di Ankara con Washington in questi termini: “I problemi e le incomprensioni tra gli Stati Uniti e la Turchia sono il risultato della confusione e dell’incongruenza tra gli attori ai differenti livelli dell’amministrazione americana e delle istituzioni statunitensi”. Secondo Aktay, l’amministrazione USA è stata incoerente riguardo il processo inerente al ritiro delle truppe dalla Siria  sin dall’annuncio del presidente Trump, avvenuto ufficialmente il 19 dicembre, come pure riguardo l’approccio riservato ai ‘gruppi terroristici’, come li definisce Ankara, delle milizie curde sul territorio siriano.

“Trump è bloccato tra l’opinione pubblica americana, che mette enormemente in discussione la presenza degli USA in Siria e piu’ in generale nel Medio Oriente, e i politici del suo partito e gli alleati come Israele e l’Arabia Saudita, che sono schierati contro il ritiro”, ha spiegato il consigliere turco, aggiungendo che il capo di Stato americano ha cambiato idea riguardo alla strategia in Siria piu’ volte nel giro di poche settimane. “Washington lotta contro un gruppo terroristico, l’Isis, mentre allo stesso tempo ne sostiene un altro, le YPG.  Incoerenze di questo tipo nelle politiche americane danneggiano la reputazione nazionale come potenza globale”, ha concluso Aktay.

“Abbiamo detto ripetutamente di non essere spaventati, e che non saremo intimiditi da nessuna minaccia. Le minqcce economiche contro la Turchia non porteranno da nessuna parte”, ha ribadito davanti ai giornalisti il ministro degli Esteri del Paese, Mevlut Cavusoglu.

Proprio Cavusoglu, giovedi 10 gennaio, aveva annunciato che, se gli Stati Uniti tarderanno a ritirare le proprie truppe dal Paese, la Turchia procederà comunque ad avviare un’offensiva contro le milizie curde delle YPG in Siria, a prescindere dalla presenza americana in loco.

La Turchia ha a lungo condannato il sostegno prestato da Washington, diplomaticamente e sul terreno, ai militanti curdi siriani. Mercoledì 9 gennaio, Cavusoglu aveva sentenziato che gli Stati Uniti stanno facendo difficoltà a separarsi dalle milizie curde con cui si erano alleati per sconfiggere l’Isis, commentando: “È difficile rompere i rapporti con un’organizzazione terroristica dopo che si è stati coinvolti con essa a un livello simile”. Le People’s Protection Units (YPG) sono state uno dei principali alleati statunitensi nella lotta contro lo Stato Islamico, tuttavia Ankara le considera un gruppo terroristico al pari del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), proscritto nel Paese.

Alla stregua del commento di Cavusoglu, anche il presidente Erdogan, martedì 8 gennaio, tenendo un discorso in seno al Parlamento e ai membri dell’AK Party, il partito dominante di cui egli è alla guida, affermando che John Bolton ha commesso un “grave errore”. Egli faceva riferimento all’annuncio con il quale il consigliere del Presidente Donald Trump per la Sicurezza Nazionale, il giorno precedente, aveva aggiunto una nuova condizione ai termini del ritiro delle truppe americane dalla Siria, ovvero la previa eliminazione dei rimanenti militanti dell’Isis presenti nel Paese mediorientale, e la garanzia che, una volta lasciate a tutti gli effetti “sole” le milizie curde delle YPG (People’s Protection Units) sul terreno, esse non saranno soggette ad attacchi da parte di Ankara. Erdogan ha continuato il suo discorso in Parlamento asserendo che la Turchia non scenderà mai a compromessi simili in merito alla questione, e ha affermato che la “presunta” lotta contro lo Stato Islamico in Siria, portata avanti dalle milizie curde, sarebbe “un’enorme bugia”.

Ankara ha più volte minacciato di intervenire militarmente a Manbij, in Siria, per sconfiggere e debellare le milizie curde delle YPG (People’s Protection Units). Tuttavia, tale offensiva non è ancora stata lanciata, e, venerdì 28 dicembre, Erdogan aveva rassicurato la comunità internazionale affermando che tale operazione non è imminente, in quanto l’integrità del territorio siriano è un obiettivo più urgente. “Nell’attuale situazione, siamo ancora impegnati ad appoggiare l’integrità del territorio siriano. Queste aree appartengono alla Siria. Una volta che le organizzazioni terroristiche avranno lasciato la zona, non avremo più nulla da fare qui”, aveva riferito il presidente turco ai media in seguito a un incontro di preghiera tenutosi a Istanbul. Erdogan aveva altresì aggiunto che non si tratta “solo” di Manbij, ma che il suo Paese mira a “spazzare via tutte le organizzazioni terroristiche presenti nella regione”, spiegando che l’obiettivo principale è che le YPG “capiscano l’antifona e imparino la giusta lezione”.

Gli Stati Uniti erano intervenuti nel conflitto siriano il 15 giugno 2014 con l’operazione Inherent Resolve, nonostante la contrarietà del presidente siriano, Bashar al-Assad, che aveva definito la mossa americana “illegittima e illegale”. Inherent Resolve, volta a contrastare lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, è stata avviata su richiesta ufficiale di sostegno avanzata dal governo iracheno ed era iniziata come supporto militare alle forze curde che combattono l’ISIS. In seguito si è espansa includendo altresì altre missioni mirate a mantenere la pace tra le forze del regime e i ribelli siriani e ad aiutare nella ricostruzione del Paese.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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