Stati Uniti: ufficialmente iniziato il ritiro dalla Siria

Pubblicato il 11 gennaio 2019 alle 13:39 in Siria USA e Canada

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La coalizione a guista statunitense impegnata sul suolo siriano contro l’Isis ha ufficialmente iniziato il processo di ritiro dal Paese, ha annunciato un portavoce governativo nella giornata di venerdi 11 gennaio, facendo intendere che l’inizio dell’operazione è stato oscurato da messaggi contraddittori da parte di Washington.

‘’La coalizione ha iniziato il processo del nostro deliberato ritiro dalla Siria. Fatto salvo per l’interesse inerente a operazioni di sicurezza, non discuteremo scadenze specifiche, luoghi o movimenti delle truppe”, ha annunciato il Colonnello Sean Ryan.

Venerdi 11 gennaio, la Russia, che ha dispiegato forze in Siria in sostegno del regime del presidente siriano, Bashar al-Assad, ha reso noto che, a suo avviso, gli USA volessero restare sul campo nonostante l’annuncio del ritiro delle truppe fatto dal presidente Trump.

Tuttavia il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, il quale è impegnato in un viaggio diplomatico attraverso il Medio Oriente per rassicurare i partner dell’impegno statunitense nella lotta control o Stato Islamico, giovedi 10 gennaio ha affermato che il ritiro delle truppe USA non verrà mandato a monte, nonostante le minacce turche.

Giovedi 10 gennaio, il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu la Turchia procederà ad avviare un’offensiva contro le milizie curde delle YPG in Siria se gli Stati Uniti tarderanno a ritirare le proprie truppe dal Paese. Martedì 8 gennaio, il capo di Stato di Ankara, Recep Tayyip Erdogan, aveva affermato che John Bolton ha commesso un “grave errore”, riferendosi all’annuncio con il quale il consigliere del Presidente Donald Trump per la Sicurezza Nazionale, il giorno precedente, aveva aggiunto una nuova condizione ai termini del ritiro delle truppe americane dalla Siria, ovvero la previa eliminazione dei rimanenti militanti dell’Isis presenti nel Paese mediorientale, e la garanzia che, una volta lasciate a tutti gli effetti “sole” le milizie curde delle YPG (People’s Protection Units) sul terreno, esse non saranno soggette ad attacchi da parte di Ankara. Erdogan aveva aggiunto che la Turchia non scenderà mai a compromessi simili in merito alla questione, e aveva affermato che la “presunta” lotta contro lo Stato Islamico in Siria, portata avanti dalle milizie curde, sarebbe “un’enorme bugia”.

Le People’s Protection Units (YPG) sono state uno dei principali alleati statunitensi nella lotta contro lo Stato Islamico, tuttavia Ankara le considera un gruppo terroristico al pari del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), proscritto nel Paese.

Ankara ha più volte minacciato di intervenire militarmente a Manbij, in Siria, per sconfiggere e debellare le milizie curde delle YPG (People’s Protection Units). Tuttavia, tale offensiva non è ancora stata lanciata, e, venerdì 28 dicembre, Erdogan aveva rassicurato la comunità internazionale affermando che tale operazione non è imminente, in quanto l’integrità del territorio siriano è un obiettivo più urgente. “Nell’attuale situazione, siamo ancora impegnati ad appoggiare l’integrità del territorio siriano. Queste aree appartengono alla Siria. Una volta che le organizzazioni terroristiche avranno lasciato la zona, non avremo più nulla da fare qui”, aveva riferito il presidente turco ai media in seguito a un incontro di preghiera tenutosi a Istanbul. Erdogan aveva altresì aggiunto che non si tratta “solo” di Manbij, ma che il suo Paese mira a “spazzare via tutte le organizzazioni terroristiche presenti nella regione”, spiegando che l’obiettivo principale è che le YPG “capiscano l’antifona e imparino la giusta lezione”.

Manbij ha rappresentato uno dei maggiori punti di tensione del 2018 tra Ankara e Washington. A giugno, i due alleati NATO avevano raggiunto un accordo che prevedeva la rimozione delle YPG dalla città, ma Ankara si era lamentata del fatto che il piano d’azione era stato ritardato, e aveva minacciato l’intervento delle forze turche nel centro urbano qualora gli Stati Uniti non avessero rimosso velocemente i militanti curdi. Pertanto il 12 dicembre, il presidente turco aveva annunciato il lancio di una nuova operazione militare ad Est dell’Eufrate, nel Nord della Siria, per eliminare definitivamente i “terroristi” curdi che minacciano la Turchia. L’obiettivo primario di Ankara è evitare che i curdi siriano riescano ad esercitare il controllo su un territorio vicino al confine con la Turchia, al fine di impedire che i curdi turchi, per emulazione, possano rivendicare a loro volta una regione indipendente.

La decisione ufficiale di richiamare le truppe statunitensi è stata annunciata ufficialmente il 19 dicembre, quando il leader della Casa Bianca ha dichiarato che i 2.000 soldati americani stanziati in Siria sarebbero tornati in patria, poiché la guerra contro l’ISIS è terminata. Tale decisione ha comportato scompiglio in seno all’amministrazione americana.

Il 20 dicembre, subito dopo l’annuncio di Trump, il segretario della Diesa, James Mattis, si è dimesso a causa della differenza di vedute su diverse questioni, prime tra tutte la Siria. Nella lettera di dimissioni Mattis ha scritto che “il presidente merita che al vertice del Pentagono ci sia qualcuno maggiormente allineato alle sue posizioni”. Il 21 dicembre, anche l’inviato statunitense alla guida della coalizione internazionale per la lotta contro l’ISIS, Brett McGurk, ha rassegnato le dimissioni. Come Mattis, nella sua lettera di dimissioni McGurk ha dichiarato che i militanti dello Stato Islamico sono in fuga, ma non sono ancora stati sconfitti, al contrario di quanto sostenuto da Trump. Inoltre, secondo l’inviato, la prematura ritirata delle forze statunitensi dalla Siria creerà le condizioni adatte per una rinascita del gruppo terroristico.

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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