Turchia: attaccheremo milizie curde in Siria a prescindere da presenza USA

Pubblicato il 10 gennaio 2019 alle 18:22 in Medio Oriente Turchia

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La Turchia procederà ad avviare un’offensiva contro le milizie curde delle YPG in Siria se gli Stati Uniti tarderanno a ritirare le proprie truppe dal Paese, ha annunciato il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu.

“Se il ritiro viene rimandato con scuse ridicole come ‘i turchi stanno massacrando i curdi’, scuse che non rispecchiano la realtà, metteremo in pratica questa decisione”, ha annunciato Cavusoglu, giovedì 10 gennaio, sull’emittente televisiva NTV channel. Con l’espressione “questa decisione”, Cavusoglu faceva riferimento ad un probabile attacco di Ankara alle milizie delle YPG (People’s Protection Units) sul suolo della Siria nordorientale. Il ministro degli Esteri di Ankara ha altresì spiegato che tale operazione militare non dipende dal ritiro o meno delle forze americane: “Siamo determinati sul campo di battaglia come al tavolo negoziale… Decideremo le tempistiche e non chiederemo il permesso a nessuno”.

La Turchia ha a lungo condannato il sostegno prestato da Washington, diplomaticamente e sul terreno, ai militanti curdi siriani. Mercoledì 9 gennaio, Cavusoglu aveva sentenziato che gli Stati Uniti stanno facendo difficoltà a separarsi dalle milizie curde con cui si erano alleati per sconfiggere l’Isis, commentando: “È difficile rompere i rapporti con un’organizzazione terroristica dopo che si è stati coinvolti con essa a un livello simile”. Le People’s Protection Units (YPG) sono state uno dei principali alleati statunitensi nella lotta contro lo Stato Islamico, tuttavia Ankara le considera un gruppo terroristico al pari del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), proscritto nel Paese.

Alla stregua del commento di Cavusoglu, anche il presidente Erdogan, martedì 8 gennaio, tenendo un discorso in seno al Parlamento e ai membri dell’AK Party, il partito dominante di cui egli è alla guida, affermando che John Bolton ha commesso un “grave errore”. Egli faceva riferimento all’annuncio con il quale il consigliere del Presidente Donald Trump per la Sicurezza Nazionale, il giorno precedente, aveva aggiunto una nuova condizione ai termini del ritiro delle truppe americane dalla Siria, ovvero la previa eliminazione dei rimanenti militanti dell’Isis presenti nel Paese mediorientale, e la garanzia che, una volta lasciate a tutti gli effetti “sole” le milizie curde delle YPG (People’s Protection Units) sul terreno, esse non saranno soggette ad attacchi da parte di Ankara. Erdogan ha continuato il suo discorso in Parlamento asserendo che la Turchia non scenderà mai a compromessi simili in merito alla questione, e ha affermato che la “presunta” lotta contro lo Stato Islamico in Siria, portata avanti dalle milizie curde, sarebbe “un’enorme bugia”.

Ankara ha più volte minacciato di intervenire militarmente a Manbij, in Siria, per sconfiggere e debellare le milizie curde delle YPG (People’s Protection Units). Tuttavia, tale offensiva non è ancora stata lanciata, e, venerdì 28 dicembre, Erdogan aveva rassicurato la comunità internazionale affermando che tale operazione non è imminente, in quanto l’integrità del territorio siriano è un obiettivo più urgente. “Nell’attuale situazione, siamo ancora impegnati ad appoggiare l’integrità del territorio siriano. Queste aree appartengono alla Siria. Una volta che le organizzazioni terroristiche avranno lasciato la zona, non avremo più nulla da fare qui”, aveva riferito il presidente turco ai media in seguito a un incontro di preghiera tenutosi a Istanbul. Erdogan aveva altresì aggiunto che non si tratta “solo” di Manbij, ma che il suo Paese mira a “spazzare via tutte le organizzazioni terroristiche presenti nella regione”, spiegando che l’obiettivo principale è che le YPG “capiscano l’antifona e imparino la giusta lezione”.

Manbij ha rappresentato uno dei maggiori punti di tensione del 2018 tra Ankara e Washington. A giugno, i due alleati NATO avevano raggiunto un accordo che prevedeva la rimozione delle YPG dalla città, ma Ankara si era lamentata del fatto che il piano d’azione era stato ritardato, e aveva minacciato l’intervento delle forze turche nel centro urbano qualora gli Stati Uniti non avessero rimosso velocemente i militanti curdi. Pertanto il 12 dicembre, il presidente turco aveva annunciato il lancio di una nuova operazione militare ad Est dell’Eufrate, nel Nord della Siria, per eliminare definitivamente i “terroristi” curdi che minacciano la Turchia. L’obiettivo primario di Ankara è evitare che i curdi siriano riescano ad esercitare il controllo su un territorio vicino al confine con la Turchia, al fine di impedire che i curdi turchi, per emulazione, possano rivendicare a loro volta una regione indipendente.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

 

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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