Trump, uomo di pace

Pubblicato il 7 gennaio 2019 alle 11:05 in Il commento USA e Canada

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Trump sbalordisce. Era giunto alla ribalta cavalcando il mito della forza. I suoi discorsi minacciosi in campagna elettorale avevano sprigionato il timore dell’avvio di numerose guerre americane. Uno studioso disse: “Avremo una guerra. Dobbiamo soltanto capire dove”. I discorsi infiammati sono stati tanti ed esorbitanti. Eppure, Trump rischia di chiudere il suo primo mandato collocandosi tra i presidenti più pacifici della storia americana. Ha posto fine al coinvolgimento americano nella guerra in Siria; ha chiarito che non intende sparare un solo proiettile per difendere l’Ucraina dalla Russia; ha dichiarato testualmente di essersi “innamorato” del dittatore della Corea del Nord; ha seppellito ogni ipotesi di inviare le truppe in Libia per placare gli scontri tra le milizie; non sta preparando nessuna guerra contro l’Iran e ha annunciato il ritiro della metà dei soldati americani dall’Afghanistan, lasciando intendere chiaramente di volerli poi ritirare tutti.

In Siria, Obama è stato ben più guerrafondaio ed energico di Trump. Il primo presidente afro-americano si era posto alla testa di una coalizione di ribelli siriani e di Stati stranieri per rovesciare Bassar al Assad e sostituirlo con un presidente filo-americano. Obama ha aperto il fronte e Trump l’ha chiuso.  In Ucraina, Trump opera come un candidato al premio Nobel per la pace. Il 25 novembre, Putin ha sparato contro tre navi ucraine che cercavano di attraversare lo stretto di Kerch, tra il mar Nero e il mar d’Azov, prendendo in ostaggio 24 marinai. Trump ha immediatamente invocato pace e diplomazia. Non ha condannato il gesto, se non controvoglia, con estremo ritardo e nel modo più blando possibile. E, comunque, sbadigliando. Quanto a Kim Jong-un, contro cui aveva ipotizzato di scatenare una guerra da fine di ogni traccia di vita sulla Terra, Trump ha voluto incontrarlo a Singapore, il 12 giugno 2018 e, tre mesi dopo, il 30 settembre, ha dichiarato di amarlo. Anziché muovere guerra a Kim, è passato da una politica di non proliferazione nucleare, che si applica ai Paesi che cercano di costruire la bomba atomica, a una politica di contenimento, che si applica ai Paesi che sono riusciti a costruirla. A differenza di quanto sostenuto da Trump, l’incontro di Singapore, anziché essere stato il primo passo verso la denuclearizzazione della Corea del Nord, che non si spoglierà mai delle proprie testate nucleari, è stato il primo passo verso la costruzione di rapporti pacifici con una nuova potenza nucleare. Trump, uomo di pace, non di guerra. Il 20 aprile 2017, durante un incontro con l’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni alla Casa Bianca, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono avere alcun ruolo in Libia, un altro teatro di guerra da cui la Casa Bianca si terrà lontana, ma dove Obama aveva lasciato cadere molte bombe mettendo a ferro e fuoco il martoriato Paese. Quante volte i lettori di questa rubrica, Atlante, hanno dovuto cogliere la distanza tra la retorica dei capi di Stato e le loro azioni concrete?  Machiavelli abita questo spazio dalla sua nascita. Per intendere la politica internazionale, occorre andare dietro alla “realtà effettuale della cosa”. E la realtà effettuale della cosa è che Trump ha annunciato il ritiro della metà dei soldati americani dall’Afghanistan, dove gli americani combattono da diciassette anni la guerra più lunga della loro storia. Di più: Trump sta cercando in tutti i modi di stabilire un dialogo con i talebani per trovare un accordo di pace. Proprio loro,  i talebani afgani, quelli che avevano ospitato i capi di al Qaeda mentre organizzavano l’attentato dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle: tremila morti. È tutto ufficiale, niente di segreto. Il 15 luglio 2018, in nome della pace, Trump ha ordinato ai vertici della diplomazia americana di stabilire un dialogo di pace “diretto” con i talebani. “Diretto” è parola piena di significato. Obama aveva stabilito che eventuali dialoghi di pace avrebbero dovuto includere anche il governo filo-americano dell’Afghanistan. Trump, ben più moderato e accomodante, sta avviando abboccamenti “faccia a faccia” con l’organizzazione terroristica più potente del mondo. Il “New York Times” ha ben compreso che Trump ha inaugurato una “nuova strategia” in Afghanistan e come tale l’ha chiamata. Dei preparativi di una guerra contro l’Iran, tanto temuta da Enzo Moavero Milanesi e dal governo Conte, nessuna traccia. 

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Articolo apparso sul Messaggero domenica 30 dicembre 2018. Per gentile concessione del direttore

 

 

di Alessandro Orsini

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