“La guerra in Afghanistan causò fine dell’URSS”, sconcerto a Mosca per le parole di Trump

Pubblicato il 7 gennaio 2019 alle 6:03 in Russia USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un’intervista a Fox News, ha affermato che la guerra in Afghanistan è stata la causa del crollo dell’Unione Sovietica.

“La Russia era l’Unione Sovietica. L’Afghanistan ha creato la Russia, perché sono andati in bancarotta combattendo in Afghanistan” – ha detto Trump. Il Presidente degli Stati Uniti ha aggiunto inoltre che l’Unione Sovietica aveva tutte le ragioni per iniziare la campagna afgana, a causa della minaccia terroristica rappresentata dai talebani.

Le affermazioni di Trump hanno causato la reazione della Federazione russa. Il deputato Dmitrij Novikov, vice presidente della commissione per gli affari internazionali della Duma di Stato, la camera bassa del parlamento russo ha commentato la dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, definendola “strana”.

“Un commento strano, sotto tanti punti di vista – ha affermato l’onorevole Novikov – Donald Trump ammette che il crollo dell’Unione Sovietica non era inevitabile, pertanto, in base alla sua logica, se l’Unione Sovietica non fosse intervenuta in Afghanistan, esisterebbe ancora” e di conseguenza, lascia intendere Novikov, non esisterebbe la moderna Federazione russa.

Il deputato ha aggiunto che l’invio delle truppe sovietiche in Afghanistan è stato dettato dalla necessità di evitare che gli Stati Uniti “spadroneggiassero nel paese mediorientale a discapito degli interessi sovietici”.

“Il mancato intervento delle truppe sovietiche in Afghanistan avrebbe significato la totale dominazione americana di questo stato, a discapito degli interessi dell’Unione Sovietica, dell’equilibrio mondiale del potere e del popolo afghano” – ha spiegato Novikov

La campagna militare sovietica in Afghanistan è iniziata nel 1979, quando al Cremlino sedeva Leonid Brežnev, le ultime truppe sovietiche lasciarono il paese dieci anni dopo, nel 1989, in piena Perestrojka, per decisione di Michail Gorbačëv.

 L’URSS invase l’Afghanistan il 24 dicembre 1979. Il 27 aprile 1978, un colpo di Stato aveva rovesciato il governo di Mohammed Daoud Khan, che da cinque anni si opponeva all’influenza nella politica afghana della confinante Unione Sovietica. Sale al potere Noor Mohammed Taraki, sostenuto da Mosca. La sua politica, d’ispirazione laica e marxista, si scontra con l’opposizione dell’ala più intransigente degli islamisti afghani, che organizzano la resistenza armata dei mujaheddin, “i combattenti per la fede”. Gli USA, in piena guerra fredda, decidono di finanziare e armare i mujaheddin in funzione anti-sovietica. Il 14 settembre 1979 il presidente Taraki viene rovesciato e ucciso: il suo posto è preso dal primo ministro Hafizullah Amin, che apre al dialogo con i mujaheddin e con gli USA. Per non perdere il controllo dell’Afghanistan, il leader sovietico Leonid Breznev decide di invadere il Paese. Nell’arco di tre giorni, l’Armata Rossa conquista Kabul, Babrak Karmal diventa presidente, ma deve far fronte a un’accanita resistenza nelle zone montuose e rurali del paese, dove la superiorità tecnologica dell’Armata Rossa è inutile. La campagna afghana diventa “il Vietnam sovietico”. I sovietici subiscono non riescono a prendere il controllo dell’intero Paese e iniziano a subire pesanti perdite di uomini e mezzi.  Negli anni ’80 le difficoltà in Afghanistan si sommano alla crisi economica e politica che attraversa l’URSS. Il 20 luglio 1987 l’Unione Sovietica annuncia il ritiro delle truppe, completato il 15 febbraio 1989. Due anni dopo l’Unione Sovietica avrebbe smesso di esistere.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale 

Traduzione dal russo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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