Brexit: l’appello della May ai deputati britannici

Pubblicato il 2 gennaio 2019 alle 16:27 in Europa UK

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Il Primo Ministro britannico, Theresa May, ha lanciato un appello ai membri del Parlamento, in un videomessaggio pubblicato in occasione della fine dell’anno, sollecitandoli ad appoggiare l’accordo sulla Brexit che ha raggiunto lo scorso 25 novembre con gli altri 27 capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione Europea.

L’approvazione dell’accordo da parte della Camera dei Comuni era stata pianificata per martedì 11 dicembre. Tuttavia, alla vigilia della votazione, questa è stata posticipata dal Primo Ministro britannico, subito dopo una conference call con i membri del suo gabinetto che le aveva dato modo di temere che non sarebbe stato possibile ottenere la maggioranza. Circa 100 membri del Partito Conservatore avevano dichiarato di essere contrari all’accordo, schierandosi in favore di una “Brexit senza accordo” che, a loro avviso, permetterebbe al Regno Unito di raggiungere condizioni commerciali migliori con Paesi terzi, nonché di determinare autonomamente le proprie regole. A questi si sono aggiunti circa 10 membri del partito Unionista Democratico, formazione di destra dell’Irlanda del Nord che fa parte della maggioranza che sostiene il governo guidato da Theresa May.

L’elemento su cui convergono la maggior parte delle critiche è il “backstop”, considerato il principale ostacolo all’approvazione dell’accordo raggiunto dalla May. Descritto come una “polizza di assicurazione” o come una “rete di sicurezza”, il backstop farebbe sì che il confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord non sia rigido, anche nel caso in cui non venisse raggiunto alcun accordo formale in materia di commercio e sicurezza. Pertanto, anche in assenza di tali accordi, l’Irlanda del Nord rimarrebbe nell’unione doganale e nel mercato comune, come spiega il Guardian. Tuttavia, c’è disaccordo sul modo in cui il backstop dovrebbe funzionare: Bruxelles vorrebbe che questo si applicasse solo all’Irlanda del Nord, mentre May vorrebbe estenderlo a tutto il Regno Unito. La posizione del primo ministro, però, è osteggiata da alcuni deputati conservatori che si oppongono all’idea che l’intero Paese sia così legato all’Unione e alle sue regole, che sono proprio una delle ragioni per cui è stata ricercata la Brexit.

Il voto avrà luogo durante la terza settimana di gennaio e sarà un momento cruciale per Londra,  perché da ciò dipenderanno le modalità con cui verrà effettuata la Brexit: con un accordo, i legami economici tra la Gran Bretagna e gli altri membri dell’Unione Europea rimarranno stretti; in caso contrario, la situazione sarà più incerta. Per quanto riguarda le conseguenze sull’economia britannica, il Financial Times ha pubblicato uno studio del Fondo Monetario Internazionale, che riferisce che, nel lungo periodo, tale eventualità costerebbe al Regno Unito circa il 6.2% del PIL, vanificando, in questo modo, quattro anni di crescita. Al contrario, nel caso in cui l’accordo raggiunto il 25 novembre venisse ratificato dai Parlamenti nazionali, l’economia del Paese si contrarrebbe solo del 2,6%. La maggior parte dei problemi sarebbero causati dall’aumento delle barriere commerciali con l’Unione Europea e dalla diminuzione degli investimenti. Il 10 dicembre, successivamente alla notizia del posticipo del voto, la sterlina è crollata, raggiungendo il livello più basso degli ultimi 18 mesi.  

Nel discorso di fine anno, rivolgendosi ai membri del suo partito che hanno criticato la sua leadership, la May ha sottolineato il suo desiderio di andare oltre il dibattito sull’uscita dall’Unione Europea. “Per quanto sia importante, la Brexit non è l’unica cosa che conta”, ha dichiarato il Primo Ministro, ricordando che ci sono molte altre questioni pressanti nell’agenda del governo.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Cristina Lipari

di Redazione

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