I fatti più importanti del 2018

Pubblicato il 1 gennaio 2019 alle 6:01 in Approfondimenti

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I fatti più importanti del 2018 nel mondo in termini di sicurezza sono stati:

STATI UNITI E IRAN

L’8 maggio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di ritirare il Paese dall’accordo sul nucleare concluso con l’Iran nel 2015, rispettando quanto aveva promesso fin dalla propria campagna elettorale. Il Comprehensive Plan of Action (JCPOA) era stato firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania e i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina. Il patto ha comportato la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro Teheran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Da parte sua, l’Iran ha dichiarato che sarebbe rimasto nell’accordo sul nucleare insieme agli altri Paesi firmatari, con riserva, secondo quanto dichiarato dal presidente iraniano, Hassan Rouhani, dopo l’annuncio della decisione degli Stati Uniti. La comunità internazionale, si è divisa sulla reintroduzione delle misure restrittive da parte di Washington. L’Unione Europea ha preso le distanze dagli Stati Uniti, dichiarandosi intenzionata ad adottare misure legali per tutelare le imprese europee operanti in Iran, mentre l’Iraq ha informato che, pur non approvando le sanzioni, le avrebbe fatte rispettare. Le restrizioni americane pesano sull’economia iraniana, già provata dalla disoccupazione, dall’inflazione, che nel 2017 ha raggiunto l’8,1%, e dal deprezzamento della valuta nazionale. Gli effetti delle sanzioni non sono però unicamente di natura economica, in quanto migliaia di Iraniani protestano contro il carovita, la disoccupazione e la corruzione, alimentando manifestazioni antigovernative. Il 7 agosto, Washington ha annunciato la reintroduzione della prima serie di sanzioni contro l’Iran, mentre il 5 novembre, Il Dipartimento del Tesoro ha imposto il pacchetto di sanzioni più grande di sempre contro Teheran, che ha colpito oltre 700 individui, entità, aerei e navi. L’obiettivo delle misure restrittive, ha spiegato il comunicato ufficiale del Tesoro, è quello di impedire che l’Iran continui a finanziare le proprie attività, e esercitare una forte pressione finanziaria sul regime iraniano, affinché questo negozi un nuovo accordo che neghi qualsiasi sviluppo o acquisto nucleare o missilistico.

STATI UNITI E COREA DEL NORD

Il 12 giugno è avvenuto lo storico incontro tra Trump e il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, a Singapore. Nell’occasione, i due capi di Stato hanno firmato un documento congiunto per lavorare alla completa denuclearizzazione della penisola coreana. La dichiarazione affermache “il presidente Donald Trump e il presidente Kim Jong Un hanno avuto uno scambio di opinioni completo, profondo e sincero sulle questioni legate all’instaurazione di nuove relazioni fra Stati Uniti e Corea del Nord e alla costruzione di un regime di pace duraturo e solido sulla penisola coreana. Trump si è impegnato a fornire garanzie di sicurezza alla Corea del Nord e Kim Jong Un ha riaffermato il suo impegno saldo e risoluto alla completa denuclearizzazione della penisola coreana”. In seguito all’incontro tra Trump e Kim, tuttavia, le negoziazioni diplomatiche sono entrate in una fase di stallo per mancanza di accordi sulle modalità con cui procedere all’eliminazione del nucleare dalla Corea del Nord. Il 24 agosto, Trump ha cancellato improvvisamente la visita del segretario di Stato, Mike Pompeo, in Corea del Nord, dichiarando che gli sforzi volti alla denuclearizzazione di Pyongyang si erano arrestati. Da parte loro, i media di Stato nordcoreani avevano reagito accusando gli Stati Uniti di fare “il doppio gioco” e “ordire un complotto criminale” contro Pyongyang. Successivamente, il 7 ottobre, il segretario di Stato, Mike Pompeo,  ha incontrato Kim Jong-un nella capitale nordcoreana, dove hanno consacrato che gli ispettori internazionali visiteranno una struttura della Corea del Nord deputata al collaudo dei missili, nonché il sito di collaudo nucleare Punggye-ri, una struttura situata all’interno di una montagna, in prossimità con il confine cinese, che Pyongyang sostiene di aver distrutto. In particolare, il Paese asiatico afferma che lo smantellamento di tale struttura sia iniziato a maggio, ma non ha mai consentito agli osservatori internazionali di esaminare il sito per verificare tale operazione. Il 10 novembre, la Corea del Nord ha annullato un altro incontro con Pompeo, a New York, annunciando che la ripresa di alcune esercitazioni militari su piccola scala da parte della Corea del Sud e degli Stati Uniti violavano l’intesa volta a ridurre le tensioni sulla penisola coreana. Da parte sua, Washington continua a sostenere che manterrà le sanzioni fino a quando non avrà dimostrazione dell’impegno nordcoreano a smantellare i siti missilistici e nucleari e a denuclearizzare l’intera penisola coreana.

STATI UNITI E SIRIA

Il 19 dicembre, Trump ha ordinato il ritiro delle truppe americane dalla Siria e di parte delle truppe dall’Afghanistan. La decisione è stata motivata con la sconfitta dell’ISIS. Ad avviso del presidente, dal momento che l’organizzazione terroristica è stata sconfitta, è tempo che i soldati americani tornino in patria. Nonostante la Casa Bianca non abbia fornito un piano specifico, gli ufficiali del Dipartimento della Difesa hanno riferito che Trump ha ordinato di completare il ritiro in 30 giorni. L’annuncio ha sollevato portato alle dimissioni del segretario della Difesa, James Mattis, il 20 dicembre, e dell’inviato americano alla guida della coalizione internazionale contro l’ISIS, Brett McGurk, il 21 dicembre. Gli Stati Uniti erano intervenuti nel conflitto siriano il 15 giugno 2014 con l’operazione Inherent Resolve, nonostante la contrarietà del presidente al-Assad, che aveva definito la mossa americana “illegittima e illegale”. Inherent Resolve, l’operazione militare statunitense contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, avviata su richiesta ufficiale di sostegno avanzata dal governo iracheno, era iniziata come supporto militare alle forze curde che combattono l’ISIS. In seguito si è espansa includendo altresì altre missioni mirate a mantenere la pace tra le forze del regime e i ribelli siriani e ad aiutare nella ricostruzione del Paese.

 

MEDIO ORIENTE

ARABIA SAUDITA

L’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, avvenuto il 2 ottobre a Istanbul presso il consolato saudita, ha fatto precipitare l’Arabia Saudita al centro di una polemica internazionale, provocando una crisi in politica estera. Khashoggi, editorialista che scriveva per il Washington Post e critico nei confronti del governo dell’Arabia Saudita, aveva sempre resistito alle continue pressioni di Riad affinché ritornasse in patria, in quanto viveva da anni negli Stati Uniti. Secondo la ricostruzione effettuata dal governo turco, Khashoggi si era recato al consolato saudita ad Istanbul per la prima volta il 28 settembre per ottenere i documenti necessari a sposare la compagna turca. Il primo ottobre era poi arrivato a Istanbul un gruppo composto da 3 agenti sauditi, che si erano recati al consolato. Un secondo gruppo, invece, era andato presso la Belgrad Forest, nella provincia di Yalova, mentre un terzo gruppo, il 2 ottobre, si era recato al consolato per rimuovere le telecamere di sicurezza e gli hard disk dei computer. Lo stesso giorno, Khashoggi è poi tornato nuovamente al consolato, da dove non è più uscito. Quando la fidanzata ha denunciato la sua scomparsa alle autorità turche, dai controlli effettuati alle telecamere intorno all’edificio del consolato è stato confermato che il giornalista non ha mai lasciato l’edificio. A quel punto, il procuratore capo generale di Istanbul ha avviato un’indagine, riscontrando che 15 ufficiali sauditi, di cui alcuni agenti dell’intelligence ed esperti, erano giunti in Turchia prima della seconda visita di Khashoggi al consolato. Il 4 ottobre, Riad ha respinto le accuse di omicidio e, solo 17 giorno dopo, ha ammesso che il giornalista era stato ucciso all’interno del consolato e che i 15 membri della squadra saudita, arrivati in Turchia a inizio ottobre e segnalati da Ankara, erano stati arrestati in Arabia Saudita. Ad oggi, Riad ha riferito di avere 21 persone in custodia, di cui 5 condannate alla pena di morte. La pressione internazionale ha spinto il regno saudita a cercare e perseguire i responsabili della morte di Khashoggi, soprattutto alla luce di quanto rivelato dai media americani, secondo cui il giornalista saudita aveva criticato il principe ereditario, Mohammed bin Salman. Tali informazioni sono trapelate da un’indagine della CIA, la quale sostiene che il principe saudita sia il mandante dell’assassinio, nonostante i procuratori sauditi lo abbiano escluso dal caso. A fine novembre, il Tesoro americano ha imposto sanzioni contro 17 individui sauditi, tra cui diversi ufficiali molto vicini Mohammed bin Salman, seguita dalla Germania e dalla Francia. The New Arab riferisce che le ultime misure varate da Parigi sono state imposte a poca distanza dalla decisione di Germania e Danimarca di sospendere la vendita di armi all’Arabia Saudita. Il 27 dicembre, cedendo alla pressione internazionale, l’Arabia Saudita ha effettuato un rimpasto di governo, nominando Ibrahim Al-Assaf nuovo ministro degli Esteri, sostituendolo a Adel Al-Jubeir, che invece è stato nominato ministro di Stato per gli Affari Esteri. Oltre a loro, sono stati cambiati diversi altri ministri, come Abdullah bin Bandar bin Abdul Aziz nominato ministro della Guardia Nazionale, Mohammed bin Saleh Al-Ghofeily consigliere della Guardia Nazionale, Khaled Al-Harbi capo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, al posto di Saud bin Abdul Aziz Hilal.

YEMEN

Il 13 dicembre, le parti coinvolte nel conflitto in Yemen hanno concordato i termini del cessate il fuoco in relazione alla città portuale di Hodeida. Tale accordo costituisce un passo molto importante, che è stato raggiunto l’ultimo giorno dei colloqui di pace in Svezia. I colloqui a Rimbo non miravano a raggiungere una soluzione politica, ma ad accrescere la fiducia tra le parti coinvolte, ovvero le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, unico riconosciuto dalla comunità internazionale, e i ribelli sciiti Houthi. Dietro a questi ultimi si cela l’Iran, che ha dichiarato di sostenerli politicamente, ma ha sempre negato di inviare loro armi. L’Arabia Saudita ritiene invece che l’Iran fornisca armi e missili balistici ai ribelli sciiti, con i quali questi cercano di colpire il suo territorio nazionale. Teheran, tuttavia, ha sempre respinto le accuse, affermando che gli attacchi dei ribelli yemeniti sarebbero giunti in risposta ai “crimini di guerra” commessi dalla coalizione araba in Yemen e che gli Houthi avrebbero sviluppato da soli le capacità per produrre armi difensive, tra le quali i missili.  Sia la coalizione araba, sia Teheran, mirano a stabilire il proprio controllo nel Paese e temono che la fazione avversa stabilisca la propria presenza nel territorio, determinando così l’influenza sciita o sunnita nella regione. Secondo l’Onu, l’accordo raggiunto sul cessate il fuoco faciliterà il percorso verso i colloqui di pace definitivi. La città portuale di Hodeidah è sotto il controllo dei ribelli dal 2014 e, finora, stava vivendo una situazione di guerra, con la coalizione saudita che continuava ad effettuare bombardamenti aerei. I combattimenti hanno bloccato la rotta principale che collega Sana’a e, per tale ragione, le forze governative si erano installate in posizioni strategiche, tra cui l’area denominata “Kilo 16”, sulla costa occidentale del Paese. La guerra civile in Yemen, scoppiata il 22 marzo 2015, contrappone i ribelli sciiti Houthi da una parte, e le forze governative del presidente Hadi dall’altra. Quest’ultimo è sostenuto dalla coalizione a guida saudita, appoggiata, a sua volta, dagli USA, i quali inviano armi, carburante per gli aerei e riferiscono informazioni dell’intelligence. La coalizione araba a guida saudita, composta da Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Kuwait, Sudan ed Emirati Arabi Uniti, è entrata nel conflitto yemenita il 26 marzo 2015, in sostegno del presidente Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale.

 

ASIA

COREA DEL NORD E COREA DEL SUD

L’inizio del 2018 ha sancito l’avvicinamento tra le due Coree, che si è verificato in seguito alle dichiarazioni rilasciate in occasione del nuovo anno del leader nordcoreano, Kim Jong-un, il quale aveva affermato che il suo Paese era aperto al dialogo con Seoul. Il 9 gennaio, a Punmunjeom, le delegazioni delle due Coree hanno concordato di inviare una delegazione di atleti del regime di Pyongyang a partecipare ai Giochi Olimpici invernali. Si è trattato del primo incontro tra i due Paesi dal 2015. Occorre ricordare che la tensione tra Seoul, Washington e Pyongyang avevano raggiunto il picco massimo tra il luglio e il dicembre 2017, in seguito a numerosi test di missili balistici intercontinentali e al test nucleare condotti dalla Corea del Nord e a diverse esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud. In occasione dei Giochi Olimpici, Washington e Seoul avevano concordato di sospendere qualsiasi dimostrazione militare per favorire il pacifico svolgimento dell’evento sportivo. Il 5 marzo, in occasione di un incontro tra una delegazione sudcoreana e gli ufficiali nordcoreani a Pyongyang, tra cui Kim, la Corea del Sud ha annunciato che la Corea del Nord avrebbe acconsentito alla sospensione delle attività nucleari e missilistiche per tutta la durata dei colloqui tra le due Coree. Si è trattato della prima visita ufficiale effettuata da una delegazione della Corea del Sud dalla guerra di Corea del 1950-53. Il 27 aprile, presso il villaggio di Panmunjon, si è tenuto lo storico incontro tra il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-In, e Kim Jong Un, al termine del quale i due capi di Stato hanno firmato la Joint Panmunjon Declaration. La dichiarazione include le promesse di perseguire una progressiva riduzione delle armi, cessare le attività ostili tra i due Paesi, trasformare il confine fortificato in una zona di pace e avviare dialoghi multilaterali con altri Stati, inclusi gli Stati Uniti. Le due Coree, inoltre, hanno annunciato di voler porre fine all’armistizio firmato nel 1953 a conclusione della guerra per stabilire definitivamente un trattato di pace, in collaborazione con gli Stati Uniti e la Cina.Il 22 ottobre, Pyongyang, Seul e il commando dell’Onu hanno concordato di ritirare le armi e i posti di guardia nei pressi del villaggio di Panmunjom. Nello specifico, sono stati ritirati 11 posti di guardia nel raggio di 1 km dalla linea di demarcazione militare tra i confini. I due Stati hanno predisposto il ritiro delle armi da fuoco dalla Joint Security Area (JSA), riducano il personale posizionato a Panmunjom a 35 e aumentino la condivisione delle informazioni e dell’equipaggiamento di sorveglianza.

 

RUSSIA

Vladimir Putin è stato trionfalmente rieletto Presidente della Federazione russa il 18 marzo. Con oltre il 76% dei voti, il Presidente ha superato il comunista Pavel Grudinin, il nazionalista Vladimir Zhirnovskij e altri cinque candidati. L’affluenza si è attestata al 67,5% degli aventi diritto al voto, in crescita di 2,5 punti rispetto al voto di sei anni fa e il sostegno a Putin è aumentato soprattutto nei giovani. Per Vladimir Putin si tratta del quarto mandato, secondo la costituzione russa, fra sei anni non potrà candidarsi per un’ulteriore rielezione. La costituzione, infatti, vieta più di due mandati consecutivi, già tra il 2008 e il 2012 Putin aveva lasciato la presidenza della Federazione all’attuale premier Dmitrij Medvedev. Il leader del Cremlino ha a assicurato che non intende modificare la magna carta russa per candidarsi nuovamente nel 2024. Le relazioni tra Mosca e l’occidente erano già peggiorate prima della rielezione di Putin, a seguito dell’avvelenamento della ex spia Sergej Skripal’ a Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, il 4 marzo. Londra ha ridotto al minimo i rapporti diplomatici con Mosca e oltre 100 diplomatici russi sono stati espulsi da oltre 20 paesi, Italia inclusa. Al peggioramento delle relazioni con USA e UE, ha fatto fronte un netto miglioramento delle relazioni con la Cina, con cui Mosca ha tenuto anche manovre militari congiunte, e con altri paesi emergenti, tra cui Cuba e il Venezuela. Sono aumentate anche le tensioni tra Russia e Ucraina, in particolare nel Mar d’Azov. Il tentativo di tre navi ucraine di attraversare lo stretto di Kerč’ che separa il Mar d’Azov dal Mar Nero, ha fatto salire la tensione tra Mosca e Kiev, giunte a un passo dallo scontro nel pomeriggio di domenica 25 novembre. La Federazione russa ha accusato l’Ucraina di aver violato le sue acque territoriali e ha chiuso per alcune ore lo stretto di Kerč’ alla navigazione. Le tre navi ucraine sono state sequestrate e i marinai messi sotto processo, mentre Kiev ha proclamato la legge marziale e impedito a tutti i maschi russi tra 16 e 65 anni di entrare nel paese. Mosca ha presentato le prove che le navi ucraine si trovavano in acque che appartenevano alla Federazione russa anche prima della controversa annessione della Crimea nel marzo 2014. Il 2018 della Russia non è solo l’anno della rielezione, ma anche l’anno dei mondiali, un successo d’immagine per il paese e per il governo. Durante i mondiali (14 giugno-15 luglio) sono stati oltre tre milioni i turisti a visitare le undici città che hanno ospitato le partite: Mosca, San Pietroburgo, Rostov sul Don, Volgograd, Ekatrimburg, Nizhnij Novgorod, Sochi, Samara, Saransk, Kazan’ e Kaliningrad. L’esenzione dai visti per il periodo delle partite si è rivelata un successo, tanto che Vladimir Putin è intervenuto personalmente per consentire ai tifosi che volessero continuare a visitare la Russia dopo la fine del mondiale di rimanere nel paese facilitando l’allungamento del “passaporto del tifoso”, il documento che consentiva di entrare e muoversi in Russia senza visto. Il 2018 russo è anche l’anno dell’S-400, il sistema di contraerea che anche esperti statunitensi considerano il migliore del mondo. Lo sviluppo degli S-200, in S-300 ed S-400, ha fatto della Russia il principale fornitore di sistemi di contraerea al mondo. Non solo India, Cina e altri paesi emergenti, ma anche alleati storici degli USA, come Arabia Saudita e Turchia, considerano di rivolgersi al mercato russo. Grazie alla contraerea, nel 2018 la Russia è tornata il secondo fornitore di armi al mondo dopo gli USA, superando la Gran Bretagna. Non accadeva dai tempi sovietici.

 

EUROPA

ITALIA, LIBIA E IMMIGRAZIONE

Il 2017, sotto la guida dell’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, aveva costituito un anno di svolta, in quanto erano stati conclusi una serie di accordi e di iniziative con i Paesi africani, supportate dall’Unione Europea, che, a partire dal luglio 2017, hanno portato a una diminuzione degli sbarchi. La metà del 2018 ha segnato un forte cambiamento nella politica migratoria italiana con la formazione del governo Conte e la nomina del leader della Lega, Matteo Salvini, a ministro dell’Interno, al posto di Marco Minniti, il primo giugno. Non appena salito alla guida del Viminale, Salvini ha inaugurato una politica più rigida e intransigente nei confronti del fenomeno migratorio, chiudendo i porti italiani alle imbarcazioni delle Ong e delle missioni europee, e chiedendo alle autorità europee di considerare la Libia un porto sicuro, così da permettere anche alle imbarcazioni delle missioni straniere e delle Ong che effettuano attività di soccorso in mare di riportare i migranti nel Paese nordafricano.  Tuttavia, l’Unione Europea ha replicato che “nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché non la considerano un porto sicuro”, in linea con la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo. Come attestano diversi report pubblicati nel corso del 2018 dall’Onu, che i migranti ed i rifugiati che si trovano in Libia sono soggetti a “orrori inimmaginabili” dal momento in cui arrivano nel Paese, fino a quando non lo lasciano nel tentativo di raggiungere l’Europa a bordo di un’imbarcazione dei trafficanti di esseri umani. Nonostante gli sforzi e le iniziative internazionali e da parte dell’Italia, come la conferenza internazionale di Palermo sulla Libia del 12 e 13 novembre, il Paese nordafricano continua ad essere diviso in due governi: uno a Tripoli, appoggiato dall’Onu e dall’Italia, e uno a Tobruk, sostenuto da Russia, Egitto, Francia ed Emirati Arabi Uniti. Francia e Italia, in particolare, si contendono l’influenza sulla Libia, con Parigi che ha insistito affinché venissero organizzate elezioni i il 10 dicembre, e Roma che, come l’Onu, ha opposto tale iniziativa. Le politiche di Salvini hanno comportato un’ulteriore diminuzione degli sbarchi che, complessivamente, nel 2018 sono stati … secondo le stime del Ministero dell’Interno, segnando una diminuzione di oltre l’80% rispetto al 2017. In particolare, a partire dai mesi estivi, l’Italia ha cessato di essere il principale porto di arrivo del Mediterraneo, cedendo il primo posto alla Spagna ed il secondo alla Grecia. La tratta del Mediterraneo centrale, che collega l’Italia alla Libia, tuttavia, continua ad essere quella più mortale.

SPAGNA

Il leader socialista Pedro Sánchez ha conquistato la guida del governo spagnolo grazie ad una mozione di sfiducia costruttiva contro il premier popolare Mariano Rajoy il 1 giugno scorso. Appoggiato dalla sinistra radicale di Unidos Podemos e dai suoi alleati locali, dai nazionalisti baschi, dagli indipendentisti baschi e catalani e da altre forze regionaliste, Sánchez ha formato un esecutivo di minoranza monocolore socialista, riportando il PSOE alla Moncloa dopo sei anni e mezzo di governo del Partito Popolare. Sánchez ha modificato la politica migratoria di Madrid, revocando le misure più dure varate da Zapatero tra il 2006 e il 2009, proprio nel momento in cui l’Italia chiudeva i porti alle navi delle ONG impegnate nel Mediterraneo. La Spagna è diventata così in pochi mesi la principale destinazione dell’emigrazione via mare in Europa meridionale. Sánchez ha inoltre avviato un dialogo con le autorità catalane per trovare una via d’uscita politica alla crisi tra Madrid e Barcellona. Il primo test elettorale di Sánchez alla Moncloa ha registrato, tutttavia, la pesante sconfitta del Partito Socialista alle elezioni autonomiche in Andalusia. La regione più grande e più popolosa del paese, governata dal PSOE da 40 anni, ha eletto per la prima un parlamento a maggioranza di destra, con l’affermazione di Vox, formazione della destra radicale che entra per la prima volta dalla morte del Generalissimo Franco in un parlamento spagnolo.

FRANCIA

Sul finire del 2018, la Francia è stata teatro di violente proteste da parte di un movimento chiamato i “gilet gialli”, i quali sono contrari alla politica finanziaria adottata dal presidente Emmanuel Macron e il suo nuovo regime fiscale, in particolare le tasse introdotte nel 2017 su diesel e petrolio al fine di incoraggiare l’energia “pulita” e sostenibile a livello ambientale. A partire dal 17 novembre, sono stati circa 300.000 i cittadini che hanno partecipato alle manifestazioni. Nonostante le esortazioni del governo al ripristino della calma nel Paese, le proteste non sono cessate e, al contrario, si sono intensificate e hanno ampliato il loro raggio d’azione fino a includere l’isola La Réunion, nell’Oceano Indiano, dove sono state incendiate alcune automobili. Il 10 dicembre, nel tentativo di sedare la situazione, Macron ha proposto un aumento di 100 euro del salario minimo mensile. Durante il discorso, il leader francese ha altresì riferito che avrebbe velocizzato i tagli alle tasse. Da quando Macron ha assunto la carica di presidente della Francia, il 14 maggio 2017, le sue iniziative sono state spesso osteggiate sia dai sindacati sia dai cittadini, che hanno in più occasioni hanno manifestato contro le riforme sul lavoro e sulla compagnia ferroviaria nazionale. Da parte loro, gli investitori internazionali, hanno ampliamento lodato la sua amministrazione, che ha incoraggiato gli affari e il mondo dell’imprenditoria. Gli oppositori politici accusano Macron di essere “il presidente dei ricchi” a causa della sua politica fiscale, e la popolarità del capo di Stato quarantenne si attesta attualmente solo al 20%. L’11 dicembre, Strasburgo è stata colpita da un attacco terroristicorivendicato dall’ISIS, in cui sono morte 5 persone e ne sono rimaste ferite altre 11. Quella sera, poco prima delle 8:00 locali, il 29enne Cherif Chekatt ha aperto il fuoco presso la rue del Grandes Arcades, nelle vicinanze di Place Kleber, per poi fuggire verso la Grande Rue, dove alcuni testimoni hanno riferito di aver udito ulteriori spari. Nonostante la polizia sia intervenuta immediatamente, Chekatt è riuscito a scappare a bordo di un taxi, raggiungendo un’altra area della città. Il tassista ha riferito alla polizia che, durante la corsa in auto, l’attentatore gli ha raccontato cosa aveva fatto, giustificando il proprio atto, definito una “vendetta per i fratelli morti in Siria”. La testimonianza è servita alle autorità francesi per individuare l’aggressore. Il procuratore di Parigi, Remi Heitz, sostiene inoltre che l’attentatore abbia gridato “Allah Akbar” nel corso dell’attentato. La mattina dell’11 dicembre, la polizia aveva fatto irruzione nell’abitazione di Chekatt nell’ambito di un’indagine per un omicidio ed aveva trovato una granata, un fucile, munizioni e diversi coltelli. L’attentatore è stato ucciso in fine dalla polizia francese la sera del 13 dicembre, nel distretto Neudorf/Meinau di Strasburgo.

ARMENIA

Le proteste pacifiche contro la nomina dell’ex presidente Serzh Sargsyan alla guida del governo armeno e la successiva elezione di Nikol Pashinyan tra aprile e maggio sono passate alla storia come la “rivoluzione di velluto” armena e sono valse alla repubblica caucasica il titolo di Paese dell’anno 2018 dell’EconomistSargsyan, presidente dal 2008 sino al 9 aprile scorso, era stato scelto dal Partito Repubblicano come primo ministro nonostante avesse ripetutamente promesso di non ambire all’incarico. La riforma costituzionale varata nel 2015, inoltre, fa del primo ministro la figura di riferimento della politica armena, avendo notevolmente ridotto i poteri presidenziali. Il 13 aprile a Erevan e in altre città della repubblica transcaucasica sono iniziate le proteste guidate da Pashinyan. I manifestanti hanno annunciato l’inizio della “rivoluzione di velluto” e il 23 aprile Sargsyan si è dimesso annunciando al paese “Nikol Pashinyan aveva ragione e io torto”. L’8 maggio Pashinyan è stato eletto premier dal parlamento, e il 9 dicembre ha vinto le elezioni anticipate, promettendo importanti riforme economiche in un paese dove nel 2017 la crescita del 7,9% è stata accompagnata dall’aumento della povertà, lotta alla corruzione e il mantenimento di buone relazioni sia con Mosca, che nel paese ha un’importante base militare, che con l’Occidente.

 

AFRICA

ETIOPIA

Il 2018 è stato un anno molto importante per l’Etiopia, che ha visto l’ascesa del premier Abiy Ahmed. In seguito alle dimissioni dell’ex primo ministro, Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio, due giorno dopo la coalizione governativa ha dichiarato lo stato di emergenza, per la durata di 6 mesi. Hailemariam, in carica dall’agosto 2012, era il leader del Southern Ethiopian People’s Democratic Movement (SEPDM), uno dei quattro partiti della coalizione governativa che controlla tutti i 447 seggi del Parlamento di Addis Abeba. Gli altri tre partiti sono l’Amhara National Democratic Movement (ANDM), l’Oromo People’s Democratic Organization (OPDO) e il Tigraryan People’s Liberation Front (TPLF). La sua decisione ha seguito un periodo di tensione politica, iniziato nel novembre 2015 contro il Master Plan adottato da Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo. Nonostante il piano fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le manifestazioni sono continuante, diffondendosi anche nella regione di Amhara, dove è concentrato circa il 27% della popolazione etiope. I cittadini hanno cominciato altresì a chiedere il rilascio dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti per gli abitanti di Oromo e Amhara. Abiy Ahmed, che ha iniziato il proprio mandato il 2 aprile, è il primo membro del gruppo oromo a guidare la coalizione governativa che, prima di lui, era stata dominata dai membri dell’etnia tigrina. Da quando è salito alla guida dello Stato africano, il nuovo premier ha avviato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico e sociale. Uno dei maggiori risultati ottenuti è stata la firma dell’accordo di pace con l’Eritrea, il 9 luglio, con cui I due Paesi vicini hanno sancito fine dello stato di guerra, in corso dal maggio 1998. Il ventennale conflitto tra Etiopia ed Eritrea ha destabilizzato l’intera regione e ha visto entrambi i governi incanalare gran parte dei loro budget nella sicurezza. Oltre ad aver avviato la normalizzazione dei rapporti tra tutti i Paesi del Corno d’Africa, il premier etiope sta altresì lavorando per rafforzare i rapporti dell’Etiopia al di fuori dal continente africano. L’11 ottobre, Ahmed ha incontrato il premier italiano, Giuseppe Conte, ad Addis Abeba, con cui ha firmato una serie di accordi commerciali del valore di 22 milioni di euro, e discusso dell’immigrazione. Il 29 ottobre, Ahmed si è recato a Parigi, dove ha colloquiato con il presidente Emmanuel Macron, mentre il 30 ottobre è volato in Germania per incontrare la cancelliere Angela Merkel.Abiy si è anche impegnato a far passare alcuni provvedimenti in favore del rilascio di migliaia di prigionieri, accusati di terrorismo o incitamento alla rivoluzione, in genere membri dell’opposizione negli anni di governo dell’ex primo ministro Hailemariam Desalegn. In più, ha promosso la privatizzazione delle compagnie aeree e dei servizi di comunicazione, ha sollevato lo stato di emergenza.

 

AMERICA LATINA

BRASILE

La vittoria elettorale del leader della destra radicale, Jair Bolsonaro, alle presidenziali del 28 ottobre segna una svolta nella storia della democrazia brasiliana. Il candidato di destra radicale ha conquistato il 55,13% dei suffragi, contro il 44,87% dell’avversario, il candidato del Partito dei Lavoratori, Fernando Haddad. La quarta democrazia più grande del mondo, sesta economia del pianeta, sarà guidata dal leader dell’estrema destra, ex capitano dell’esercito e deputato di Rio de Janeiro sin dal 1991. Bolsonaro, che ha sfiorato il 70% dei voti a Brasilia, San Paolo e Rio de Janeiro, è riuscito a canalizzare, nel corso di una campagna elettorale lunga e polarizzata, il malcontento nei confronti del PT, l’antipetismo. Il Partito dei Lavoratori ha governato il Brasile prima con Lula (2002-10) e poi con Dilma Rousseff (2010-16), le cui amministrazioni sono finite al centro degli scandali di corruzione emersi grazie all’operazione Lava Jato, la mani pulite brasiliana. In particolare lo scandalo Petrobras è costato l’impeachment a Dilma Rousseff e la condanna a 12 anni di carcere a Lula da Silva lo scorso aprile. La debolezza della destra tradizionale, identificata con lo screditato governo dell’attuale presidente Michel Temer, ha consentito poi al leader della destra radicale di intercettare sin dal primo turno il voto conservatore. Bolsonaro, nostalgico dichiarato della dittatura militare (1964-85), criticato per le numerose dichiarazioni misogine e omofobe, ha saputo intercettare oltre allo scontento per una classe politica screditata e corrotta, anche la domanda di sicurezza che proviene da ampi settori della società brasiliana. Secondo nei sondaggi fino all’arresto di Lula e alla sua conseguente esclusione dalla campagna elettorale, ha fatto corsa di testa da agosto in poi. Nel corso della campagna elettorale più dura e polarizzata dal ritorno alla democrazia nel 1985, Bolsonaro ha subito anche un accoltellamento durante un comizio il 6 settembre. Bolsonaro, che giurerà il prossimo 1 gennaio, ha offerto il superministero della Giustizia e della Sicurezza al giuidice Sergio Moro, principale protagonista dell’operazione Lava Jato, la mani pulite brasiliana che ha condotto all’arresto di Lula e di numerosi politici e imprenditori non solo in Brasile, ma anche in altri paesi dell’America Latina. 

ARGENTINA

Il 2018 sarà un anno perso per l’economia argentina. Tutti gli indicatori macroeconomici hanno numeri negativi. Il paese, riapertosi ai mercati internazionali dopo lunghi anni di protezionismo, è sprofondato nuovamente nella spirale della crisi valutaria e inflazionistica. Il flusso di capitali in uscita dai paesi emergenti ha colpito l’economia di Buenos Aires, ad agosto il peso è stato svalutato di oltre il 50% del suo valore, i tassi di interesse sono aumentati fino al 60%, l’inflazione, seconda solo a quella del Venezuela, non ha smesso di salire da gennaio e il PIL è in contrazione sin dal primo trimestre del 2018. La povertà è aumentata del 5,3% fino a riguardare 13,6 milioni di persone. Mauricio Macri ha chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale, intervenuto con un prestito di 57 miliardi di dollari. In cambio Buenos Aires ha approvato, per la prima volta nella storia del paese, un bilancio a deficit zero.

VENEZUELA

In Venezuela, il 20 maggio Nicolás Maduro è stato rieletto presidente tra le proteste dell’opposizione, dimostrando che il chavismo ha superato la crisi politica del 2017. Tuttavia, il paese deve affrontare un cronico deficit di beni di prima necessità, tra cui numerosi medicinali, che ha provocato una grave crisi migratoria. Oltre 2,2 milioni di persone hanno lasciato il paese negli ultimi 4 anni, di cui oltre 600.000 nei primi nove mesi del 2018. La crisi migratoria ha acuito le tensioni con i vicini, in particolare con Colombia, Perù e Brasile. Sabato 4 agosto, inoltre, un drone carico di esplosivi è detonato nei pressi della tribuna presidenziale durante un evento militare dove il presidente del Paese, Nicolas Maduro, stava tenendo un discorso. Maduro non è stato colpito da quello che lui stesso ha definito “un tentato assassinio”, ma sette persone sono rimaste ferite nell’attacco. Maduro ha dichiarato che tutti “gli indizi” fanno intendere che dietro l’attentato ci sia la destra, connessa alla Colombia e allo Stato della Florida, dopo vivono numerosi venezuelani in esilio. Il leader chavista ha altresì comunicato che sono stati arrestati numerosi responsabili, che avrebbero confermato il coinvolgimento di Colombia, Cile e Messico nel fallito attentato.

PERÙ

Martín Vizcarra è diventato presidente del Perù lo scorso 25 marzo quasi per caso. Vicepresidente eletto, Vizcarra non aveva mai preso parte all’attività governativa di Pedro Pablo Kuczynski, anzi viveva ad Ottawa dov’era ambasciatore. Gli scandali di corruzione che hanno travolto il presidente in poche settimane lo hanno proiettato alla guida del paese. Un altro scandalo di corruzione politico-giudiziaria, noto come “i colletti bianchi del porto”, un patto tra magistrati, politici e narcotrafficanti per indirizzare i processi contro i cartelli del porto di Callao, ha dato a Vizcarra l’occasione di proporre una serie di riforme del sistema politico e del sistema giudiziario del Perù. Dopo un braccio di ferro con il parlamento, le riforme di Vizcarra sono state sottoposte a referendum e approvate con percentuali che vanno dall’85 al 90%.

CUBA

Finisce a Cuba l’era Castro. Dopo 10 anni Raúl Castro ha lasciato ad aprile la presidenza dell’isola, occupata fino al 2008 dal fratello e leader della rivoluzione Fidel. Successore è Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez, primo vicepresidente dell’isola sin dal febbraio 2013. Nato nella provincia di Villa Clara 57 anni fa, Miguel Díaz-Canel è il primo presidente dell’isola ad essere nato dopo il trionfo della rivoluzione castrista, il 1 gennaio 1959. Di conseguenza è anche il primo leader di Cuba nell’ultimo settantennio a non aver preso parte alla guerra rivoluzionaria, che oppose l’esercito ribelle guidato da Fidel Castro alle forze dell’allora dittatore dell’isola Fulgencio Batista. I primi mesi della presidenza Díaz-Canel sono segnati dalla nuova Costituzione dell’isola, che sarà sottoposta a referendum il 24 febbraio 2019 e che prevede l’introduzione della proprietà privata e l’economia di mercato nel sistema cubano, la creazione del ruolo di Primo ministro, la scomparsa dei riferimenti all’ideologia comunista, ma non la rinuncia del Partito Comunista di Cuba al ruolo guida della nazione. 

AMERICA CENTRALE

Oltre settemila persone, partite a piedi dall’Honduras, hanno attraversato tra ottobre e novembre il Guatemala e il Messico dirette negli Stati Uniti: è la Carovana dei Migranti, che ha provocato l’ennesima crisi migratoria tra Stati Uniti e Messico. Washington ha rafforzato la presenza militare alla frontiera meridionale e minacciato di bloccare gli aiuti a Guatemala, El Salvador e Honduras. Per superare la crisi il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, eletto a luglio e insediatosi a dicembre, ha proposto a Washington un grande piano di investimenti che consentirebbe ai migranti di rimanere in Messico. La crisi in Nicaragua è iniziata invece ad aprile, quando la controversa riforma delle pensioni del presidente Ortega ha portato in piazza pensionati, studenti e imprenditori, diventando rapidamente una protesta generalizzata contro il governo. La repressione e le violenze delle bande paramilitari armate dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale al potere hanno causato da aprile a settembre oltre 500 morti e migliaia di detenzioni. Gli Stati Uniti hanno varato sanzioni contro Rosario Murrillo, vicepresidente e moglie del presidente Ortega. Circa 40.000 persone hanno lasciato il paese per rifugiarsi nel vicino Costa Rica.

MESSICO

La sinistra ha conquistato per la prima volta nella storia la presidenza del Messico. Il 1 luglio Andrés Manuel López Obrador, leader di Morena (Movimento di Rigenerazione Nazionale) è stato eletto con oltre il 53% dei voti e il record di sostegno popolare sin dalla fine della “democrazia monopartitica” del Partito Rivoluzionario Istituzionale negli anni ’80. I messicani hanno scelto la proposta di cambio radicale incarnata dal sessantaquattrenne López Obrador, la cui alleanza include, oltre a Morena, il Partito del Lavoro, di sinistra, e Incontro Sociale, formazione di centro-destra. José Antonio Meade, candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) del presidente uscente Enrique Peña Nieto, si ferma al 15%. Una disfatta per il partito che, ad eccezione dei due mandati della destra (2000-12), ha governato il Messico ininterrottamente sin dalla sua fondazione nel 1929.

Sofia Cecinini e Italo Cosentino

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di Redazione

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