Gaza: soldati israeliani uccidono manifestante palestinese

Pubblicato il 30 dicembre 2018 alle 6:00 in Israele Palestina

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Le forze israeliane hanno aperto il fuoco, uccidendo un palestinese, durante la più recente delle manifestazioni settimanali a Gaza, lungo il confine.

A renderlo noto, nella sera di venerdì 28 dicembre, è stato il personale medico di Gaza. La vittima è stata identificata nel 26enne palestinese Karam Fayyad; oltre a lui, morto per le ferite riportate, sono state colpite e ferite altre 6 persone con proiettili veri nel corso della giornata. Le proteste hanno avuto luogo nonostante le avverse condizioni climatiche.
Una portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che le truppe hanno fatto ricorso ai proiettili veri dopo essersi scontrati con 5mila manifestanti, alcuni dei quali stavano tirando pietre e granate contro di loro. La fonte ha aggiunto che 2 manifestanti palestinesi avevano brevemente attraversato le staccionate di demarcazione della frontiera tra i due Stati, prima di far ritorno a Gaza.

Secondo le statistiche pubblicate dal Ministero della Salute di Gaza, area controllata dal gruppo islamista palestinese Hamas, sono oltre 220 i palestinesi uccisi dal fuoco israeliano da quando le proteste sono iniziate a marzo.

Il 13 novembre, Israele e le principali fazioni palestinesi presenti a Gaza erano riuscite a raggiungere un accordo di cessate-il-fuoco tramite la mediazione primaria del Cairo, nonostante le richieste per una tregua provenissero a tutti gli effetti da quattro mediatori differenti: Egitto, Nazioni Unite, Norvegia e Svizzera. L’intesa raggiunta aveva seguito l’escalation di violenza dell’11 e 12 novembre, giorni in cui le forze armate israeliane avevano lanciato diversi attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, colpendo più di 20 siti e uccidendo 3 palestinesi. Tali offensive erano state avviate in risposta a circa 80 missili lanciati dall’enclave palestinese. Hamas aveva poi rivendicato la responsabilità dell’attacco a nome di tutti i gruppi militanti palestinesi presenti a Gaza, sostenendo che le azioni portate avanti rappresentano la vendetta per la mortale operazione israeliana di domenica 11 novembre.

Le tensioni lungo il confine tra Israele e Gaza sono progressivamente aumentate a partire dal 30 marzo 2018, data in cui è iniziata la cosiddetta Marcia del Ritorno di numerose schiere di palestinesi, il cui scopo è invocare il diritto al ritorno in patria e la fine del blocco israeliano, in vigore da 11 anni. Dal 30 marzo, la popolazione palestinese protesta settimanalmente lungo la recinzione ad est della Striscia di Gaza. Le manifestazioni in questione si sarebbero teoricamente dovute concludere il 15 maggio, data in cui palestinesi ricordano la Nakba, o Catastrofe, un riferimento alla rimozione forzata di 750.000 palestinesi dalle loro case e villaggi per aprire la strada alla creazione di Israele nel 1948. I palestinesi sostengono che le loro proteste rappresentino un’ondata di rabbia popolare contro Israele. Essi invocano il diritto di ritornare nelle proprie case, dalle famiglie da cui sono stati allontanati o separati 70 anni prima, a causa della fondazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948. Lo Stato Ebraico, dal canto suo, sostiene che le proteste e le manifestazioni siano organizzate dal gruppo islamista Hamas, il quale controlla la Striscia di Gaza, e nega al Paese il diritto di esistere.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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