Siria: truppe USA intendono armare milizie curde prima del loro ritiro

Pubblicato il 29 dicembre 2018 alle 17:02 in Siria USA e Canada

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I comandanti delle forze USA in Siria, in procinto di ritirarsi per volere del presidente americano, Donald Trump, hanno intimato che venga concesso alle milizie curde delle People’s Protection Units (YPG), impegnate nella lotta contro l’Isis e minacciate dalla Turchia, di rifornirsi di armi americane, rischiando di suscitare le ire di Ankara.

A renderlo noto sono stati, sabato 29 dicembre, 4 ufficiali americani, tre dei quali, in condizioni di anonimato, hanno spiegato che le raccomandazioni fanno parte di un progetto discusso e disegnato dall’esercito statunitense. Non è ancora chiaro, tuttavia, se si tratti delle consegne definitive che il Pentagono farà alla Casa Bianca, in quanto le discussioni strategiche e militari sono tuttora in corso all’interno dell’organo americano, come ha chiarito un portavoce, il Comandante Sean Robertson, e non è stata ancora definita una linea di intervento ufficiale. Il piano definitivo verrà presentato alla Casa Bianca nei giorni a venire, e spetterà al presidente Trump dare l’approvazione ultima affinché si concretizzi. Il Pentagono ha reso noto che commentare allo stato attuale le conseguenze degli armamenti americani in Siria è prematuro e “inappropriato”.

Gli ufficiali americani si sono detti inquieti dopo l’annuncio del presidente Trump inerente al ritiro dell’esercito dalla Siria, e molti di loro sono avversi al progetto in quanto ritengono questa decisione un tradimento nei confronti delle milizie delle People’s Protection Units, le quali nel corso del 2018 si sono impegnate congiuntamente alle unità USA per sconfiggere gli estremisti nella Siria nord-orientale.

Uno dei quattro ufficiali ha spiegato che gli Stati Uniti avevano riferito alle YPG che le avrebbero armate finché non si fosse conclusa la battaglia contro lo Stato Islamico. Una volta conclusasi, gli USA avevano garantito alla Turchia che le armi sarebbero state recuperate. La fonte ha però puntualizzato che i combattimenti non sono ancora terminati, commentando: “Non possiamo semplicemente iniziare a chiedere indietro le armi”. Inoltre, lasciare gli armamenti alle milizie curde potrebbe servire per rassicurarle che gli alleati americani non le stanno “abbandonando”. Tuttavia, la Turchia mira a far confiscare le armi USA, quindi se le notizie trapelate dagli ufficiali si riveleranno esatte, le tensioni tra Ankara e Washington rischierebbero di intensificarsi fortemente, suscitando una reazione avversa della Turchia.

Inoltre, nonostante il Pentagono tenga traccia di tutte le armi fornite alle YPG, secondo le fonti militari sarebbe pressoché impossibile rintracciare e recuperare tutto l’equipaggiamento. “Come le riprenderemmo, e chi le riprenderebbe?”, ha evidenziato uno dei quattro ufficiali che hanno parlato con i giornalisti di Reuters, concludendo: “L’idea che saremo in grado di riprenderle tutte è stupida. Quindi le lasciamo dove stanno”.

Venerdì 28 dicembre, l’esercito siriano è entrato a Manbij, città chiave del Nord della Siria, situata a 30km dal confine con la Turchia, per la prima volta in oltre 6 anni. L’ingresso dei soldati siriani a Manbij è avvenuto su richiesta dei curdi che, dopo l’annuncio da parte del presidente americano, Donald Trump, in merito al ritiro delle truppe USA dalla Siria, hanno chiesto appoggio direttamente al regime siriano per contrastare le offensive turche. La Turchia aveva cominciato a rinforzare le sue posizioni su entrambi i propri confini con la Siria già domenica 23 dicembre, subito dopo che Ankara e Washington si erano accordate per coordinare il ritiro degli Stati Uniti dal Paese mediorientale.

Il 19 dicembre, Trump aveva ordinato il ritiro di 2.000 truppe americane dalla Siria, ponendo fine improvvisamente alla campagna militare contro lo Stato Islamico e cedendo, di fatto, un Paese mediorientale strategico alla sferra di influenza della Russia e dell’Iran. “Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria, che era l’unica ragione per essere presenti là durante la mia presidenza”, aveva motivato Trump in quell’occasione. Tale drastico cambiamento strategico aveva fatto sì che il giorno successivo, giovedì 20 dicembre, il segretario della Difesa, Jim Mattis, annunciasse le sue dimissioni per divergenza di vedute.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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