Trump ritira i soldati dalla Siria

Pubblicato il 24 dicembre 2018 alle 9:03 in Il commento Siria

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Trump ha deciso di ritirare i soldati americani dalla Siria. Le conseguenze immediate sono state due. Sul piano estero, la decisione è stata lodata da Putin, il quale è sempre più nella condizione di riconquistare tutta la Siria e sottoporla al controllo di Bassar al Assad, infeudato alla Russia. Sotto il controllo di Assad significa infatti sotto il controllo di Putin. La presenza dei soldati americani aveva finora impedito a Putin di lanciarsi alla riconquista di tutto il territorio siriano. La struttura delle relazioni internazionali non concepisce uno scontro diretto tra russi e americani. Non è mai accaduto e non poteva accadere in Siria. Tant’è vero che Trump ha telefonato a Putin tutte le volte che ha lanciato i missili contro Damasco per dargli il tempo di porre i soldati russi al sicuro. La ragione è che una guerra diretta tra Russia e Stati Uniti devasterebbe entrambi favorendo l’ascesa di una terza potenza. È già accaduto con la seconda guerra mondiale. Gli Stati europei, che dominavano il mondo, si distrussero tra loro. L’Europa perse la sua centralità in favore di Russia e Stati Uniti, che la invasero e sottomisero. Per poter sperare di riunificare la Siria, Putin ha bisogno che Trump abbandoni il terreno. Avverrà e Putin ringrazia.    

Sul piano interno, la decisione di Trump ha provocato le dimissioni di Jim Mattis, segretario alla difesa, il quale interpreta il malcontento degli americani che vorrebbero rimanere in Siria per creare un piccolo feudo da espandere con il tempo. La loro obiezione si riassume come segue: “Abbiamo faticato tanto per mettere un piede in Siria. Perché toglierlo?”. La decisione di Trump mostra quanto la politica internazionale sia largamente sottratta alle regole della democrazia. I popoli, inclusi gli americani, non prendono quasi nessuna decisione nello  svolgimento della politica estera. Quando raramente accade, sono i capi di Stato a decidere come deve accadere. La Brexit lo dimostra e la Siria lo conferma. Il ritiro di Trump dalla Siria è stato quasi certamente concordato con Putin a porte chiuse, nell’incontro in Finlandia, a Helsinki, il 16 luglio 2018. I capi di Stato mentono o dissimulano di continuo, come documenta John Mearsheimer nel suo splendido volumetto Verità e bugie nella politica internazionale (Luiss University Press, 2018). Trump non ha mentito; ha dissimulato. I missili lanciati il 14 aprile 2018 contro Damasco per punire Assad dell’uso dei gas contro i civili hanno distolto l’attenzione pubblica dalle sue reali intenzioni. I missili suggerivano una crescita dell’impegno americano nella guerra civile in Siria. Tre mesi dopo, Trump ha chiuso il patto con Putin in Finlandia. I più grandi capi di Stato, negli incontri a porte chiuse, non parlano di problemi coniugali. Parlano di politica di potenza, che raggiunge la sua massima intensità nel fenomeno della guerra. 

Dissimulatore, ma non bugiardo. Dev’essergli riconosciuto. Trump, sin dalla campagna elettorale, aveva dichiarato di ambire a un accordo con Putin sulla Siria. Forze troppo grandi si sono levate contro di lui, compreso il partito repubblicano. Forze imponenti, che Trump non ha saputo piegare. Inesperto, si è lanciato contro un “maschio politico” ed è stato più volte risospinto dalla possente fortificazione. Ha fatto un passo indietro, l’ha aggirata e ha vinto. Ha dimostrato di avere non soltanto le doti del leone, ma anche quelle della volpe. 

Si tratta adesso di capire che cosa Putin possa avere promesso a Trump in cambio del ritiro delle truppe dalla Siria. I due non possono stabilire un accordo “globale”. I conflitti sono troppo numerosi e coinvolgono troppi alleati per essere placati con un’unica stretta di mano. Le questioni devono essere affrontate separatamente. Che Trump abbia chiesto una distensione in Ucraina dell’est è difficile immaginarlo. È prioritaria per Giuseppe Conte e Matteo Salvini, che ambiscono al ritiro delle sanzioni contro la Russia. Lo è ancor di più per Angela Merkel e Emmanuel Macron, non per gli Stati Uniti. Se la Siria ha importanza vitale per Putin, Trump deve avere chiesto qualcosa di altrettanto importante per gli Stati Uniti, non di certo per l’Europa. Le priorità americane sono due: al primo posto è la Cina e al secondo la Corea del Nord. Per contenere questi due Paesi, Trump ha bisogno di Putin. Il modo di questa collaborazione prenderà forma con il tempo, se resterà tempo. La rielezione di Trump non è scontata.

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Articolo apparso sul “Messaggero” nella rubrica domenicale ATLANTE. Per gentile concessione del direttore del Messaggero. 

di Alessandro Orsini

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