Il Burundi non vuole ritirare le proprie truppe dalla Somalia

Pubblicato il 24 dicembre 2018 alle 11:16 in Africa Burundi

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Il Burundi ha dichiarato che non ritirerà i 1.000 soldati che partecipano alla missione di peacekeeping dell’Unione Africana (AU) in Somalia, come invece richiesto dalla AU, entro il 28 febbraio 2019.

Il portavoce dell’esercito del Burundi, il colonnello Floribert Biyereke, ha reso noto che i soldati chiederanno al governo di negoziare con l’Unione che ogni Paese membro ritiri un numero proporzionale di truppe, e non che sia solo lo Stato africano a dover richiamare i propri militari. Secondo quanto riporta Africa News, il Burundi è il secondo Paese per numero di soldati che partecipano alle missioni di peacekeeping, con 5.400 soldati, secondo solo all’Uganda che ne ha 6.200, e seguito da Gibuti, Kenya ed Etiopia.

L’Unione Africana sta gradualmente ritirando le forze dell’Amisom, la sua missione in Somalia, dove l’esercito locale sta diventando sempre più autonomo. Tale missione è stata avviata nel 2007 in supporto al fragile governo somalo, appoggiato dalla comunità internazionale, di fronte alle offensive dell’organizzazione jihadista al-Shabaab, attiva ancora oggi nel paese del Corno d’Africa. La richiesta dell’AU ha portato ad un contrasto con il Burundi, il quale ritiene che il ritiro delle sue truppe provocherebbe un tracollo finanziario per il Paese. La sua partecipazione all’Amisom costituisce una fonte di valuta forte, poiché l’AU fornisce circa 18 milioni di dollari per ogni tot di soldati.

Il Burundi, uno dei Paesi più poveri al mondo, è caratterizzato da una forte instabilità politica. Nell’aprile 2015, quando il presidente Pierre Nkurunziza, in carica dal 26 agosto 2005, ha deciso di rimanere al potere per il terzo mandato consecutivo, violente proteste sono scoppiate in tutto il Paese, costringendo più di 380.000 persone a rifugiarsi negli Stati confinanti, soprattutto in Tanzania. Nonostante la situazione di altissima tensione, il governo del Burundi si è opposto all’invio da parte delle Nazioni Unite di truppe di peacekeeper all’interno dei propri territori per calmare le tensioni. I diritti umani vengono violati sistematicamente da parte delle forze governative, le quali hanno il pieno controllo sulla società, ricorrendo a pratiche di tortura e detenzione su larga scala.

Il 29 luglio 2016, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha inviato un contingente di polizia in Burundi, formato da 228 ufficiali, per monitorare la situazione. Secondo quanto riportato dal Security Council Report, entro la fine del mese, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe valutare se estendere il mandato del contingente di polizia per un altro anno. Amnesty International riporta che fosse comuni vengono scoperte sistematicamente attraverso l’analisi di immagini e video satellitari. Dall’inizio dei disordini, centinaia di persone sono state uccise nel corso di raid governativi e di attacchi esplosivi perpetrati da bande armate locali, le quali continuano a colpire i principali centri urbani.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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