Trump ordina il ritiro delle truppe americane dalla Siria

Pubblicato il 20 dicembre 2018 alle 10:03 in Siria USA e Canada

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Il presidente Donald Trump ha ordinato il ritiro di 2.000 truppe americane dalla Siria, ponendo fine improvvisamente alla campagna militare contro lo Stato Islamico e cedendo, di fatto, un Paese mediorientale strategico alla sferra di influenza della Russia e dell’Iran.

“Abbiamo sconfitto l’ISIS in Siria, che era l’unica ragione per essere presenti là durante la mia presidenza”, ha motivato Trump, aggiungendo che è tempo che i soldati statunitensi tornino a casa. Alcuni ufficiali americani hanno riferito che i termini del ritiro delle truppe non sono ancora stati finalizzati, ma pensano che verrà completato entro la metà di gennaio. Come nota in New York Times, con tale mossa, il leader della Casa Bianca ha rispettato ciò che aveva espresso diverse volte, ovvero la volontà di disimpegnare l’esercito USA in Siria, non dando ascolto ai consigli e ai piani dei suoi consiglieri civili. La decisione, inoltre, porta disordine nell’ambito della strategia americana in Medio Oriente, scuotendo altresì alleati come la Gran Bretagna, Israele ed i curdi-siriani, che sono stati un alleato chiave nella lotta contro l’ISIS.

Nonostante la Casa Bianca non abbia fornito un piano specifico, gli ufficiali del Dipartimento della Difesa hanno riferito che Trump ha ordinato di completare il ritiro in 30 giorni. L’annuncio ha sollevato un’ondata di proteste in seno al Congresso, dove persino i sostenitori repubblicani di Trump, come il senatore Lindsey Graham, della Carolina del Sud, hanno affermato che il presidente è completamente “accecato”. La leader della Casa dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, ha suggerito che Trump abbia agito in questo modo “per motivi personali o politici”, e non nell’interesse della sicurezza nazionale.

Il quotidiano americano nota che, come molte altre mosse dirompenti di Trump, questa decisione era prevedibile, in quanto, da più di un anno, dal momento che l’ISIS è stato sconfitto militarmente sia in Siria sia in Iraq, il presidente ripeteva ai suoi consiglieri di voler ritirare le truppe dal Paese mediorientale.  Il segretario della Difesa, James Mattis, e altri ufficiali di sicurezza ritengono che questa decisione verrà interpretata come “un voler cedere la Siria alla Russia e all’Iran”. La politica di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, al contrario, ha sempre mirato a contrastare le politiche di questi due Paesi, i quali sono i principali sostenitori del regime del presidente siriano, Bashar al-Assad. Mattis e gli altri ufficiali, inoltre, ritengono che l’abbandono degli alleati curdi avrà effetti negativi sugli sforzi americani di guadagnare e mantenere la fiducia dei combattenti locali per le operazioni antiterrorismo in Paesi come l’Afghanistan, lo Yemen e la Somalia.

Come era prevedibile, il Ministero degli Esteri russo ha accolto la notizia positivamente, riferendo che il ritiro delle truppe americane ha creato una prospettiva per una soluzione politica alla guerra civile in Siria. Trump ha invece informato telefonicamente il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, della propria decisione. Dal momento che l’appoggio americano ai combattenti curdi-siriani era un elemento di tensione tra Washington e Ankara, non c’è dubbio che quest’ultima abbia apprezzato la decisione del leader della Casa Bianca. Per Ankara i militanti delle People’s Protection Forces (YPG), parte delle Syrian Democrtatic Forces (SDF), coalizione di curdi e arabi locali, sono terroristi al pari del Kurdistan Workers’ Party (PKK). Per gli USA, invece, le YPG non sono terroristi e, al contrario, hanno fornito un contributo fondamentale nella lotta contro l’ISIS. Proprio in questi giorni, Erdogan ha annunciato l’avvio di un’operazione militare nel Nord della Siria per eliminare i “terroristi separatisti”, ed impedire che il territorio finisca nelle loro mani. Il timore della Turchia è che, se una porzione del territorio siriano finisse nelle mani dei curdi-siriani, i curdi presenti in Turchia potrebbero insorgere e rivendicare a loro volta parti di territorio.

Gli Stati Uniti erano intervenuti nel conflitto siriano il 15 giugno 2014 con l’operazione Inherent Resolve, nonostante la contrarietà del presidente al-Assad, che aveva definito la mossa americana “illegittima e illegale”. Inherent Resolve, l’operazione militare statunitense contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, avviata su richiesta ufficiale di sostegno avanzata dal governo iracheno, era iniziata come supporto militare alle forze curde che combattono l’ISIS. In seguito si è espansa includendo altresì altre missioni mirate a mantenere la pace tra le forze del regime e i ribelli siriani e ad aiutare nella ricostruzione del Paese.

Il 14 dicembre, i combattenti delle SDF, con l’appoggio della coalizione internazionale a guida americana, hanno liberato la città di Hajin, nell’Est della Siria, dal controllo dello Stato Islamico che, ad oggi, è ancora presente in alcune zone della provincia di Deir Ezzor. Nonostante ciò, molti esperti sostengono che la guerra contro i terroristi non sia ancora terminata, poichè l’ISIS, da tempo, si sta riorganizzando e ristrutturando per poi lanciare nuove offensive. 

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Sofia Cecinini

di Redazione

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