Myanmar: attacchi a civili buddhisti causano operazioni di repressione contro Rohingya

Pubblicato il 20 dicembre 2018 alle 18:27 in Asia Myanmar

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Le forze di polizia del Myanmar stanno conducendo nuove offensive contro la minoranza Rohingya nello Stato di Rakhine, secondo quanto riportato da ChannelNewsAsia.

L’ufficio del comandante delle forze armate ha comunicato che le nuove ronde di repressione sono state scatenate, a seguito di diversi attacchi nei quali 4 buddhisti locali sono stati uccisi e altri 2 sono stati feriti. La responsabilità delle violenze, verificatesi intorno alla sera del 17 dicembre a Pyu Ma Creek nella cittadina di Maungdaw nel nord dello Stato, è stata attribuita alla minoranza musulmana.

Il comandante dell’esercito, Min Aung Hlaing, ha dichiarato sul suo sito ufficiale che le forze di sicurezza sono nuovamente attive e stanno portando avanti “operazioni punitive” nella piccola città. Secondo la versione riportata, 4 uomini, buddhisti, non sono tornati dalla pesca e sono stati successivamente trovati sulla sponda del torrente con una fessura alla gola. Lo stesso giorno, due membri di un’altra minoranza etnica buddista sono stati attaccati mentre pescavano lungo il torrente da 6 uomini “che parlavano in bengalese”. I due, rimasti feriti, sono riusciti a fuggire. Le autorità, secondo Hlaing, tutt’ora non conoscono l’identità degli aggressori.

L’entità delle nuove azioni repressive nei confronti della minoranza musulmana non sono ancora note.

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze hanno subito un’escalation nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati a delle stazioni di polizia da alcuni militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh.  L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono stati ritenuti responsabili di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano pulizia etnica. Le autorità dello Stato hanno rigettato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

Nell’ultimo periodo, la situazione nel nord dello Stato di Rakhine è particolarmente tesa, dal momento che il governo sta cercando di avviare un processo di rimpatrio. I Rohingya rifugiati in Bangladesh si sono rifiutati di tornare, poiché le autorità non hanno ancora garantito diritti, cittadinanza e sicurezza. D’altro canto, i Rohingya ancora in Myanmar sono sempre più isolati e nell’ultimo mese diverse barche, con a bordo uomini, donne e bambini che cercano di fuggire sono state fermate dalla polizia. La minoranza è stata a lungo perseguitata ed è ancora soggetta a condizioni di apartheid a Rakhine, non avendo accesso all’assistenza sanitaria e vedendosi ridotta la libertà di movimento. Molti dei Rohingya fuggiti temono anche che, in loro assenza, il Myanmar stia cancellando tutti i segni della loro storia locale.

La comunità internazionale si sta muovendo per cercare una soluzione. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu sta valutando di attuare una risoluzione che spinga il Paese asiatico a lavorare con le Nazioni Unite per affrontare la crisi dei rifugiati Rohingya. La Cina e la Russia, tuttavia, hanno finora boicottato i colloqui per la stesura della risoluzione che, secondo l’agenzia Reuters, è fortemente voluta dal Regno Unito. La bozza di risoluzione mira a stabilire un calendario per il governo birmano che consenta il ritorno dei rifugiati Rohingya dal vicino Bangladesh. Secondo i funzionari diplomatici, l’Onu, attraverso questo documento, vorrebbe richiamare alla responsabilità il Myanmar sulla questione dei Rohingya.

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di Redazione

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