15 dicembre: concilio ecclesiastico per l’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina

Pubblicato il 14 dicembre 2018 alle 12:30 in Russia Ucraina

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Il Capo spirituale della Chiesa ortodossa russa, Cirillo I, ha invitato le Nazioni Unite, i leader di Germania e Francia, il Papa ed altri capi spirituali a proteggere i credenti ucraini di fronte alle pressioni effettuate sui chierici designati da Mosca.

I chierici ucraini si incontreranno questo sabato in un concilio ecclesiastico al fine di creare una chiesa autocefala, adottarne lo statuto e scegliere il suo nuovo capo spirituale. Secondo quanto riferito dal New York Times, le autorità ucraine hanno aumentato le pressioni sui sacerdoti per sostenere tale decisione. Anche il Washington Post riporta che, in questa delicata fase che precede il concilio del 15 dicembre, le autorità ucraine stanno cercando di dipingere gli ortodossi russi presenti in ucraina come dei sostenitori dei separatisti che stanno combattendo nel Donbas.

Il quotidiano americano riferisce inoltre che, con l’aumentare della tensione, il servizio di sicurezza nazionale ucraino ha cercato le Chiese ortodosse russe e le abitazioni dei loro preti in diverse città del Paese, effettuando pressioni sugli interessati. L’agenzia ha inoltre sottoposto ad interrogatori dozzine di sacerdoti.

L’attuale leader ucraino Petro Poroshenko si è fortemente battuto per riuscire a stabilire una chiesa ortodossa nazionale, in modo da recidere i suoi legami secolari con il clero russo. Secondo le autorità ucraine, si tratta di un passo necessario per fronteggiare l’intromissione di Mosca all’interno del territorio del loro Paese. Secondo il Washington Post, Poroshenko ha reso il raggiungimento dell’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina uno dei punti di forza della sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali previste per il prossimo 31 marzo, in cui sfiderà Julija Timoshenko.

L’autocefalia sembra non essere l’unica mossa intrapresa da Poroshenko in vista delle prossime elezioni, secondo alcuni esperti. Anche la decisione di introdurre la legge marziale, formalizzatasi lunedì 26 novembre con il via libera del Parlamento, all’indomani dell’incidente dello stretto di Kerch, è stata vista da alcuni critici come un mezzo per rafforzare la sua posizione, come ha scritto il  Washington Post. Nello specifico, Maxim Eristavi, ricercatore del Consiglio Atlantico, ha dichiarato che “Poroshenko vuole ottenere un vantaggio nella sua campagna elettorale”, spiegando che il Presidente ucraino “sta giocando la carta del comandante, che indossa l’uniforme militare per far notare che è lui al controllo”.

A lasciare perplessi gli osservatori che oggi criticano la linea adottata da Poroshenko, riconducendola ad uno stratagemma elettorale, è il fatto che l’incidente di Kerch sia stata la prima occasione in cui il Presidente ucraino ha deciso di ricorrere a tale rimedio, a cui addirittura si oppose durante una delle pagine più complesse della guerra ibrida tra Mosca e Kiev, ovvero l’annessione della Crimea. A spiegare tutto ciò è stato John Herbst, ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina dal 2003 al 2006, che ha affermato: “I cittadini volevano la legge marziale quattro anni fa, e Poroshenko era contrario”.

Oltre alla decisione di applicare la legge marziale, per un periodo di 30 giorni e nelle aree più vulnerabili ad un potenziale attacco russo, ovvero in 10 delle 27 regioni del Paese, Kiev ha preso un’altra misura nell’ambito del suo confronto con Mosca. Venerdì 30 novembre è stato proibito l’ingresso nel Paese agli uomini russi di età compresa tra i 16 ed i 60 anni al fine di impedire la formazione di un esercito privato capace di combattere nel suolo ucraino e “proibire a Mosca di portare avanti le operazioni che aveva pianificato nel 2014”, come ha scritto Poroshenko in un tweet riportato dal Kyiv Post.

Il percorso verso l’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina ha avuto inizio l’11 ottobre quando, al termine di un sinodo di tre giorni, il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I ha appoggiato la richiesta dell’Ucraina di stabilire una chiesa autocefala. In quell’occasione, sono state adottate diverse decisioni per aprire a Kiev la strada verso l’autocefalia. Tra queste, vi è la riabilitazione del Patriarca ucraino Filarete, che era stato scomunicato dalla Chiesa Ortodossa russa nel 1997, quando era alla guida del Patriarcato di Kiev, formatosi dopo il collasso dell’Unione Sovietica del 1991. Filarete sosteneva una Chiesa ucraina indipendente ed un’integrazione più stretta con l’Occidente. Ad oggi, Filarete, apertamente critico nei confronti dell’attuale leadership russa, spera di guidare la Chiesa indipendente ucraina.

 Un’altra decisione presa a favore di Kiev è l’abolizione della lettera sinodale del 1686, che dava al Patriarca di Mosca la facoltà di ordinare il Capo della Chiesa di Kiev, come riporta il Financial Times. In questo modo, la Chiesa di Kiev è stata portata fuori dalla giurisdizione canonica di Mosca, come spiega l’agenzia di stampa ucraina Unian.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Cristina Lipari

di Redazione

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