Cina: Xinjiang, famoso fotografo scomparso

Pubblicato il 11 dicembre 2018 alle 14:11 in Asia Cina

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Da cinque settimane nessuno ha notizie sul fotografo indipendente cinese Lu Guang, prelevato e detenuto dalle autorità cinesi della provincia del Xinjiang all’inizio di novembre, secondo quanto riferito dalla moglie su Twitter.  Si tratta dell’ennesima violazione di diritti umani nella regione interessata da un’aspra campagna di repressione.

Lu Guang – fotografo molto apprezzato in Cina e a livello internazionale per i suoi lavori documentaristici e per il suo impegno a livello umanitario– era stato invitato a recarsi ad Urumqi, la capitale provinciale del Xinjiang, a inizio novembre per condurre un workshop fotografico settimanale dedicato ai giovani fotografi della regione. Alla fine della settimana di permanenza nel Xinjiang, Lu Guang era atteso nel Sichuan – Cina sud-occidentale – per le sue attività umanitarie, ma vi è mai arrivato.

Secondo le fonti cinesi non ufficiali, Lu Guang sarebbe stato prelevato e detenuto insieme al suo sponsor nel Xinjiang dalle forze dell’ordine della provincia mentre viaggiava verso la città meridionale di Kashgar. La moglie del fotografo, Xu Xiaoli, ha affermato di non essere riuscita ad avere contatti con il marito nelle ultime cinque settimane a partire dal 3 novembre, né ha ottenuto riscontri provando a contattare le autorità. Rispondendo a una domanda in merito alla situazione del fotografo, il portavoce del Ministero degli Esteri Geng Shuang ha affermato di non essere a conoscenza del caso.

Lu Guang, 57 anni originario della provincia del Zhejiang, è uno degli attivisti cinesi che ha lasciato il suo Paese per prendere la residenza permanente negli Stati Uniti, dove vive con sua moglie Xu Xiaoli e suo figlio Micheal, nonostante ciò la sua attività lavorativa si svolge prevalentemente in Cina. Le sue opere fotografiche degli ultimi 25 anni sono state incentrate su temi delicati come l’AIDS, i problemi ambientali, di inquinamento e povertà. Il fotografo era consapevole che la sua attività lavorativa e a scopo umanitario lo poneva in pericolo nel suo Paese e, durante un’intervista, aveva dichiarato che proprio nel momento dell’apice del suo successo sarebbe stato maggiormente in pericolo se avesse continuato la sua attività di reportage dei problemi della Cina. Le sue opere, dalla serie di fotografie “Il mio obiettivo non mente” alla sua campagna per la lotta all’AIDS, gli hanno conferito ampia fama sia in patria che all’estero, così come lo hanno portato ad affrontare diversi scontri con le forze dell’ordine e le autorità cinesi.

In particolare, il reportage di Lu Guang sull’AIDS gli aveva causato uno scontro diretto con l’ufficio governativo della provincia dello Henan, allora guidato dall’attuale governatore del Xinjiang, Chen Quanguo. Un amico di Lu Guang ha dichiarato che il fotografo è stato “incauto a recarsi in una provincia dove la situazione è molto tesa e che sta affrontando grandi difficoltà e guidata da un leader politico con cui ha precedentemente avuto scontri”, in un’intervista a The Voice of America.

La situazione critica del Xinjiang

Il rafforzamento delle misure di sicurezza e di sorveglianza e controllo sulla minoranza etnica uigura in Xinjiang è stato intrapreso nel 2009, in seguito a una serie di attacchi violenti nei confronti dei cinesi Han – etnia maggioritaria in Cina.

La situazione è poi peggiorata con un attacco violento a Pechino nel 2013 e l’intensità della repressione del governo provinciale ha raggiunto il suo massimo storico nell’agosto 2016, con l’arrivo del nuovo Segretario del Partito Comunista Cinese, Chen Quanguo e con la promulgazione di una sua ordinanza di “di-estremizzazione”, all’inizio del 2017. Il segretario Chen, che aveva già passato quasi dieci anni a capo del Partito provinciale del Tibet, ha raddoppiato il budget per la sicurezza e ha avviato il reclutamento di ufficiali della polizia, costruito nuove centrali e inviato quadri di etnia Han a vivere con le famiglie uigure, nonché ha voluto l’installazione di telecamere e tecnologie per il riconoscimento facciale in tutta la provincia.

Nel 2017, più di un quinto di tutti gli arresti avvenuti in Cina sono stati nella provincia del Xinjiang, la quale, con i suoi 11 milioni di abitanti, rappresenta meno del 2% della popolazione cinese, secondo un rapporto del gruppo per i diritti umani China Human Rights Defenders. La repressione non si limita alla sola minoranza etnica uigura, ma si estende alle altre minoranze musulmane della provinciale, come i kazaki, i kirgizi e gli hui, nonostante questi ultimi non siano mai stati protagonisti di atti di violenza o di resistenza al governo di Pechino.

La campagna in corso in Xinjiang è la più ampia e la più brutale messa in atto dal regime sin dalla Rivoluzione Culturale – voluta da Mao Zedong dal 1966 al 1969 e mirata a rieducare gli intellettuali cinesi inviandoli a lavorare nelle campagne – paragonabile, attualmente, alla politica di repressione della minoranza Rohingya in Myanmar.

Molti governi occidentali e i gruppi di attivisti per i diritti umani, nonché le Nazioni Unite, stimano che nelle “strutture” per la rieducazione siano detenuti circa un milione di persone – quasi tutti membri delle minoranze etniche di fede musulmana – in una rete di veri e propri campi di rieducazione. Secondo testimonianze dirette raccolte dal Washington Post dai centri sostenute dalle immagini satellitari cinesi e dalle relazioni degli ufficiali cinesi, i campi più che mirare a fornire corsi di formazione, tentano di cancellare il senso di appartenenza ed identità etnica e religiosa dei detenuti attraverso un sistema di ripetizioni, confessioni ed esercitazioni forzate.

Le autorità cinesi, di fronte a queste accuse, sono passate dalla negazione totale dell’esistenza dei campi a una fase di velata difesa dei programmi di rieducazione che nelle ultime settimane è diventata un vero e proprio tentativo di far passare la prospettiva cinese del progetto. Secondo Pechino, infatti, i campi sono necessari per educare la fiera popolazione del Xinjiang composta da quasi 10 milioni di uiguri sparsi su una superficie che è la metà di quella dell’India.

Secondo l’articolo comparso sull’agenzia di stampa ufficiale del governo cinese Xinhua, il programma di detenzione sarebbe il frutto dell’impegno dell’amministrazione provinciale del Xinjiang per ridurre le infiltrazioni di estremisti religiosi nel tessuto sociale e per fornire a coloro che sono stati influenzati dalle ideologie estremiste un’educazione lecita e una formazione professionalizzante all’interno di strutture “umane e orientate alle persone”, in un’area della regione in cui la povertà è molto diffusa e le correnti fondamentaliste religiose si stanno spargendo a macchia d’olio.

La diffusione dell’estremismo islamico ha causato la preoccupazione delle autorità centrali di Pechino che considerano il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso come i “tre mali” da estirpare e hanno avviato un meccanismo di sorveglianza digitalizzata combinato a un sistema di rieducazione che è stato avviato nel 2017. Finora sono stati pochissimi i detenuti ad essere autorizzati a lasciare i campi di rieducazione, ma Zakir ha affermato che saranno molti gli studenti a completare il percorso di formazione e a poter lasciare le strutture entro la fine dell’anno, senza però fornire numeri precisi.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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