Cina: USA revochino mandato d’arresto per CFO di Huawei

Pubblicato il 9 dicembre 2018 alle 17:45 in Cina USA e Canada

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Il Ministero degli Esteri di Pechino ha convocato l’ambasciatore americano, domenica 9 dicembre, per sporgere un reclamo in segno di “forte protesta” in merito all’arresto della direttrice finanziaria di Huawei, esortando gli USA a revocare il mandato d’arresto.

Il viceministro degli Esteri cinese, Le Yucheng, nella giornata di domenica 9 dicembre ha riferito all’ambasciatore americano, Terry Branstad, che gli Stati Uniti hanno avanzato una “domanda irragionevole” al Canada, quando hanno chiesto al Paese vicino di arrestare Meng Wanzhou, CFO di Huawei, mentre la donna viaggiava passando per Vancouver. “Le azioni degli Stati Uniti violano gravemente i diritti leciti e legittimi della cittadina cinese, e sono, per la loro natura, estremamente riprovevoli”, ha riferito il viceministro cinese a Branstad, ribadendo parole già espresse, il giorno precedente, all’ambasciatore canadese.

Le ha inoltre aggiungo che il suo Paese sollecita con urgenza gli Stati Uniti a prestare attenzione alla posizione “solenne e giusta” della Cina e revocare il mandato d’arresto rilasciato per incarcerare la donna. “Come la Cina si comporterà successivamente dipende dalle azioni americane”, ha poi spiegato il diplomatico. Anche venerdì, parlando con l’ambasciatore di Ottawa, il viceministro degli Esteri cinese aveva annunciato che ci sarebbero state “gravi conseguenze” qualora Meng non fosse stata rilasciata tempestivamente.

Meng Wanzhou, la CFO e figlia del fondatore del colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei, era stata arrestata il primo dicembre dalle forze dell’ordine canadesi su mandato degli Stati Uniti, e rischia ora l’estradizione negli Stati Uniti. La donna è accusata da Washington di aver coperto le connessioni dell’impresa cinese con un’azienda che cercava di vendere tecnologie all’Iran nonostante le sanzioni imposte dal presidente Donald Trump.

Sempre domenica 9 dicembre, il senatore americano Marco Rubio, che partecipava all’emissione televisiva della CBS “Face the Nation”, ha reso noto che, fosse per lui, introdurrebbe con un margine di sicurezza del 100% una nuova legge al Congresso con la quale impedire alle aziende delle telecomunicazioni cinesi qualsivoglia tipo di scambio commerciale con Washington. “Bisogna capire che le imprese cinesi non sono come le imprese americane. Okay. Noi non possiamo far sì che Apple hackeri un iPhone per noi neppure durante un’indagine terroristica, mentre quando la Cina chiede a un’azienda di telecomunicazioni di consegnarle tutti i dati raccolti nel Paese in cui essa opera, l’azienda lo fa. Senza ingiunzioni di tribunale. Niente di tutto ciò. Lo fanno e basta. Devono farlo. Dobbiamo comprendere questa differenza”.

Rubio è stato, l’anno precedente, un veemente critico della cinese ZTE Corp, che nel 2017 si è pronunciata colpevole di aver violato le leggi americane secondo le quali i ricavati della tecnologia americana non possono essere venduti a Teheran.

Secondo quanto riportato da Reuters lo scorso aprile, Huawei era già sotto indagine da parte americana sin dal 2016, perché sospettata di violare i controlli statunitensi sui flussi commerciali verso Paesi come Cuba, l’Iran, il Sudan e la Siria. Huawei detiene le licenze di utilizzo di alcune tecnologie statunitensi che, secondo la legge Usa, non possono essere esportate in Paesi come quelli sopra elencati. Secondo Julian Ku, professore della Hofstra University Law School, è comprensibile che gli Usa abbiano voluto punire Huawei per non aver rispettato la legge statunitense e aver importato i suoi prodotti – che utilizzano tecnologie Usa – in Iran.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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