Cina: la base navale in Gibuti è un’apripista?

Pubblicato il 9 dicembre 2018 alle 7:35 in Cina Gibuti

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A un anno dalla sua apertura, la base navale di supporto dell’esercito cinese in Gibuti è diventata sempre più importante grazie alla sua collocazione geografico-strategica che la rende fondamentale per la volontà della Cina di espandere la sua influenza nel Corno d’Africa, forse, persino, con altre basi simili da creare nel futuro prossimo.

I negoziati per l’apertura della base militare tra l’Armata Popolare di Liberazione (APL) – l’esercito della Cina – e il governo del Gibuti erano stati avviati quasi due anni fa e l’11 luglio 2017 una parte della flotta cinese del Mar Cinese Meridionale è giunta sulle coste africane per l’apertura ufficiale della base. La cerimonia di inaugurazione si è svolta il 1 agosto 2017 ed è stata seguita, un mese e mezzo dopo, da diverse esercitazioni militari.

È interessante notare come la Cina abbia, fin dall’inizio, evitato di utilizzare terminologia strettamente militare per riferirsi alla base e l’abbia sempre definita “base di supporto” o “base logistica”, sostenendo che si tratta di una struttura che si occupa in modo primario di attività non militari e sentendo la necessità di pubblicare un articolo sull’agenzia di stampa ufficiale del governo, Xinhua, in cui si ribadiva che il fine della base non era quello dell’espansione militare. Sebbene Pechino affermi che non ha alcuna intenzione di trasformare la struttura in una base militare a tutti gli effetti, tuttavia secondo un’analisi di Stratfor, la base è stata altamente fortificata nel corso dei mesi e vanta uno spazio sotterraneo di 23 mila metri quadrati.

Gli Stati Uniti hanno accusato la Cina di aver utilizzato la base in Gibuti per puntare i suoi laser contro gli aerei statunitensi che si trovavano nelle vicinanze delle coste africane, ma Pechino ha negato e rifiutato le accuse.

Gran parte della tensione per la presenza cinese in Gibuti è dovuta al fatto che molti altri Paesi stanno creando le loro basi militari nel Corno d’Africa per sfruttarne la posizione geograficamente strategica. La base cinese in Gibuti rappresenta per la Cina, così, la possibilità osservare e difendere le rotte commerciali internazionali che passano per lo Stretto di Bab e-Mandeb, considerato come il 4° punto focale nel mondo per le importazioni ed esportazioni di petrolio. Si tratta anche di uno stretto marino situato vicino alla Somalia le cui coste sono caratterizzate dalla presenza di pirati, dunque di un’area spesso interessata da attività di anti-pirateria condotte dai diversi Stati interessati alla tutela delle rotte commerciali.

Proprio a causa della necessità di condurre spesso attività anti-pirateria e anti-terrorismo nella zona, gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone e l’Italia hanno tutti basi militari in Gibuti. Quella Usa di Camp Lemmonier è l’unica base permanente americana sul continente africano, con uno stanziamento di 4 mila soldati.

Il coinvolgimento dell’esercito cinese nel Corno d’Africa è anch’esso volto, principalmente, a portare avanti le missioni anti-pirateria già avviate da una decade. Ad oggi, sono state aggiunte altre attività di supporto come la raccolta di informazioni di intelligence, le operazioni di evacuazione, il sostegno al peacekeeping e all’anti-terrorismo.

Si tratta di operazioni allineate con la macro-strategia cinese che mira ad espandere l’influenza di Pechino, anche in termini di impegno militare, dal Mar Cinese Meridionale verso l’Africa Orientale. Perché tale obiettivo sia raggiungibile, la Cina ha innanzitutto bisogno di una marina forte e in grado di essere presente e di avventurarsi lontano dalle coste nazionali. Le basi navali, come quella in Gibuti, hanno un ruolo centrale in questo quadro, insieme alla sempre maggiore frequenza di visite da parte delle flotte cinesi nei porti degli altri Paesi.

La base cinese in Gibuti è stata costruita sotto l’egida di rapport economici bilaterali sempre più stretti che hanno permesso a Pechino la costruzione della base, nonostante le resistenze incontrate da parte degli Stati Uniti. La Import-Export Bank of China ha concesso prestiti al Gibuti dal valore di 1 miliardo di dollari e Pechino sembra aver finanziato quasi il 40% dei progetti infrastrutturali su grande scala e degli investimenti del Gibuti come quelli che interessano il porto di  Doraleh Multipurpose, la ferrovia Gibuti-Etiopia e il sistema di condutture idriche Gibuti-Etiopia.

La presenza di Pechino in Gibuti potrebbe essere foriera di altri progetti simili nella regione dell’Africa Orientale, come lascia presupporre anche la sempre maggiore presenza di investimenti cinesi nei Paesi africani sotto l’egida dell’iniziativa Belt and Road voluta dal presidente Xi Jinping per collegare Asia-Africa ed Europa lungo quelle che furono le rotte delle antiche Vie della Seta, marittime e terrestri. La presenza militare diventa necessaria per la Cina per garantire e tutelare la sicurezza e la stabilità degli investimenti che il Paese sta facendo nel continente africano, soprattutto di fronte a pericoli come la pirateria e il terrorismo. La base cinese in Gibuti può essere, a un anno dalla sua costruzione, vista come un primo esperimento del governo di Pechino di creazione di una base navale all’estero che, se di successo, potrebbe aprire la strada ad altri progetti simili in altri Paesi africani nel futuro prossimo.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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