Onu respinge condanna contro Hamas proposta dagli USA

Pubblicato il 7 dicembre 2018 alle 11:46 in Palestina USA e Canada

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L’Assemblea Generale dell’Onu ha respinto la risoluzione proposta dagli Stati Uniti volta a condannare Hamas, una delle due anime del movimento palestinese, che controlla la città di Gaza.

La risoluzione, appoggiata fortemente da Israele, necessitava dei due terzi della maggioranza per essere adottata. Tuttavia, 87 nazioni hanno votato a favore, 57 si sono dichiarate contrarie e 33 si sono astenute, così che la soglia della maggioranza stabilita non è stata raggiunta. La proposta è stata una delle ultime azioni di Nikki Haley in qualità di ambasciatrice degli USA all’Onu, dal momento che, alla fine dell’anno, lascerà la carica. Prima delle votazioni, Hailey aveva esortato gli Stati membri delle Nazioni Unite ad appoggiare la risoluzione, in quanto Washington la considerava molto importante. “Prima che l’Assemblea Generale possa appoggiare un compromesso e la riconciliazione tra i palestinesi ed Israele, deve condannare, incondizionatamente e inequivocabilmente, il terrorismo di Hamas”, aveva dichiarato Haley.

Il corrispondente di al-Jazeera, James Bays, ha riferito che il meeting è stato molto intenso, in quanto i membri dell’Assemblea Generale hanno dovuto concordare una determinata maggioranza. “La maggioranza è stata raggiunta, ma non quella dei due terzi, quindi la risoluzione americana non è riuscita a passare”, ha spiegato Bays.

Da parte sua, Hamas ha ringraziato i membri dell’Onu attraverso un comunicato per essere stati dalla parte della sua causa ed ha attaccato Haley, definendola estremista e “sostenitrice del terrorismo sionista in Palestina”. Il portavoce di Hamas, Sami Abu Zahri, ha descritto le votazioni uno “schiaffo” all’amministrazione Trump, che sostiene la posizione di Israele nella risoluzione del processo di pace in Medio Oriente. “Il fallimento dell’iniziativa americana in seno all’Onu è una conferma alla legittimità della resistenza”, ha scritto Zahri su Twitter. Il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha accolto il respingimento della risoluzione positivamente, dichiarando che la presidenza palestinese non permetterà che la lotta dei palestinesi venga condannata.

L’ambasciatore di Israele all’Onu, Danny Danon, ha riferito che il comportamento dei Paesi che hanno votato contro la risoluzione è una vergogna. Allo stesso modo, il premier Benjamin Netanyahu ha condannato l’accaduto. “Ringrazio l’amministrazione americana e la sua ambasciatrice alle Nazioni Unite, Nikki hailey, per l’iniziativa”, ha affermato il leader israeliano.

La Striscia di Gaza, dove vivono circa 2 milioni di palestinesi, da più di dieci anni, è soggetta a un blocco da parte di Israele. Nel 2006, quando Hamas vinse le elezioni parlamentari in tale territorio, battendo al-Fatah, l’altra principale fazione palestinese, le tensioni sfociarono in un conflitto che le contrappone ancora oggi. Una volta che Hamas prese il controllo effettivo della Striscia di Gaza, Israele reagì imponendo un blocco via mare, terra e aria, impedendo altresì ai residenti dell’area di lavorare in territorio israeliano. L’Egitto, in appoggio a Israele, ha contribuito a isolare efficacemente la Striscia, ad oggi definita “una delle prigioni più grandi al mondo”. L’isolamento ha devastato l’economia locale e ha impoverito la popolazione, lasciando il 60% dei residenti senza un lavoro, elettricità adeguata e servizi sanitari.

Israele considera Hamas uno dei suoi peggior nemici per tre ragioni. La prima è che Hamas e Israele sono in guerra permanente: una guerra che si interrompe e che riprende in modo ciclico, creando un clima psicologico basato sulla certezza che presto un conflitto scoppierà di nuovo. La seconda ragione è che Hamas ha fatto ricorso al terrorismo contro i civili israeliani. Uno degli attentati più sanguinari fu realizzato contro la pizzeria Sbarro di Gerusalemme, il 9 agosto 2001, in cui un kamikaze palestinese uccise uomini, donne e bambini. La terza ragione è che Hamas ha goduto dell’appoggio dell’Iran, da cui ha ricevuto molte delle armi che ha utilizzato contro Israele. È noto, infatti, che il governo di Teheran e quello israeliano si odiano profondamente.

Il movimento palestinese è diviso in due anime contrapposte. Da una parte, Hamas, che controlla la città di Gaza e, dall’altra, Al-Fatah, che guida l’Autorità Nazionale Palestinese, il cui centro amministrativo è a Ramallah, in Cisgiordania. L’Autorità Nazionale Palestinese ha sempre fornito il combustibile a Gaza, comprandolo da Israele. Negli ultimi anni, però, ha imposto una serie di misure punitive nella Striscia di Gaza per colpire Hamas. Tra le azioni restrittive vi è l’aumento delle imposte sulle importazioni, quindi anche sul carburante. Hamas, che non può permettersi di pagare i nuovi costi dell’elettricità, ha fatto sì che l’Autorità Nazionale Palestinese dovesse diminuire i pagamenti a Israele, riducendo di anche le importazioni elettriche nella Striscia di Gaza fino al 40%. 

Israele, dal canto suo, fornisce la quantità di carburante pari all’importo che l’Autorità Nazionale Palestinese è disposta a pagare. A fare le spese di questa situazione sono gli abitanti di Gaza che, ogni giorno, possono utilizzare l’energia elettrica per due sole ore. Le misure punitive imposte dall’Autorità Nazionale Palestinese hanno colpito l’unica centrale elettrica presente nella Striscia, che è stata chiusa proprio a causa delle crescenti difficoltà finanziarie. La situazione era stata parzialmente risolta dall’intervento dell’Egitto che, in seguito a un incontro con una delegazione di Hamas, il 4 giugno 2017, aveva inviato a Gaza il carburante necessario per rimettere in moto la centrale elettrica. Il Cairo ha inviato a Gaza un totale di circa quattro milioni di litri di carburante che, tuttavia, non sono stati sufficienti per risolvere definitivamente la crisi.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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