L’autocefalia delle Chiesa ortodossa ucraina: il punto della situazione

Pubblicato il 6 dicembre 2018 alle 14:27 in Russia Ucraina

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In Ucraina, domenica 15 dicembre, si riunirà il concilio ecclesiastico al fine di istituire una Chiesa nazionale autocefala ed eleggerne il leader, come ha dichiarato Petro Poroshenko, mercoledì 5 dicembre. Durante la sua presidenza, Kiev si è fortemente battuta per riuscire a stabilire una chiesa ortodossa nazionale, in modo da recidere i suoi legami secolari con il clero russo. Secondo le autorità ucraine, si tratta di un passo necessario per fronteggiare l’intromissione di Mosca all’interno del territorio del loro Paese, come riferisce Reuters.

Il 3 novembre, Poroshenko e Bartolomeo I, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, hanno firmato un accordo di cooperazione e interazione per il raggiungimento dell’indipendenza della Chiesa Ortodossa ucraina. Tale accordo stabiliva le condizioni per la concessione del tomo dell’autocefalia, processo che procederà in stretta conformità con i canoni della Chiesa Ortodossa.

Il traguardo raggiunto il 3 novembre è il risultato di un percorso che ha avuto inizio quando, l’11 ottobre, al termine di un sinodo di tre giorni, Bartolomeo I ha appoggiato la richiesta dell’Ucraina di stabilire una chiesa autocefala. In quell’occasione, sono state adottate diverse decisioni per aprire al Paese la strada verso l’autocefalia. Tra queste, vi è la riabilitazione del Patriarca ucraino Filarete, che era stato scomunicato dalla Chiesa Ortodossa russa nel 1997, quando era alla guida del Patriarcato di Kiev, formatosi dopo il collasso dell’Unione Sovietica del 1991. Filarete sosteneva una Chiesa ucraina indipendente ed un’integrazione più stretta con l’Occidente. Ad oggi, Filarete, apertamente critico nei confronti dell’attuale leadership russa, spera di guidare la Chiesa indipendente ucraina.

 Un’altra decisione presa a favore di Kiev è l’abolizione della lettera sinodale del 1686, che dava al Patriarca di Mosca la facoltà di ordinare il Capo della Chiesa di Kiev, come riporta il Financial Times. In questo modo, la Chiesa di Kiev è stata portata fuori dalla giurisdizione canonica di Mosca, come spiega l’agenzia di stampa ucraina Unian.

 Dal 25 novembre, giorno in cui ha avuto luogo l’incidente dello stretto di Kerch, i rapporti tra la Russia e l’Ucraina sono caratterizzati da un ulteriore punto di rottura, che ha portato Kiev ad applicare la legge marziale, lunedì 26 novembre, per un periodo di 30 giorni e nelle aree più vulnerabili ad un potenziale attacco russo, ovvero in 10 delle 27 regioni del Paese. Inoltre, venerdì 30 novembre, è stato proibito l’ingresso nel Paese agli uomini russi di età compresa tra i 16 ed i 60 anni al fine di impedire la formazione di un esercito privato capace di combattere nel suolo ucraino e “proibire a Mosca di portare avanti le operazioni che aveva pianificato nel 2014”, come ha scritto Poroshenko in un tweet riportato dal Kyiv Post.

L’istituzione di una chiesa autocefala ucraina non farà che aggravare ulteriormente le tensioni tra i due Paesi. Da Mosca è arrivata una duplice reazione, sia dal Cremlino che dalla Chiesa Ortodossa russa. Il primo ha dichiarato di opporsi a qualsiasi evento che porti a una divisione nella fede Ortodossa. La seconda ha accusato il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli di aver invaso il suo territorio canonico. Come ha spiegato il New York Times, la gerarchia ecclesiastica russa avrebbe intenzione di recidere i legami religiosi tra il Patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli, ed ha impedito a tutti i suoi aderenti di prendere parte a rituali come la comunione, il battesimo e il matrimonio in qualsiasi chiesa controllata dal Patriarcato di Costantinopoli. Tale decisione è stata descritta dal quotidiano newyorkese  come “un altro passo verso uno dei più seri scismi del Cristianesimo da secoli”, dopo lo Scisma d’Oriente e l’avvento della riforma protestante.

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Cristina Lipari

di Redazione

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