L’Iraq, l’instabilità e la corruzione

Pubblicato il 5 dicembre 2018 alle 17:15 in Iraq Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Costantemente al vertice dell’indice di percezione della corruzione di Transparency International, l’Iraq è uno dei Paesi più corrotti del pianeta: come questa caratteristica continua ad affliggere i governi iracheni, dal crollo di Saddam Hussein del 2003.

Nonostante gli sforzi parlamentari, il governo iracheno del primo ministro Adel Abdul Mahdi non è ancora stato formato. I continui tentativi fallimentari potrebbero gettare l’Iraq in un caos ancora più grande. In questa situazione, corruzione e politica appaiono intrinsecamente connessi, secondo quanto riporta il quotidiano The New Arab. Non solo i ministri sono spesso implicati nelle frodi, ma il settore pubblico è sovradimensionato e facile da truffare e si contraddistingue per i con migliaia di impiegati “fantasma” che percepiscono stipendi, senza lavorare in realtà. Secondo i dati parlamentari, dal 2003 questo costo è costato all’Iraq 228 miliardi di dollari, anche se questo numero potrebbe essere significativamente più alto. Le diverse fazioni che si contendono il potere, l’influenza e l’accesso ai fondi del tesoro hanno come primo interesse quello di continuare a finanziare le proprie reti. Nel frattempo, il dissenso sta agitando la popolazione irachena, che si scaglia contro l’inefficienza delle politiche di anti-corruzione promesse da numerose amministrazioni. Tuttavia, anche quando la giustizia riesce ad intervenire, i corrotti spesso subiscono processi “in absentia”, durante i quali i perpetratori si trovano all’estero, dove si godono i guadagni illeciti. I problemi sociali, inoltre, non sono da meno. In Iraq sono scoppiate alcune proteste a sostegno delle donne che subiscono in maniera massiccia violenze domestiche, abusi e sfruttamenti. Con tutti questi problemi convergenti, potrebbe essere solo una questione di tempo prima che un altra violenta ondata di proteste colpisca l’Iraq e scuota le fondamenta del sistema politico del Paese. 

La corruzione rimane uno dei problemi più pressanti. Il Paese ha emesso mandati di cattura per un ex ministro del commercio e due alti funzionari dopo che un tribunale speciale di Baghdad li ha condannati, il 29 novembre, per appropriazione indebita di una cifra pari a 14,3 milioni di dollari, in fondi pubblici. Uno dei condannati è l’ex ministro del Commercio iracheno, Malas Abdulkarim al-Kasnazani. Kasnazani e gli altri due funzionari sono stati processati in contumacia e condannati a sette anni di carcere. Sebbene non sia noto dove si trovino, si sa che sono fuggiti dall’Iraq prima che potessero essere processati e, finora, sono riusciti a sfuggire alla giustizia. Kasnazani è stato brevemente ministro del Commercio nell’amministrazione dell’ex primo ministro Haider al-Abadi, ma è stato licenziato nel 2015 per negligenza nel suo lavoro. L’ex ministro è già risultato colpevole di frode in passato ed è, inoltre, già stato arrestato negli anni ’90, per aver falsificato la firma dell’ex dittatore iracheno, Saddam Hussein. L’Iraq è stato devastato non solo dalle violenze dello Stato Islamico, ma anche da una paralizzante corruzione, che è costata centinaia di miliardi di dollari al Paese. Molti politici hanno promesso azioni contro la corruzione, ma poco è stato fatto e gli obiettivi raggiunti sono quasi inesistenti. Quando le condanne sono pronunciate, di solito questo avviene in contumacia e le incarcerazioni sono sempre più rare. All’inizio di quest’anno, un altro ex ministro del commercio, Abdel Falah al-Sudani, è stato condannato a 21 anni di carcere per “corruzione”, “negligenza” e “cattiva condotta”, mentre era in carica in una speciale corte anti-corruzione inaugurata da Abadi. Sudani ha servito come ministro del commercio anche nell’amministrazione di Nuri al-Maliki, il cui governo è stato spesso accusato di corruzione. 

In tale contesto, i legislatori iracheni hanno di nuovo fallito, martedì 4 dicembre, nel trovare un accordo per la nomina dei nuovi ministri.  Il 24 ottobre Mahdi è stato incaricato dal presidente Barham Salih di formare un governo dopo che il parlamento gli ha concesso il voto di fiducia. Mahdi aveva 40 giorni per la formazione di un nuovo governo, ma questi sono ormai al termine. I due grandi blocchi sciiti guidati dagli islamisti sono in gran parte responsabili di questa inerzia, in quanto non sono riusciti a concordare tra loro dei candidati comuni. Mahdi ha già nominato 14 ministri del suo gabinetto, che hanno ricevuto l’approvazione parlamentare. Tuttavia, la coalizione di Sairoun,  guidata dal leader della milizia Muqtada al-Sadr, è in disaccordo con le scelte del partito della Conquista dell’Alleanza su chi dovrebbero essere gli otto ministri rimasti. Il più grande punto di discussione sembrano essere i Ministeri della Difesa e dell’Interno, due dipartimenti altamente influenti e con budget considerevoli. Il 4 dicembre, numerosi parlamentari hanno boicottato la sessione di voto e, senza il quorum, il voto sulle posizioni ministeriali è stato  nuovamente sospeso. Ora che non è riuscito a formare un governo ed ha superato i 40 giorni, altri candidati potrebbero essere invitati a intervenire, rendendo la posizione del primo ministro ancora più instabile. Se Mahdi vuole salvare questo governo, potrebbe dover sacrificare alcuni dei suoi candidati “tecnocratici”, a favore di candidati filo-iraniani per placare i potenti gruppi fondamentalisti sciiti, molto legati all’Iran. Lo stesso Mahdi ha una solida relazione con Teheran e quindi queste concessioni potrebbero essere solo una questione di tempo.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.