Indonesia: sbarco di 20 Rohingya a Sumatra

Pubblicato il 4 dicembre 2018 alle 16:11 in Asia Indonesia

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Le autorità indonesiane hanno reso noto che un’imbarcazione che trasportava 20 uomini ritenuti essere Rohingya è sbarcata sulla costa nord-orientale dell’isola di Sumatra, in Indonesia, martedì 4 dicembre.

Il comunicato dell’agenzia dislocata nella regione di East Aceh del Comitato nazionale indonesiano per la gestione dei disastri dichiara che i sospetti Rohingya sono sbarcati nella città di Kuala Idi e hanno ricevuto le cure primarie, tra cui cibo e acqua. Le autorità per l’immigrazione stanno raggiungendo Kuala Idi per interrogare i 20 rifugiati, riporta Reuters.

Il capo di un gruppo di pescatori locali, Razali, ha testimoniato allo sbarco e ha riportato ai giornalisti che il gruppo, composto da soli uomini di vent’anni, era diretto in Malesia e che non era ancora chiaro perché si fosse fermato nelle acque indonesiane, avendo ancora benzina per proseguire il viaggio. Non vi è stato ancora nessun commento da parte delle autorità sull’origine dei migranti, se provenissero dal Bangladesh o dal Myanmar.

Si è trattata dell’ultima di una serie di partenze via mare dal Myanmar e dal Bangladesh. Solamente il 30 novembre, la polizia bengalese aveva fermato un’imbarcazione diretta in Malesia con a bordo 10 Rohingya, e il 27 novembre al largo di Dawei, città costiera del Myamar, erano stati arrestati 93 profughi per aver tentato la fuga verso il Paese asiatico.  Nelle ultime settimane, quindi, si è assistito a un consistente flusso migratorio della minoranza Rohingya, sollevando il timore di una nuova ondata di viaggi pericolosi.

Non è la prima volta che la regione asiatica affronta il problema delle tratte clandestine. Nel 2015, dopo il rinvenimento di una fossa comune nel distretto thailandese di Sadao confinante con la Malesia, Bankok aveva attuato delle misure per smantellare tali tratte clandestine e, insieme al governo malese e quello indonesiano, aveva avviato le ricerche per le imbarcazioni adite allo scopo. I ministri degli Esteri dei tre Paesi si sono incontrati nel maggio 2015, dove Malesia ed Indonesia hanno concordato di offrire un rifugio temporaneo ai migranti, a condizione che la comunità internazionale rimpatriasse i rifugiati entro un anno, mentre la Tailandia ha fatto un passo indietro.

La migrazione dei Rohingya, però, è una questione ancora più grave. I membri di tale minoranza sono stanziati in Myanmar dove vivono in una situazione di apartheid, che è sotto i riflettori della comunità internazionale da agosto 2017. La minoranza non è mai stata riconosciuta dal governo birmano, ed è vittima di violenze da parte della maggioranza buddista e dall’esercito nazionale. Tali persecuzioni hanno raggiunto l’apice nell’agosto 2017, dopo che alcuni estremisti islamici Rohingya avevano assaltato due stazioni di polizia. Da quel mese in poi, si è avviato un vero e proprio esodo verso i Paesi confinanti, specialmente in Bangladesh, che, secondo le Nazioni Unite, ha riguardato 700.000 persone. L’ONU, nello stesso agosto, ha mandato un team di ispettori nel Paese asiatico e, in un report, ha accusato diversi rappresentanti dell’esercito birmano di genocidio e di pulizia etnica. Il Paese ha rigettato qualsiasi accusa, incolpando la minoranza di terrorismo.

La gravità della situazione ha spinto il Bangladesh e il Myanmar ad incontrarsi, e nel gennaio 2018 hanno stipulato un accordo che prevede il rimpatrio volontario dei profughi Rohingya. L’accordo è stato denigrato dalle agenzie dell’ONU, che non ritengono ancora sicuro per la minoranza ritornare nel Paese d’origine poiché mancano garanzie di standard di vita e di protezione, ed anche dai Rohingya stessi. Il programma di rimpatrio doveva partire a metà novembre 2018, ma poiché nessun profugo ha accettato di tornare in Myanmar, il Bangladesh ha deciso di posticipare la prima tornata di rimpatri nel 2019, dopo le elezioni nazionali.

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di Redazione

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