Cina: Diffondere l’esperienza del Xinjiang alle altre province

Pubblicato il 4 dicembre 2018 alle 12:05 in Asia Cina

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La linea dura della Cina nei confronti della minoranza etnica uigura nella provincia occidentale del Xinjiang continua, nonostante le condanne e le critiche che giungono dal resto del mondo e Pechino mira a diffondere il modello di “educazione professionale” dei campi presenti nella provincia alle altre regioni con minoranze etniche musulmane importanti.

Il governo cinese continua a portare avanti la sua politica repressiva e di detenzione di massa dei membri delle minoranze etniche musulmane del Xinjiang che vengono rinchiusi in quelli che sono definiti da Pechino centri “per l’educazione professionale e il training”.

L’attenzione internazionale su quanto sta accadendo nel Xinjiang è sempre più alta e lo scorso 26 novembre un gruppo di 278 studiosi afferenti a varie discipline ha pubblicato una dichiarazione congiunta in cui chiedeva alla comunità internazionale di intervenire per fermare la Cina e impedire che “gli abusi di diritti umani di massa e gli attacchi deliberati alle culture indigene del Xinjiang” continuino. La risposta del governo centrale di Pechino è stata quella di affermare che il Xinjiang gode di “stabilità sociale e vive un momento di crescita economica che permette alle persone di avere una vita felice”. Inoltre, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, ha ribadito la condanna da parte della Cina nei confronti di qualsiasi “forza straniera” tenti di interferire con la situazione del Xinjiang che è da considerarsi “affare interno cinese”.

La dichiarazione degli studiosi non è il primo richiamo riguardo alla condotta di Pechino in Xinjiang, già nei mesi passati, il Comitato per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali dell’Onu aveva diffuso selle stime preoccupanti, secondo le quali circa 1 milione di uiguri erano detenuti forzatamente all’interno dei campi in Xinjiang.

La Cina ha inizialmente negato l’esistenza di campi di detenzione nella provincia del Xinjiang – una delle province cinesi in cui la maggioranza della popolazione è di etnia diversa da quella dominante Han – , per poi modificare la sua linea, all’inizio di novembre, di fronte alle continue pressioni da parte dei governi dei Paesi occidentali e delle Nazioni Unite. La nuova linea di Pechino è quella di descrivere i campi di detenzione come delle strutture “gratuite per l’educazione professionale e la formazione” e di giustificarli come misure preventive per evitare la diffusione del terrorismo nella provincia in cui la maggior parte della popolazione è di fede musulmana.

L’ambasciatore cinese negli Stati Uniti, Cui Tiankai, in una intervista a Reuters, ha avvertito gli Stati Uniti che la Cina avrebbe reagito in modo fermo qualora Washington avesse provato a sanzionare gli ufficiali cinesi legati ai “presunti abusi” sulle minoranze etniche musulmane del Xinjiang. L’ambasciatore ha paragonato gli ufficiali cinesi coinvolti nelle attività repressive contro gli uiguri ai soldati statunitensi schierati in Siria e in Iraq e impegnati nella lotta contro l’Isis.

La volontà della Cina di continuare la politica repressiva attualmente in atto nel Xinjiang – considerata una forma di lotta contro la diffusione dell’estremismo islamico e del terrorismo – sembra essere irremovibile e, anzi, Pechino mira ad ampliarla ad altre province di confine in cui le minoranze etniche musulmane sono fortemente presenti. Questo è il caso della Regione Autonoma Hui nella provincia del Ningxia, situata nella Cina centro-settentrionale. Secondo quanto riportato dal Ningxia Daily il 27 novembre, le autorità della provincia dove l’etnia maggioritaria è l’etnia Hui avrebbero siglato un accordo di cooperazione per l’anti-terrorismo con le loro controparti del Xinjiang per imparare dalla loro esperienza nella lotta al terrorismo, nella “gestione degli affari religiosi, nella supervisione degli studenti universitari e nella gestione sociale”.

Negli ultimi 10 anni, il Xinjiang, una delle regioni più vaste della Cina occidentale, ha vissuto una serie di attentati terroristici con esplosioni ed accoltellamenti per cui le autorità cinesi reputano responsabili gli estremisti uiguri. Tra il 2013 e il 2015, i militanti islamici in Siria hanno inviato messaggi a tantissimi abitanti del Xinjiang chiedendo loro di lasciare quelle zone e di unirsi alla loro causa in Medio Oriente.

La diffusione dell’estremismo islamico ha causato la preoccupazione delle autorità centrali di Pechino che considerano il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso come i “tre mali” da estirpare e hanno avviato un meccanismo di sorveglianza digitalizzata combinato a un sistema di rieducazione che è stato avviato nel 2017.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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