Iran: inaugurato nel Golfo cacciatorpediniere Sahand

Pubblicato il 1 dicembre 2018 alle 12:39 in Iran USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La Marina militare iraniana ha inaugurato un cacciatorpediniere interamente prodotto da Teheran il quale, secondo le prime indiscrezioni, si avvarrebbe della tecnologia furtiva “stealth”, in grado di evadere il segnale radar nemico, mentre si aggravano le tensioni tra il Paese e Washington.

Nella giornata di sabato 1 dicembre, in una cerimonia di inaugurazione trasmessa sui canali televisivi nazionali, il nuovo cacciatorpediniere Sahand è entrato ufficialmente a far parte delle forze navali israeliane, venendo trasportato per l’occasione presso una base situata a Bandar Abbas, località che si affaccia sul Golfo Persico.  La nuova nave da guerra Sahand, in base ai dati divulgati durante l’evento, è in grado di affrontare viaggi di 5 mesi senza dover fare tappe per rifornimenti, ed è altresì provvista di una pista di atterraggio per elicotteri, di lanciasiluri, cannoni antiaerei e antinave, missili terra-terra, missili terra-aria, e dispositivi elettronici da guerra. “Questa imbarcazione è il risultato di una progettazione audace e creativa che fa leva su conoscenze tecnologiche locali proprie della Marina militare iraniana, ed è stata dotata di capacità stealth”, ha spiegato all’agenzia di stampa IRNA il Contrammiraglio Alireza Sheikhi, che ha guidato i lavori della cantieristica navale della Marina che si è occupata di costruire il cacciatorpediniere. Per tecnologia Stealth, o furtiva (dall’inglese “furtività”), si intende l’insieme di accorgimenti, di natura tattica, tecnica e tecnologica, che permettono di diminuire l’evidenza di una nave all’osservazione da parte delle forze nemiche; tale tecnologia si basa sul concetto di “bassa osservabilità”.

In un’intervista separata, il Contrammiraglio Touraj Hassani Moqaddam, vice-comandante delle forze navali nazionali, ha riferito all’agenzia di stampa semiufficiale Mehr che la Sahand potrebbe entrare a far parte delle navi da guerra che l’Iran progetta di inviare, a breve, in una missione in Venezuela. Si tratterebbe di una missione della durata prevista di 5 mesi, e il governo di Teheran, secondo Moqaddam, avrebbe intenzione di dispiegare due o tre imbarcazioni munendole di elicotteri speciali.

Nel corso della settimana precedente, in una riunione con i comandanti della Marina militare, il leader supremo del Paese, l’Ayatollah Ali Khamenei, aveva affermato che l’Iran avrebbe dovuto implementare la propria capacità militare e la prontezza per rispondere a una ipotetica minaccia nemica.

Le forze navali iraniane si sono ampiamente rinnovate nel corso degli ultimi anni, inaugurando imbarcazioni nell’Oceano Indiano e nel Golfo di Aden per proteggere le navi iraniane dai pirati somali che operano nella regione. Nel 2016 il Capo di Stato maggiore delle forze armate del Paese aveva affermato che Teheran avrebbe da quel momento in poi anche cercato di costruire basi navali in Yemen e in Siria, profilando l’eventualità che l’Iran ritenesse più preziosa la sua presa militare su aree distanti rispetto al primato nella tecnologia nucleare. L’Iran aveva inaugurato il suo primo cacciatorpediniere nel 2010, nel quadro di un programma finalizzato a rimodernare l’equipaggiamento della Marina, che in precedenza si avvaleva di unità risalenti a prima della Rivoluzione Islamica del 1979 che erano state, oltretutto, messe a punto prevalentemente dall’ingegnerie americana.

L’inaugurazione odierna avviene in un clima di crescenti tensioni tra Teheran e Washington. Gli Stati Uniti stanno cercando, tramite progressive sanzioni, di ridurre a 0 le esportazioni di petrolio dell’avversario. In data martedì 20 novembre, il Dipartimento del Tesoro americano ha comunicato che gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro 6 individui e 3 società appartenenti a una rete russo-iraniana che fornisce milioni di barili di petrolio alla Siria come parte di un tentativo di rafforzare il regime di Damasco. Il presidente siriano, Bashar al-Assad, finanzia le forze Quds del Corpo iraniano delle guardie della rivoluzione islamica, che drenano poi a loro volta le risorse verso Hamas ed Hezbollah. Secondo il Dipartimento di Stato americano, gli individui e le società sanzionate fungevano da canali di intermediazione, volti a oscurare le destinazioni reali del flusso di greggio e di denaro. Le sanzioni consistono nel congelamento delle loro risorse e nel divieto per i cittadini statunitensi di fare affari con loro. Le misure restrittive imposte il 20 novembre dal Dipartimento del Tesoro americano arrivano meno di un mese dopo l’entrata in vigore delle sanzioni che Washington ha nuovamente applicato a Teheran, in seguito al ritiro, l’8 maggio, dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano concluso con il Paese mediorientale il 14 luglio 2015. Il patto, firmato dall’Iran, dalla Germania e dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro Teheran dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Secondo quanto affermato dal presidente Trump, tuttavia, si trattava del peggior accordo mai stipulato dagli Stati Uniti. L’ultima tranche di sanzioni è entrata in vigore il 5 novembre e ha colpito l’industria petrolifera iraniana, la vendita di greggio e le attività di trasporto. Tali misure, cui si applicano solo deroghe limitate, rientrano nel piano dell’amministrazione Trump di esercitare pressione sul Paese mediorientale perché rinunci al suo programma nucleare e al sostegno a gruppi che destabilizzano la regione mediorientale. Fra questi, nel comunicato diffuso il 20 novembre, il Dipartimento del Tesoro americano indica esplicitamente la milizia libanese, Hezbollah, e il gruppo islamista palestinese che controlla la Striscia di Gaza, Hamas, che Washington considera organizzazioni terroristiche. Già il 5 novembre, l’Iran aveva reagito all’imposizione delle sanzioni americane. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, aveva giurato che l’Iran avrebbe resistito alle misure restrittive. Il 20 novembre, il ministro della Difesa iraniano ha dichiarato che il Paese “supererà tranquillamente” anche le ultime sanzioni statunitensi che, peraltro, si inquadrano nella più ampia contrapposizione tra Washington e Teheran nel conflitto siriano, nell’ambito del quale gli Stati Uniti guidano una coalizione internazionale che sostiene le Syrian Democratic Forces, un’alleanza a guida curda che si oppone al regime di Assad, mentre l’Iran e la Russia sostengono il regime di Damasco. Da quando è iniziata nel 2011, la guerra in Siria ha provocato la morte di almeno 500.000 persone e ha costretto circa la metà della popolazione siriana a lasciare le proprie case. Secondo le stime più recenti, almeno 5 milioni di Siriani hanno cercato rifugio in altri Paesi.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.