Ucraina proibisce l’ingresso nel Paese agli uomini russi

Pubblicato il 30 novembre 2018 alle 16:19 in Russia Ucraina

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La tensione tra Russia e Ucraina, dopo il confronto sullo stretto di Kerch, continua a crescere. L’ultima mossa di Kiev è stata quella di proibire l’ingresso nel Paese agli uomini russi di età compresa tra i 16 ed i 60 anni al fine di impedire la formazione di un esercito privato capace di combattere nel suolo ucraino e “proibire a Mosca di portare avanti le operazioni che aveva pianificato nel 2014”, come ha scritto Petro Poroshenko, venerdì 30 novembre, in un tweet riportato dal Kyiv Post.

Il capo della guardia di frontiera ucraina, Petro Tsigikal, ha spiegato che è in corso un rafforzamento delle misure di controllo presso i checkpoints, e che il confine verrà ulteriormente fortificato con l’aggiunta di armi e veicoli blindati, oltre che da un maggior monitoraggio. Inoltre, anche le attività di controspionaggio sono state implementate.

Andriy Demchenko, portavoce della guardia di frontiera ucraina, ha spiegato che le uniche eccezioni ammesse sono nei confronti dei cittadini russi che hanno necessità di recarsi in Ucraina per partecipare a funerali o visitare parenti malati. Inoltre, anche ai diplomatici e ai cittadini russi permanentemente residenti in Ucraina sarà permesso entrare nel Paese.

La portavoce del ministro degli Esteri russo, Maria Zakharova, in risposta ad una domanda circa le reazioni di Mosca a tale decisione, ha dichiarato che sarebbe “semplicemente terrificante parlare di contromisure per rispondere a ciò che è stato deciso da Kiev”, come riporta l’agenzia di stampa russa TASS.

A seguito del confronto sullo stretto di Kerch, alcuni estremisti ucraini hanno organizzato dimostrazioni violente nei confronti delle strutture diplomatiche russe, lanciando razzi contro l’ambasciata, nella capitale del Paese, e contro il consolato generale di Charkiv, come riferisce la TASS. Mosca ha aperto delle indagini criminali in merito ai due attacchi.  Maria Zakharova ha spiegato che la Russia farà di tutto per rispettare le convenzioni sulle relazioni diplomatiche e per proteggere le strutture di rappresentanza ucraina presenti nel Paese, ma ha aggiunto, allo stesso tempo, che “la pazienza ha i suoi limiti”.

Lunedì 26 novembre, il Parlamento ucraino ha dato il via libera sulla legge marziale, che sarà applicata per un periodo di 30 giorni e solamente nelle aree più vulnerabili ad un potenziale attacco russo, ovvero in 10 delle 27 regioni del Paese. La proposta iniziale, avanzata da Poroshenko, era di applicare la legge marziale per 60 giorni. Tuttavia, i membri del Parlamento e del Governo hanno spinto per dimezzarne la durata, al fine di evitare eventuali interferenze nelle possibili elezioni del 31 marzo, come spiega il quotidiano americano. Peraltro, il Presidente ucraino, convinto della necessità di tale rimedio per rafforzare le capacità difensive di Kiev, ha provveduto a rassicurare alcuni membri del Parlamento inizialmente scettici al riguardo, spiegando loro che la legge marziale non sarebbe stata usata come mezzo per diminuire le libertà civili o per interferire nelle prossime elezioni.

Tuttavia, tale fermezza da parte di Poroshenko ha sollevato alcune critiche. Nello specifico, il Washington Post riferisce che chi sta osservando la politica interna ucraina con occhio critico, si sta chiedendo se il suo Presidente stia cercando di usare le recenti tensioni con Mosca per rafforzare la sua posizione in vista delle elezioni previste per il prossimo 31 marzo, in cui sfiderà Julija Timoshenko. A lasciare perplessi gli osservatori è il fatto che questa sia stata la prima occasione in cui Poroshenko ha deciso di ricorrere a tale rimedio, a cui addirittura si oppose durante una delle pagine più complesse della guerra ibrida tra Mosca e Kiev, ovvero l’annessione della Crimea. A spiegare tutto ciò è stato John Herbst, ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina dal 2003 al 2006, che ha affermato: “I cittadini volevano la legge marziale quattro anni fa, e Poroshenko era contrario”.

Questa escalation è la conseguenza dello scontro tra Mosca e Kiev sullo stretto di Kerch, che collega il mar Nero con il mar d’Azov, e si trova ad est della penisola di Crimea, controllata dalla Federazione Russa. Tale stretto è stato il teatro di uno scontro diplomatico tra Mosca e Kiev domenica 25 novembre. Quel giorno, in seguito al tentativo di tre navi ucraine, precisamente due corazzate ed un rimorchiatore, di attraversare lo stretto, la Russia, accusando l’Ucraina di aver violato le sue acque territoriali, ha aperto il fuoco contro le imbarcazioni in questione, come sottolinea la BBC. Mosca si è difesa spiegando che Kiev non ha avvertito dell’avvicinamento delle navi da guerra alle acque territoriali russe, sostenendo dunque che quanto avvenuto sia una provocazione da parte di Kiev “finalizzata ad accendere un’altra fonte di tensione nella regione così da creare un pretesto per aumentare le sanzioni contro la Russia”, come riporta in una nota del ministero degli Esteri di Mosca citata da Reuters. Lo stesso Putin ha dichiarato che “l’incidente nel Mar Nero è stata una provocazione organizzata dalle autorità e, probabilmente, dal Presidente stesso”, aggiungendo che “il rating di Poroshenko sta crollando, quindi aveva bisogno di fare qualcosa”.

La rivoluzione ucraina ha avuto luogo nel febbraio 2014, ma le prime proteste erano iniziate nel novembre 2013, quando l’allora presidente Viktor Janukovyč, durante il vertice di Vilnius, decise di non firmare l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, preferendo una cooperazione più stretta con la Russia. L’esito della rivoluzione fu la cacciata di Janukovyč il 22 febbraio 2014, quando la presidenza venne affidata a Oleksandr Turchynov. In seguito a questi eventi, l’11 marzo dello stesso anno, la Repubblica di Crimea dichiarò unilateralmente l’indipendenza e il 16 marzo 2014 venne svolto il referendum sulla sua autodeterminazione, durante il quale il 96,32% degli elettori della Crimea e il 95,6% di quelli della città autonoma di Sebastopoli si è espresso in favore di una riunificazione con la Russia. L’Unione Europea, lo stesso giorno, in una dichiarazione congiunta dei presidenti del Consiglio e della Commissione definì la consultazione illegale e illegittima, in quanto contraria al diritto internazionale, chiedendo inoltre alla Russia di “riportare le proprie forze armate alla quantità precedente alla crisi e nelle aree di stazionamento permanente, conformemente agli accordi rilevanti”.  Il 18 marzo 2014 è stato firmato al Cremlino il Trattato tra la Federazione Russa e la Repubblica di Crimea sull’Adesione alla Federazione Russa, che è stato ratificato dalla Duma il 20 marzo 2014.

L’integrità territoriale dell’Ucraina è stata particolarmente difesa dalla NATO fin dal 2014, in due principali modi. Il primo è stato il non riconoscimento dell’annessione russa della Crimea, formalizzata il 20 marzo 2014 con la firma del Trattato di Adesione, che è stata sanzionata con misure restrittive provenienti dall’Unione Europea e dagli USA. In secondo luogo, è in atto il tentativo di contrastare le forze separatiste delle regioni russofone del Donbas, le cui truppe sembrerebbero essere sostenute proprio dal Cremlino, come riportato nella legge di reintegrazione del Donbass, che definisce i territori di Donetsk e Lugansk “territori occupati” e classifica la Russia come “occupante”. Per ristabilire la pace nella regione, è stato firmato il Protocollo di Minsk nel 2014 e il Pacchetto di Misure per l’Implementazione degli Accordi di Minsk, oggi noto come Minsk II, nel 2015. Entrambi gli accordi prevedono una serie di misure che le due parti dovrebbero adottare per arrivare ad una pacificazione, tra cui un cessate il fuoco bilaterale immediato.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Cristina Lipari

di Redazione

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