Cina: è possibile un nuovo isolazionismo?

Pubblicato il 29 novembre 2018 alle 13:29 in Asia Cina

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Nell’ultimo decennio, ci sono stati segnali preoccupanti che indicano una nuova tendenza di isolamento della Cina. Questi segnali includono il blocco a molti siti web stranieri attraverso il “Grande Firewall”, il divieto di utilizzo di alcuni libri di testo redatti da studiosi stranieri e i limiti ai viaggi all’estero da parte del personale governativo. A questo si aggiungono anche i dazi sulle importazioni imposti in seguito all’inizio della guerra commerciale con gli Stati Uniti e una retorica ufficiale che mira alla promozione di un forte auto-sostentamento anche dal punto di vista tecnologico.

La Cina, dunque, tornerà all’isolazionismo degli anni ‘60?

Si tratta di un tema complesso sul quale i cinesi stessi sono profondamente divisi. Una parte della leadership di Pechino sembra voler tornare a una condizione di chiusura e isolamento. La ragione è che è più semplice mantenere la società stabile in un ambiente isolato. Una maggiore apertura verso l’esterno vuol dire maggiore pressione per le riforme e mette in pericolo gli interessi di alcuni gruppi di potere. La Cina ha vissuto un periodo di isolazionismo e chiusura totale dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese alla fine degli anni ’70, quando l’allora presidente Deng Xiaoping ha avviato il suo grande progetto di Riforme e Apertura.

Pensare che la Cina possa ora, dopo 40 anni di sviluppo economico e di apertura, tornare a uno stato di isolazionismo sembra quasi surreale. Eppure la Cina, ora, vanta una serie di catene di approvvigionamento interne complete e ha visto una riduzione della sua dipendenza dal commercio estero. Inoltre, la Cina sta vedendo una intensa crescita del mercato interno ed è consapevole di poter contare su se stessa per continuare a portare avanti il suo sviluppo senza grandi aiuti dal mondo esterno.

Una parte della popolazione cinese, soprattutto formata da contadini e da lavoratori dell’industria manifatturiera, vorrebbe il ritorno all’antico isolamento poiché si vede minacciata dalle importazioni e dagli investimenti esteri. Vi sono inoltre i nazionalisti che vorrebbero la chiusura del Paese poiché credono profondamente nella superiorità culturale cinese rispetto agli altri Paesi.

D’altro canto, però, vi è una importante porzione dell’opinione pubblica e della leadership che è del tutto contraria a una nuova chiusura. Questa è composta dagli esportatori e da tutti coloro che lavorano nelle aziende straniere nonché dagli intellettuali progressisti che portano avanti valori universali come l’economia di mercato, la democrazia e la libertà.

Anche all’interno della leadership cinese, le Riforme e l’Apertura sono diventate un pilastro fondamentale che nemmeno un leader carismatico come Xi Jinping può mettere in dubbio. I riformisti credono fortemente che la Cina ha tratto solo benefici dalla sua integrazione nell’ordine mondiale. Nell’era globalizzata, l’isolamento dal resto del mondo vorrebbe dire rimanere fuori dallo sviluppo tecnologico e una stagnazione dell’economia in futuro.

Se la leadership cinese decidesse di approfondire le riforme e costruire un’economia aperta e una società liberale, il mondo Occidentale guarderebbe con maggiore positività all’integrazione della Cina nell’ordine internazionale. Se invece, Pechino optasse per la chiusura, il resto del mondo punterebbe comunque a tenerne sotto controllo lo sviluppo.

È poco plausibile, però, che uno di questi due scenari si avveri pienamente. La via che probabilmente Pechino sceglierà, secondo l’analisi di The Diplomat, è una intermedia di semi-apertura o semi-chiusura. I leader cinesi stanno portando avanti la bandiera della globalizzazione e del libero scambio e la Cina vuole rimanere aperta verso l’estero soprattutto a livello commerciale e di investimenti. In questo senso, Pechino ha approvato nell’ultimo periodo una serie di facilitazioni e incentivi che prevedono l’abbassamento dei dazi sugli investimenti in ingresso e accorciato la lista nera dei settori preclusi agli investimenti stranieri. Difficilmente la Cina opterà per la via dell’isolamento, anche se un Paese che guarda al suo interno e non ad accrescere la sua presenza internazionale potrebbe essere visto come meno minaccioso agli occhi dei Paesi occidentali.

La Cina potrebbe anche scegliere per un isolazionismo parziale che preveda una chiusura nei confronti dei Paesi occidentali – Stati Uniti in primis – ma una apertura sempre maggiore a tutti quei Paesi che non fanno parte del blocco euro-americano e che stanno, invece, prendendo parte attivamente all’iniziativa Belt and Road voluta dal presidente Xi Jinping. Si tratta della Russia, dell’Africa, del Sud America, del Sud-Est Asiatico e di tutti gli altri Paesi in via sviluppo. Un tale scenario vorrebbe dire il ritorno a una sorta di “cortina di ferro” questa volta tra Cina e Occidente, con anche il rischio di una nuova Guerra Fredda.

Per evitare un tale scenario futuro, Europa e Stati Uniti dovrebbero evitare che la Cina scelga la via dell’isolamento e dovrebbero incoraggiarla a rimanere aperta e impegnata sullo scenario internazionale.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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