Alle porte del G20: cosa aspettarsi da Xi Jinping e Trump

Pubblicato il 27 novembre 2018 alle 19:30 in Asia Cina

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La “guerra commerciale” tra gli Stati Uniti e la Cina continuerà con un aumento dei prodotti cinesi soggetti a dazi, o si assisterà a una tregua e a una relativa distensione? A stabilirlo sarà l’atteso incontro bilaterale tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la sua controparte cinese, Xi Jinping, nei prossimi giorni, ai margini del Vertice G20 che si terrà in Argentina, a Buenos Aires, dal 30 novembre al 1 dicembre.

Il presidente Trump ha prospettato la possibilità di raggiungere un accordo con Xi Jinping, ma se ciò avverrà, difficilmente si tratterà di qualcosa di risolutivo. Una intesa tra i due Presidenti potrebbe, invece, rappresentare una sorta di pausa tattica che porterebbe un relativo sollievo ai mercati stressati dall’imposizione bilaterale di dazi sulle importazioni da parte di Washington e Pechino degli ultimi mesi. Difficilmente un accordo tra Trump e Xi Jinping avrà un effetto di lungo periodo sulla competizione geopolitica più ampia in corso tra le due super Potenze. Secondo l’analisi di Foreign Affairs, è improbabile che le due più grandi economie del mondo possano incontrarsi a metà strada.

La ragione dell’impossibilità di trovare un compresso, secondo Ely Ratner su Foreign Affairs, sarebbe nella mancata corrispondenza tra la visione che il presidente Xi Jinping ha della crescita futura della Cina e ciò che gli Stati Uniti considerano un futuro accettabile per l’Asia in primis e il mondo intero.

L’incontro tra Trump e Xi Jinping a Buenos Aires potrebbe risultare in un concordato di breve periodo, oppure no. Gli analisti negli Stati Uniti ritengono che sia difficile dirlo a priori, viste le divisioni interne sostanziali in seno all’Amministrazione Trump e la mancanza di una linea strategica chiara per condurre i negoziati.

Nell’ultimo anno, il presidente Trump ha irrigidito le sue politiche e la sua retorica nei confronti della Cina, un approccio di cui si è spesso fatto portavoce il Vice Presidente Mike Pence, da ultimo, durante la sua partecipazione ai meeting dell’APEC e dell’ASEAN a metà novembre, in cui ha sostituito il Presidente. Pence, in uno dei suoi discorsi, parlando dell’iniziativa Belt and Road – il grande programma lanciato da Xi Jinping nel 2013 che mira a connettere Asia, Europa e Africa tramite una complessa rete infrastrutturale sia via terra che per mare, lungo la falsariga delle antiche rotte delle Vie della Seta – ha affermato che gli Usa “non offrono cinture costrittive o vie a senso unico”, riferendosi, alla lettera ai termini “Belt” – cintura – e “Road”- via – che compongono il nome inglese dell’iniziativa.

Accanto alla retorica sempre più aspra, Washington ha imposto dazi proibitivi sulle merci cinese di importazione. Inizialmente, Trump aveva cominciato la guerra dei dazi con la Cina imponendo tariffe su circa 50 miliardi di dollari di prodotti cinesi, colpendo principalmente strumentazioni industriali per evitare l’impatto diretto con i consumatori. A sua volta, la Cina aveva risposto imponendo dazi su prodotti statunitensi come carne e soia, spaventando l’industria agricola degli Stati Uniti e facendo infuriare la Casa Bianca. Il presidente statunitense aveva quindi ordinato ai suoi consiglieri di stilare una lista di 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi da penalizzare, tra i quali molti beni di consumo. Il 7 settembre, Trump aveva dichiarato di star preparando la terza ondata di tariffe contro Pechino, che avrebbe interessato circa 267 miliardi di dollari di prodotti.

Nonostante tutto questo, però, non è da escludere che Trump possa puntare a un accordo basato su qualche concessione politica e simbolica da parte di Pechino che possa permettergli di tornare a casa da Buenos Aires tranquillizzando gli importatori sul mercato statunitense.

Quali sarebbero, dunque, le concessioni che potrebbero condurre a un accordo?

Trump dovrebbe impegnarsi a non imporre aumenti dei dazi già esistenti o aggiungerne altri. In cambio, Xi Jinping dovrebbe impegnarsi ad acquistare più prodotti americani (come i fagiolini di soia e il gas naturale liquido) e promettere di migliorare l’accesso di prodotti statunitensi sul mercato cinese, aprendo il suo settore finanziario e garantendo una migliore tutela della proprietà intellettuale.

Il problema alla base di queste concessioni è, però, che le principali preoccupazioni degli Stati Uniti nei confronti dell’economia cinese e delle politiche industriali del Paese riguardano la gestione centralizzata dell’economia portata avanti dal presidente Xi Jinping e dal Partito Comunista Cinese. Si tratta delle basi stesse del funzionamento economico cinese, considerate intoccabili dai leader di Pechino, perciò, analizza Ely Ratner, ogni tentativo di accordo che provi a modificarle sarà vano.

Inoltre, vi sono molti altre questioni aperte tra Cina e Stati Uniti: la questione della sovranità sulle acque del Mar Cinese Meridionale, i diritti umani e, in generale, i rapporti tra i Paesi dell’Asia e le regole, norme e istituzioni che li regolamentano.

Ciò che gli Stati Uniti dovrebbero tentare è una competizione strategica con la Cina che non implica conflitto aperto, né, tanto meno, guerra, conclude l’analista di Foreign Affairs. Un dialogo sostenuto tra Washington e Pechino è imprescindibile per risolvere le crisi e cercare spazi di cooperazione sui temi di interesse comune. Gli Usa, però, dovrebbero, al tempo stesso, cercare di essere più forti che mai e il Congresso dovrebbe essere unito, se vogliono evitare un mondo a guida cinese.

Un nuovo ordine mondiale dominato dalla Cina vorrebbe dire per gli Stati Uniti alleanze più deboli, meno partner in ambito di sicurezza e un esercito costretto ad essere dispiegato lontano dal territorio nazionale. Le aziende statunitensi si troverebbero private di tecnologie d’avanguardia e di mercati e svantaggiate di fronte a nuovi standard, regole per gli investimenti e blocchi commerciali.

Per questo è importante che gli Stati Uniti raggiungano un accordo con la Cina, ma il momento attuale non sembra il migliore per farlo. Secondo Ely Ratner, Washington dovrà attendere che l’impeto della crescita cinese sia giunto a uno stallo e che i leader cinesi non siano più convinti di essere destinati a riprendere il loro ruolo storico di dominatori dell’Asia.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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