Myanmar: fermata barca di 93 Rohingya diretta in Malesia

Pubblicato il 27 novembre 2018 alle 17:31 in Asia Myanmar

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Le autorità del Myanmar, domenica 25 novembre, hanno sequestrato un’imbarcazione che trasportava 93 Rohingya a largo di Yangon. Il gruppo in questione proveniva dal campo di sfollati Thae Chaung di Sittwe, capitale dello Stato di Rakhine, situato nella parte occidentale del Paese asiatico, ed era diretto in Malesia.

Il direttore dell’ufficio governativo di Dawei, città costiera nel sud del Myanmar, Moe Zaw Latt, ha dichiarato che alcuni pescatori hanno segnalato la presenza di una barca sospetta alle autorità. Latt ha anche dichiarato che i 93 Rohingya verranno riportati al campo profughi di Sittwe martedì 27 novembre. Solamente dieci giorni prima, il Myanmar aveva fermato un’altra nave con a bordo 106 Rohingya, anch’essa diretta in Malesia, ma che si era arrestata a causa di un guasto al motore.

Secondo gli ufficiali birmani, quest’ultima barca è la terza sequestrata nelle acque nazionali diretta nella vicina Malesia da inizio novembre. Il timore dei responsabili per l’immigrazione riguarda una possibile nuova ondata di tratte di esseri umani.

Non è la prima volta che la regione asiatica deve affrontare il problema dei traffici migratori. Nel 2015, dopo il rinvenimento di una fossa comune nel distretto thailandese di Sadao confinante con la Malesia, Bankok aveva attuato delle misure per smantellare tali tratte clandestine e, insieme al governo malese e quello indonesiano, aveva avviato le ricerche per le imbarcazioni adite allo scopo. I tre governi cominciarono dunque a respingere le persone che arrivavano sulle loro coste con tali mezzi. La conseguenza di questa politica fu l’abbandono, da parte degli scafisti, dei migranti in mare aperto. I ministri degli Esteri dei tre Paesi si sono incontrati nel maggio 2015, dove Malesia ed Indonesia hanno annunciato che non avrebbero più respinto le barche, offrendo un rifugio temporaneo ai migranti, a condizione che la comunità internazionale rimpatriasse i rifugiati entro un anno. La Tailandia, invece, non firmò l’accordo.

Il problema, però, è ancora più grave. La situazione di apartheid della minoranza musulmana Rohingya in Myanmar è sotto i riflettori della comunità internazionale da agosto 2017. La minoranza non è mai stata riconosciuta dal governo birmano, ed è vittima di violenze da parte della maggioranza buddista e dall’esercito nazionale. Tali persecuzioni hanno raggiunto l’apice nell’agosto 2017, appunto, dopo che alcuni estremisti islamici Rohingya hanno assaltato due stazioni di polizia. È cominciato, da quel mese in poi, un vero e proprio esodo verso i Paesi confinanti, specialmente in Bangladesh, che, secondo le Nazioni Unite, ha riguardato 700.000 persone. L’ONU, nello stesso agosto, ha mandato un team di ispettori nel Paese asiatico e, in un report, ha accusato diversi rappresentanti dell’esercito birmano di genocidio e di pulizia etnica. Il Paese ha rigettato qualsiasi accusa, incolpando la minoranza di terrorismo.

 La gravità della situazione ha spinto il Bangladesh e il Myanmar ad incontrarsi, e nel gennaio 2018 hanno stipulato un accordo che prevede il rimpatrio volontario dei profughi Rohingya. L’accordo è stato denigrato dalle agenzie dell’ONU, che non ritengono ancora sicuro per la minoranza ritornare nel Paese d’origine poiché mancano garanzie di standard di vita e di protezione, ed anche dai Rohingya stessi. Il programma di rimpatrio doveva partire a metà novembre 2018, ma poiché nessun profugo ha accettato di tornare in Myanmar, il Bangladesh ha deciso di posticipare la prima tornata di rimpatri nel 2019, dopo le elezioni nazionali.

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di Redazione

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