Bangladesh: proteste dei Rohingya

Pubblicato il 26 novembre 2018 alle 20:26 in Asia Bangladesh

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I Rohingya rifugiati nei campi d’accoglienza in Bangladesh, lunedì 26 novembre, hanno avviato una protesta affinché il governo bengalese riconosca la loro etnia e smetta di condividere le loro informazioni personali con il Myanmar. I mercati della città di Cox’s Bazar sono rimasti chiusi per la protesta, a cui hanno partecipato i Rohingya che collaborano con agenzie non governative e l’UNHCR (l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati).

La minoranza musulmana non è stata mai riconosciuta ufficialmente dal Myanmar, dove è stata vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddista e dall’esercito. Tali violenze hanno subito un’escalation nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati a delle stazioni di polizia da alcuni militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh.  L’ONU ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico vengono ritenuti responsabili di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Le autorità dello Stato hanno rigettato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

In una dichiarazione dei rifugiati viene sottolineata l’importanza del termine Rohingya: “Siamo stati perseguitati per la nostra identità”, aggiungendo che se il termine era bandito in Myanmar, non dovrebbe esserlo in Bangladesh. I Rohingya si considerano originari dello stato di Rakhine, nel Myanmar occidentale, ma vengono considerati immigrati illegali dal subcontinente indiano. La maggioranza è apolide in quanto una legge del 1982 limita la cittadinanza per le minoranze non considerate membri di una delle “razze nazionali” del Paese. Il termine Rohingya non è appunto utilizzato a livello istituzionale poiché implicherebbe un’identificazione distinta. Sono chiamati semplicemente “bengalesi”. 

Le autorità del Bangladesh non si sono ancora resi disponibili per commentare gli ultimi fatti, mentre un rappresentante dell’UNHCR, Firas Al-Khateeb, ha dichiarato che i dati raccolti nei campi di rifugiati servono per garantire un maggior livello di protezione e per l’accesso ai servizi essenziali in Bangladesh. Ha sottolineato come la raccolta di dati personali non era in nessun caso legata al programma di rimpatrio volontario stipulato dal governo bengalese e da quello del Myanmar.

L’accordo sopracitato, raggiunto a gennaio 2018 e perfezionato nell’ottobre dello stesso anno, è stato fonte di un acceso dibattito a livello regionale. Questo prevede un completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar in due anni. I rifugiati hanno respinto il blocco il programma, sentenziando che non sarebbero tornati nel Paese d’origine fin quando uno standard di giustizia, protezione e garanzia di riconoscimento dei loro diritti di minoranza non sarebbe stato rispettato. Il piano è stato dunque interrotto fino all’inizio del 2019, dopo le elezioni generali in Bangladesh che si terranno il 30 dicembre.

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di Redazione

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