Le strategie dell’Iran contro le sanzioni USA

Pubblicato il 24 novembre 2018 alle 8:29 in Iran USA e Canada

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La National Iranian Oil Company (NIOC) ha venduto circa 700.000 barili di greggio ad alcuni compratori internazionali, la scorsa settimana, tramite IRENEX, l’Iran Energy Exchange: quali sono le nuove strategie per l’esportazione iraniana.

L’Iran Energy Exchange (IRENEX) è una società per azioni pubblica, registrata nel mercato di base dell’Iran, istituita nel luglio 2012, dalla Repubblica Islamica. Secondo il governo tale società, al tempo, sarebbe stata necessaria in quanto “la situazione geo-economica dell’Iran, che detiene le maggiori riserve di gas mondiali, è uno dei maggiori produttori di petrolio ed è dotato di eccezionali infrastrutture per la trasmissione dell’energia elettrica, premette l’espansione del promettente settore degli scambi di energia del Paese”. Oggi, dopo le sanzioni IRENEX sembra essere ancora più utile che in passato. La borsa dell’energia IRENEX ha un proprio statuto interno che regola come gli scambi devono avvenire. Questo stabilisce che tutte le merci di scambio devono essere quotate e negoziate su uno dei mercati IRENEX. La missione dell’azienda è quella di sviluppare un mercato in cui le negoziazioni avvengono in modo trasparente, efficiente e fluido, secondo quanto riporta il quotidiano The New Arab. Il progetto era quello di creare un ambiente sano e competitivo per determinare prezzi equi dei prodotti, ma oggi la borsa ha il compito ancora più importante di mantenere l’anonimato dei propri compratori privati. Proprio tramite IRENEX, un totale di tre acquirenti ha acquistato 700.000 barili di petrolio iraniano. Le identità degli acquirenti non sono state rese note. 

Attraverso questo tipo di scambi, l’Iran tenta di sfuggire alla nuova ondata di sanzioni statunitensi che rischiano di ridurre a zero le esportazioni di petrolio iraniano. Teheran spera di vendere petrolio ad acquirenti privati, piuttosto che rivolgersi a Stati stranieri, rendendo più difficile per l’amministrazione americana monitorare e fermare le vendite. Al momento la situazione economica della Repubblica Islamica non è fiorente, con le esportazioni di greggio nettamente in calo. Gli analisti sottolineano che è difficile determinare con certezza quanto esattamente le sanzioni americane abbiano influenzato questo calo. Tuttavia, sembra che le esportazioni di petrolio del Paese siano diminuite molto più rapidamente di quanto previsto. Le esportazioni di petrolio non superano 1,5 milioni di barili al giorno, secondo le stime del settore, e sono in calo di 2,5 milioni di barili al giorno, se comparate con i livelli precedenti alle sanzioni. Alcuni analisti sottolineano, tuttavia, che le esportazioni potrebbero ricominciare a salire a novembre, dato che l’amministrazione statunitense ha concesso deroghe ad almeno 8 paesi, tra cui Cina e India, rispettivamente le due maggiori destinazioni dell’esportazione iraniana. Dal momento che le deroghe sono limitate nel tempo (180 giorni) e nella portata, l’Iran, prima o poi, dovrà affrontare una crisi delle esportazioni estremamente importante. La soluzione consisterebbe prevalentemente nello “schivare” le sanzioni americane. Alcuni ritengono che l’Iran voglia semplicemente aspettare la fine della presidenza di Trump e stia quindi portando avanti una politica di sopravvivenza, implementando tali tattiche. Tuttavia, resta da vedere quanto questa strategia possa essere efficace, a lungo termine.

Secondo Andrew Stanley, Associate Fellow presso il Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS) di Washington DC, le sanzioni incideranno seriamente sull’economia iraniana. “Al momento, però, le cose sono lontane da rendere la situazione abbastanza negativa da costringere l’Iran al tavolo dei negoziati, il Paese ha già attraversato periodi difficili in passato”, spiega Stanley. “Tuttavia, per concludere che la strategia dell’Iran è semplicemente aspettare, resta da vedere quale linea di condotta il Paese prenderà in definitiva”, ha aggiunto. Con le esportazioni di petrolio in forte calo, l’Iran sta infatti cercando disperatamente altri modi per aumentare gli introiti. Le entrate petrolifere rimangono la chiave della sua sopravvivenza, dato che quasi l’80% dei guadagni fiscali iraniani proviene dalle esportazioni di oro nero del Paese. Secondo l’agenzia di stampa locale Fars, il governo iraniano intende offrire petrolio su IRENEX una volta alla settimana. Ma è piuttosto dubbio che questa possa essere una soluzione vincente su cui l’Iran possa contare. Secondo Stanley, è improbabile che gli sforzi iraniani abbiano successo. Neil Bhatiya, ricercatore associato ed esperto di energia presso il Centro per la nuova sicurezza americana, è molto scettico sul fatto che l’Iran sia in grado di sostenere un elevato volume di vendite ancora a lungo, certamente non abbastanza lungo da attendere la fine dell’amministrazione Trump. Il problema principale per l’Iran, aggiunge Stanley, è che la stragrande maggioranza delle società che sono state i principali acquirenti del petrolio iraniano non sono disposte a rischiare le sanzioni statunitensi e quindi non parteciperanno agli scambi in nessuno modo. Inoltre, “attraverso la tecnologia satellitare, si possono fare ottime stime su quanto petrolio sta uscendo dall’Iran e dove sta andando”, ha spiegato.

Le società che sono state i principali acquirenti del petrolio iraniano in Europa, Corea del Sud, Giappone, e alcune in India e Cina, soffrono una forte esposizione al sistema finanziario statunitense e quindi non sopporteranno le sanzioni di Washington. Quindi, per attirare gli acquirenti disposti a rischiare, l’Iran dovrà offrire sconti considerevoli. Infine, in base all’ultimo accordo, gli acquirenti pagheranno il 20 percento del valore totale dei loro acquisti nella valuta nazionale dell’Iran, il rial, e il restante dei pagamenti saranno effettuati in valuta estera, ma non in dollari. L’Unione Europea, da parte sua, ha lavorato alla creazione di un meccanismo di pagamento chiamato “Special Purpose Vehicle” per evitare le ritorsioni americane e per portare avanti transazioni commerciali e finanziarie con l’Iran. Ma i dettagli devono essere ancora finalizzati e finora nessun Paese europeo si è offerto volontario per ospitare il sistema, temendo le rappresaglie degli Stati Uniti. Oltre a offrire petrolio a entità private attraverso la borsa dell’energia, l’Iran ha utilizzato altre tattiche per mantenere un livello dignitoso di esportazioni di petrolio. Tutte le navi iraniane hanno spento i loro segnalatori per evitare i sistemi di localizzazione internazionali, secondo quanto riporta The New Arab da alcuni media internazionali. Tale pratica ha anche contribuito alla confusione dei dati relativi ai volumi effettivi delle esportazioni di petrolio iraniano.

Secondo Stanley, ci sono state effettivamente alcune discrepanze di dati negli ultimi due mesi, ma di un massimo del 10% dei volumi totali. Il contrabbando è difficile da individuare per gli Stati Uniti, e l’Iran in questo campo può contare su Paesi come la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti, interessati a tali tipi di scambi. Sarà probabilmente redditizio per l’Iran usare le sue reti di contrabbando per vendere petrolio, piuttosto che cercare di farlo attraverso nuovi metodi. L’Iran ha avuto un parziale successo nel contrabbando durante l’ultimo round di sanzioni, usando rotte di navigazione molto complicate per nascondere le sue petroliere, o persino cambiando la loro bandiera o il nome della nave, secondo quanto ha dichiarato Peter Harrell, del Centro per la nuova sicurezza americana alla National Public Radio. Infine, alcuni osservatori affermano che l’Iran probabilmente cercherà di trasportare il petrolio tramite rotte terrestri che passano attraverso il Pakistan e l’Afghanistan. Robin Mills, di Qamar Energy, ha stimato che la Repubblica Islamica potrebbe mantenere un livello pari a circa 200.000 barili al giorno di esportazioni di greggio attraverso differenti strategie. La questione principale è se tali entrate saranno sufficienti per mantenere l’Iran nel Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) fino al 2020. 

In tale contesto, tuttavia, l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) mostra che, almeno nel mese di novembre, l’Iran ha rispettato le restrizioni imposte al suo programma nucleare stabilite il 14 luglio 2015, tramite il JCPOA. Le nuove sanzioni statunitensi imposte contro l’Iran sono entrate in vigore il 5 novembre e stanno sollevando il timore che l’accordo possa sopravvivere. I dati del rapporto evidenziano che il 4 novembre, le scorte iraniane di uranio a basso arricchimento corrispondevano a 149,4 kg, 10 kg in più rispetto all’ultima relazione di agosto. I dati in questione rientrano pienamente nei limiti stabiliti dal JCPOA.  Il rapporto tuttavia non menziona le recenti affermazioni del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, secondo cui l’Iran ospiterebbe un magazzino atomico segreto. Le ultime sanzioni americane mirano a tagliare le banche iraniane fuori dalla finanza internazionale e a limitare significativamente le esportazioni di petrolio. Già dall’8 maggio, da quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è ritirato dal JCPOA, definendolo un “disastro”, gli export iraniani erano crollati ad un milione di barili al giorno. L’Iran ha affermato che il futuro del JCPOA sarà messo in discussione quando non riceverà più i benefici economici dell’accordo. L’intesa prevedeva la revoca delle sanzioni imposte all’Iran in cambio dell’accettazione delle ispezioni dell’IAEA e di limiti delle sue attività nucleari. I restanti 5 firmatari del JCPOA, Regno Unito, Cina, Francia, Germania e Russia continuano a mantenere viva la speranza di mantenere l’accordo. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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