Tunisia: sciopero nazionale dei dipendenti pubblici

Pubblicato il 23 novembre 2018 alle 16:32 in Africa Tunisia

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Circa 670.000 dipendenti pubblici tunisini hanno partecipato ad uno sciopero nazionale, giovedì 22 novembre, per protestare contro la decisione del governo di non aumentare i salari, a causa delle pressioni dei finanziatori internazionali che vorrebbero un ulteriore taglio degli stupendi pubblici.

Lo sciopero, il più grande degli ultimi 5 anni secondo quanto riportato da Middle East Eye, è stato organizzato dal sindacato Unione Generale Tunisia del Lavoro (UGTT), i cui membri rappresentano circa il 5% della popolazione dell’interno Paese nordafricano. In particolare, l’UGTT si è schierata contro le riforme economiche avviate dal premier Youssef Chahed, e appoggiate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), volte a diminuire il deficit di bilancio.

L’Unione aveva annunciato un altro sciopero che sarebbe dovuto tenersi lo scorso 22 ottobre, con l’obiettivo di protestare contro l’incapacità del governo di Tunisi di aumentare gli stipendi di centinaia di migliaia di dipendenti del settore pubblico. Tale manifestazione era stata poi annullata in seguito a negoziati con il governo, che avevano portato ad un accordo per aumentare i salari di almeno 150.000 impiegati. Un membro dell’UGTT ha spiegato che, tuttavia, sotto la pressione del FMI, che vuole tagliare i salari pubblici dal 15.5% al 12,5% del PIL della Tunisia, il governo ha dovuto rinnegare le promesse.

Lo sciopero, ha sottolineato il capo dell’Unione, Nizar Ben Saleh, è stato principalmente una reazione alla promessa non mantenuta dalle autorità. A suo avviso, il settore provato, insieme ad alcuni segmenti di quello pubblico, avevano visto un aumento del 6,5% dei salari nel corso dell’ultimo anno, mentre la maggioranza dei lavoratori pubblici, adesso, non potrà vedere crescere il proprio salario. “Il governo ha abbandonato l’impegno nei confronti dei cittadini per rispettare gli impegni con il Fondo Monetario Internazionale”, ha specificato Saleh, aggiungendo che lo sciopero del 22 novembre è stato un successo, motivo per cui il 25 dello stesso mese l’Unione effettuerà una riunione per decidere le prossime mosse.

Lo sciopero è avvenuto a distanza di una decina di giorni dall’approvazione, da parte del Parlamento tunisino, del rimpasto del governo proposto da Chahed. Dal rovesciamento di Zine al-Abidine Ben Ali, nel 2011, 9 diversi gabinetti non sono riusciti a diminuire l’inflazione e la disoccupazione in Tunisia. La prima ha toccato il livello record del 7.7% ad aprile 2018, con la moneta tunisina caduta a picco e le importazioni alimentari sempre più costose. Chahed spinge per rinnovare le imprese statali in perdita, ma è ostacolato dall’UGTT, che non condivide la sua politica. 

 La Tunisia è l’unico Paese della regione nordafricana che ha intrapreso una transizione democratica in seguito alle rivolte del 2011. Tuttavia, tale transizione è stata frenata da problemi economici che hanno causato diverse proteste. Lo scorso 7 gennaio, i cittadini tunisini sono scesi in piazza in almeno dieci città per manifestare contro le misure di austerity, che hanno causato l’aumento delle tasse e dei prezzi, imposte dal governo tunisino per ridurre il deficit crescente e contrastare la crisi economica. Il primo gennaio è entrata in vigore una nuova legge finanziaria che ha fatto innalzare i prezzi del gasolio, di alcuni beni e anche le tasse su numerosi beni e servizi, tra cui le automobili, le linee telefoniche e di internet. Il governo aveva assicurato che gli aumenti avrebbero interessato soltanto i beni di lusso e non quelli di prima necessità o alimentari.  

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Sofia Cecinini

di Redazione

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