Autorità libiche giustificano uso della forza a bordo della nave mercantile

Pubblicato il 22 novembre 2018 alle 11:33 in Immigrazione Libia

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Le autorità libiche hanno giustificato l’uso della violenza a bordo della nave mercantile Nivin con il rifiuto dei migranti a bordo di sbarcare.

Il colonnello della Marina libica, Tawfiq al-Skair, comandante del settore centrale, ha spiegato che una delle ragioni del raid è stata l’appello presentato dal capitano della Nivin, il quale ha riferito che, in seguito al salvataggio dei migranti, l’equipaggio è divenuto loro ostaggio, in quanto questi si sono rifiutati di scendere dall’imbarcazione una volta giunta nel porto di Misurata. “La mobilità dell’equipaggio è stata limitata, due membri sono addirittura saltati in mare dopo aver ricevuto minacce di sgozzamento da parte degli stranieri”, ha spiegato al-Skair, aggiungendo che ciò è accaduto perché l’equipaggio, inizialmente, aveva promesso ai migranti che li avrebbero portati a Malta o in Italia e, invece, sono tornati in Libia.

Intorno al 13 novembre, circa 79 stranieri erano stati soccorsi dall’imbarcazione, rifiutandosi poi di sbarcare nel porto della città libica, poiché non volevano tornare nei centri di detenzione, pregando altresì l’equipaggio di scortarli in Europa. I migranti si erano dichiarati disposti a morire, piuttosto che tornare in un centro libico. Nella serata di martedì 20 novembre, una pattuglia della Marina si era avvicinata alla Nivin per cercare di convincere i migranti ad abbandonare la nave volontariamente, senza successo. Così, il 21 novembre, le autorità libiche hanno utilizzato proiettili di gomma e lacrimogeni per obbligare i migranti a sbarcare dalla nave mercantile. A detta di al-Skair, l’operazione è divenuta violenta quando gli stranieri hanno cercato di opporsi al loro sbarco.

Alcuni sono stati portati in ospedale per aver riportato ferite, mentre gli altri sono stati trasferiti in un centro di detenzione a Musitara. Dalle testimonianze è emerso che molti migranti erano stato oggetto di torture e abusi mentre si trovavano in Libia, motivo per cui non volevano tornarci per nessun motivo. Due ragazzi di 18 e 16 anni, entrambi originari del Sud-Sudan, hanno riferito ad al-Jazeera che tornare in Libia era troppo pericoloso, in quanto avrebbero rischiato nuovamente di subire abusi e di essere venduti ai trafficanti di esseri umani, senza alcuna speranza di salvarsi e raggiungere una vita migliore.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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