USA sanzionano l’Iran per la vendita di petrolio alla Siria

Pubblicato il 21 novembre 2018 alle 13:30 in Iran USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro 6 individui e 3 società appartenenti a una rete russo-iraniana che fornisce milioni di barili di petrolio alla Siria come parte di un tentativo di rafforzare il regime di Damasco. In cambio, il presidente siriano, Bashar al-Assad, finanzia le forze Quds del Corpo iraniano delle guardie della rivoluzione islamica che drenano poi a loro volta le risorse verso Hamas ed Hezbollah. È quanto riferito in un comunicato dal Dipartimento del Tesoro americano, martedì 20 novembre.

Tra le persone e le entità sanzionate figurano due cittadini siriani, Hajji Abd al-Nasir e Mohammad Amer Alchwiki con la sua società con sede in Russia, Global Vision Group, il cittadino libanese, Muhammad Qasim Al-Bazzal, il cittadino russo, Andrey Dogaev, e i cittadini iraniani, Rasoul Sajjad e Hossein Yaghoubi Miab. Secondo il Dipartimento di Stato americano, tali individui e le loro società fungevano da canali di intermediazione, volti a oscurare le destinazioni reali del flusso di greggio e di denaro. Le sanzioni consistono nel congelamento dei loro assets e nel divieto per i cittadini statunitensi di fare affari con loro.

“Oggi stiamo agendo contro uno schema complesso che l’Iran e la Russia hanno utilizzato per rafforzare il regime di Assad e generare fondi per l’attività maligna iraniana”, ha dichiarato il Segretario americano al Tesoro, Steven Mnuchin, nel comunicato. Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, da parte sua, ha avvertito su Twitter che ci sono “gravi conseguenze per chi spedisce petrolio in Siria o cerca di eludere le sanzioni statunitensi sulle attività terroristiche della Repubblica islamica” e ha aggiunto che il leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, “dovrebbe decidere se spendere i soldi del popolo iraniano per il popolo iraniano è più importante che investirli in schemi di finanziamento di Assad, Hezbollah, Hamas e altri terroristi”.

Le misure restrittive imposte il 20 novembre dal Dipartimento del Tesoro americano arrivano meno di un mese dopo l’entrata in vigore delle sanzioni che Washington ha nuovamente applicato a Teheran, in seguito al ritiro, l’8 maggio, dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano concluso con il Paese mediorientale il 14 luglio 2015. Il patto, firmato dall’Iran, dalla Germania e dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro Teheran dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Secondo quanto affermato dal presidente Trump, tuttavia, si trattava del peggior accordo mai stipulato dagli Stati Uniti.

L’ultima tranche di sanzioni è entrata in vigore il 5 novembre e ha colpito l’industria petrolifera iraniana, la vendita di greggio e le attività di trasporto. Tali misure, cui si applicano solo deroghe limitate, rientrano nel piano dell’amministrazione Trump di esercitare pressione sul Paese mediorientale perché rinunci al suo programma nucleare e al sostegno a gruppi che destabilizzano la regione mediorientale.

Fra questi, nel comunicato diffuso il 20 novembre, il Dipartimento del Tesoro americano indica esplicitamente la milizia libanese, Hezbollah, e il gruppo islamista palestinese che controlla la Striscia di Gaza, Hamas, che Washington considera organizzazioni terroristiche.

Già il 5 novembre, l’Iran aveva reagito all’imposizione delle sanzioni americane. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, aveva giurato che l’Iran avrebbe resistito alle misure restrittive. Il 20 novembre, il ministro della Difesa iraniano ha dichiarato che il Paese “supererà tranquillamente” anche le ultime sanzioni statunitensi che, peraltro, si inquadrano nella più ampia contrapposizione tra Washington e Teheran nel conflitto siriano, nell’ambito del quale gli Stati Uniti guidano una coalizione internazionale che sostiene le Syrian Democratic Forces, un’alleanza a guida curda che si oppone al regime di Assad, mentre l’Iran e la Russia sostengono il regime di Damasco. Da quando è iniziata nel 2011, la guerra in Siria ha provocato la morte di almeno 500.000 persone e ha costretto circa la metà della popolazione siriana a lasciare le proprie case. Secondo le stime più recenti, almeno 5 milioni di Siriani hanno cercato rifugio in altri Paesi.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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