Misurata: forze libiche irrompono su nave mercantile per obbligare i migranti a sbarcare

Pubblicato il 21 novembre 2018 alle 9:37 in Immigrazione Libia

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Le autorità libiche hanno utilizzato proiettili di gomma e lacrimogeni per obbligare oltre 70 migranti a sbarcare dalla nave mercantile Nivin, che li aveva tratti in salvo dieci giorni fa, al largo di Misurata.

Intorno al 13 novembre, gli stranieri erano stati soccorsi dall’imbarcazione, rifiutandosi poi di sbarcare nel porto della città libica, poiché non volevano tornare nei centri di detenzione, pregando altresì l’equipaggio di scortarli in Europa. I migranti si erano dichiarati disposti a morire, piuttosto che tornare in un centro libico. Due ragazzi di 18 e 16 anni, entrambi originari del Sud-Sudan, hanno riferito ad al-Jazeera che tornare in Libia era troppo pericoloso, in quanto avrebbero rischiato nuovamente di subire abusi e di essere venduti ai trafficanti di esseri umani, senza alcuna speranza di salvarsi e raggiungere una vita migliore. I due giovani hanno altresì rivelato che l’equipaggio della Nivin aveva promesso che avrebbe condotto tutti gli stranieri in Italia ma, al contrario, li ha riportati a Misurata.

Altri stranieri a bordo hanno rivelato di aver subito torture mentre si trovavano in Libia, come si evince da un video pubblicato dalla ong Mediterranea. Il filmato contiene con la testimonianza di un ragazzo, Christin Igussol, che in lingua inglese racconta di essere arrivato in Libia dall’Eritrea nel 2016, dove è stato venduto per tre volte, venendo punito e vedendo suo fratello morire tra le sue braccia. “Ho visto molte cose, come posso sbarcare? Se sbarco mi ammazzano. Possono fare quello che vogliono ma io non scendo, anche se non mi danno da mangiare, questa è la mia decisione ma anche quella degli altri 79 fratelli che sono a bordo. Non scenderemo fino alla morte, ci serve una soluzione”, spiega il ragazzo, aggiungendo che “nessuno può vivere in Libia”.

Nella giornata di martedì 20 novembre, una squadra della Marina libica è salita a bordo della Nivin, sparando proiettili di gomma e lanciando lacrimogeni addosso ai migranti per obbligarli a scendere dalla nave. Alcuni sono rimasti feriti nel corso dell’operazione, venendo poi portati in ospedale, mentre gli altri sono stati trasferiti immediatamente in un centro di detenzione di Misurata. Mediterranea, che con la nave Mare Jonio è impegnata in attività di monitoraggio nella porzione del Mediterraneo centrale, tra la Libia e l’Italia, ha esortato l’Unione Europea e Roma e prendersi le proprie responsabilità delle scelte politiche, aggiungendo di voler conoscere la sorte di ognuno dei circa 79 profughi. La ong dichiara che l’Italia è responsabile della vita dei questi migranti perché ha scelto di delegare a “un Paese in cui la tortura è pratica quotidiana” il recupero delle persone in fuga.

Da quando è salito alla guida del Ministero dell’Interno, Matteo Salvini ha chiuso i porti italiani alle navi delle ogn e delle missioni internazionali che operano nel Mediterraneo, rifiutandosi di accogliere i migranti soccorsi in mare e dichiarando che tali attività erano competenza delle autorità libiche. Ne è conseguito che, secondo le stime del Viminale, dal primo gennaio al 20 novembre 2018, sono sbarcati in Italia 22.541 stranieri, di cui 12.625 provenienti dalla Libia. Si tratta di una diminuzione di oltre l’80% rispetto ai dati dello stesso periodo del 32017, in cui giunsero in territorio italiano via mare 114.611 migranti, di cui oltre 103.000 partiti dal paese nordafricano.

Tra il 2017 e l’inizio del 2018, grazie all’appoggio dell’Italia e dell’Unione Europea, la Guardia Costiera libica aveva già iniziato ad aumentare significativamente la propria attività. Nei primi tre mesi di quest’anno, gli ufficiali libici hanno compiuto più di 4.100 operazioni di salvataggio in mare nella tratta del Mediterraneo Centrale, raggiungendo una cifra pari al doppio rispetto ai 2.500 soccorsi effettuati dalle navi delle Ong nello stesso periodo. Ad oggi, Reuters riferisce la Guardia Costiera libica ha ricondotto nel Paese nordafricano oltre 7.000 migranti intercettati in mare.

Come è noto, da anni, la Libia costituisce il principale porto di partenza dei flussi migratori che, attraverso il Mediterraneo, tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa. Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato, nell’ottobre 2011, il Paese nordafricano non è mai riuscita a compiere una transizione democratica. Ancora oggi il potere politico è diviso in due governi: il primo a Tripoli, sotto l’influenza dell’Onu e dell’Italia, mentre il secondo a Tobruk, sotto l’influenza di Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Francia. I trafficanti di esseri umani si approfittano di tale situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati. 

Il 14 novembre 2017, la CNN aveva pubblicato un video in cui venivano mostrati alcuni migranti africani che, in un capannone a poca distanza da Tripoli, venivano venduti all’asta come schiavi a 400 dollari. In tale occasione, le Nazioni Unite definirono la collaborazione tra Unione Europea, Italia e Libia in ambito migratorio “orribile” e “disumana”, poiché la loro politica di assistere la Guardia Costiera libica per intercettare i migranti in mare e riportarli nel Paese nordafricano, dove gli individui sono condannati alla sofferenza, era “un oltraggio alla coscienza umana”. Da parte loro, gli ufficiali libici hanno sempre negato tali accuse.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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