Airbnb e la questione israelo-palestinese: le vacanze ai limiti della legalità

Pubblicato il 21 novembre 2018 alle 14:35 in Israele Palestina

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Airbnb, il colosso mondiale delle case-vacanze, ha annunciato che rimuoverà dal proprio sito gli annunci degli immobili in affitto all’interno degli insediamenti israeliani in Cisgiordania: le motivazioni, le reazioni e le controversie riguardanti le vacanze ai limiti della legalità internazionale. 

La decisione è stata resa pubblica lunedì 19 novembre e causerà la rimozione di circa 200 inserzioni dal popolare sito web che consente ai proprietari di casa di affittare le proprie camere, interi appartamenti e case, in tutto il mondo. “Abbiamo concluso che dovremmo rimuovere le inserzioni che riguardano gli insediamenti israeliani in Cisgiordania che sono al centro della disputa tra israeliani e palestinesi”, si legge in una dichiarazione ufficiale di Airbnb. Un portavoce della società ha affermato che la rimozione di tali annunci avverrà nei prossimi giorni, secondo quanto riferisce il quotidiano Al-Jazeera English. La società ha spiegato che è arrivata a tale conclusione sulla base di un quadro interno, utilizzato per giudicare come gestire le inserzioni nei territori occupati in tutto il mondo. “La legge statunitense consente ad aziende come Airbnb di operare in questi territori, ma, allo stesso tempo, molti nella comunità globale sostengono l’idea che le aziende non facciano affari qui, perché credono che le società non dovrebbero trarre profitto dalle terre in cui le persone sono state sfollate”, si legge nella dichiarazione. “Altri ritengono che le aziende non debbano ritirare le operazioni commerciali da queste aree”, continua il testo. “Sappiamo che alcune persone non saranno d’accordo con questa decisione e che altre apprezzeranno la prospettiva: si tratta di una questione controversa”.

Il direttore di Human Rights Watch per Israele e i territori palestinesi, Omar Shakir, ha dichiarato che la decisione di Airbnb è stata un “gradito passo”. “Aziende come Booking.com dovrebbero seguirne l’esempio”, ha scritto su Twitter. Secondo il quotidiano The New Arab, la mossa ha preceduto la pubblicazione di un rapporto di Human Rights Watch, intitolato “Bed and Breakfast on Stolen Land”, Bed and Breakfast in una terra rubata, che condanna severamente la pratica di supportare il turismo in territori contesi, come gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. La decisione di Airbnb è stata salutata dai palestinesi come una vittoria per i diritti umani. “Grazie @airbnb per aver sostenuto i miei diritti, i coloni israeliani mi attaccano quotidianamente, si appropriano della mia terra e mi impediscono di camminare sulle mie strade. Oggi avete fatto una grande azione per la giustizia e la storia la ricorderà”, ha twittato l’attivista Issa Amro, che vive nella città palestinese di Hebron, tremendamente vessata dalla presenza di coloni israeliani. Diana Buttu, un avvocato palestinese-canadese ed ex portavoce dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), ha sottolineato l’importanza di vittorie come queste per il Movimento per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). “Airbnb ha fatto la cosa giusta, vivendo qui posso attestare che Israele non cambierà mai a meno che non venga dimostrato che le sue azioni sono sbagliate. #BDS” ha twittato l’avvocato Buttu. Anche il commentatore palestinese-americano e direttore della Campagna per i diritti palestinesi degli Stati Uniti, Yousef Munayyer, ha celebrato la decisione della società.

In molti, però, pensano che non sia ancora abbastanza. L’ex capo negoziatore per l’OLP, Saeb Erekat, ha rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva ulteriori provvedimenti nei confronti delle società che operano negli insediamenti israeliani in Cisgiordania. “Crediamo che questo sia un primo passo positivo, è stato cruciale che Airbnb si adeguasse alla posizione del diritto internazionale secondo cui Israele è una potenza occupante e per cui gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est occupata, sono illegali e costituiscono crimini di guerra”, si legge nella dichiarazione.”Ribadiamo la nostra richiesta al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite di rilasciare il database delle aziende che traggono profitto dall’occupazione coloniale israeliana: gli insediamenti israeliani non sono solo un ostacolo alla pace, ma sfidano la stessa definizione di pace”, aggiunge il documento. Tuttavia, per le società ed anche per Airbnb, la decisione rimane basata sulla controversia della situazione. Airbnb ha dichiarato che come parte del loro sistema decisionale, “valutano se l’esistenza di annunci può  contribuire alla sofferenza umana” e cercano di “determinare se l’esistenza di annunci nel territorio occupato ha un collegamento diretto con la più grande disputa nella regione”.

Da parte sua, Israele si è opposto fortemente alla presa di posizione di Airbnb e ha dichiarato che avrebbe aumentato le tasse per la società nel Paese e avrebbe incoraggiato misure legali contro questa per la sua decisione. Il ministro del turismo israeliano, Yariv Levin, ha chiesto ad Airbnb di invertire quella che ha definito una “decisione discriminatoria” e una “vergognosa resa” al movimento del BDS, promettendo una reazione, in caso contrario. “Se porti avanti una politica di discriminazione contro gli israeliani non puoi guadagnare denaro in Israele”, ha affermato. Levin ha poi aggiunto che il governo incoraggerrà coloro i cui annunci saranno cancellati a fare causa alla società. Airbnb, da parte sua, ha rifiutato di commentare le dichiarazioni israeliane. Se applicate, le sanzioni potrebbero incidere sui costi di alloggio per il turismo in Israele e nei Territori Palestinesi, un costo che si rifletterà sui turisti che intendono recarsi a Tel Aviv, il prossimo anno, per partecipare e assistere all’Eurovision.

Più di 600.000 coloni vivono negli insediamenti israeliani, definiti illegali dalla comunità internazionale, che si trovano all’interno dei Territori Palestinesi, dove vivono circa 3 milioni di palestinesi. Gli insediamenti sono circa 140 e i suoi abitanti ricevono circa il triplo dei sussidi statali dei cittadini israeliani che vivono nei confini precedenti alla guerra del 1967, definiti anche Green Line. Il quotidiano israeliano Haaretz sottolinea, infine, una questione interessante relativa all’attuazione della decisione di Airbnb. Come molti giganti di Internet, Airbnb in realtà, non possiede un proprio servizio di mappe. Invece, utilizza Google Maps per consentire agli utenti di cercare la locazione di un appartamento o una casa. Le funzioni della mappa incorporata consentono ai potenziali affittuari di scansionare i luoghi che intendono visitare da una prospettiva dall’alto, rilevando le potenziali case. Ma affidarsi a Google Maps può anche rendere più difficile qualsiasi tentativo di differenziare tra insediamenti e città palestinesi, specialmente se l’obiettivo è quello di permettere ai palestinesi di continuare ad utilizzare la piattaforma nei territori. I dati di Google Maps, infatti, non “riconoscono” la Palestina come un territorio sovrano e non attuano una chiara distinzione tra insediamenti israeliani e comunità palestinesi in Cisgiordania. Di conseguenza, non è possibile tracciare una tale distinzione basata sulle informazioni fornite da Google Maps. Le difficoltà per attuare una tale decisione rappresentano una minima parte delle sfide quotidiane che il conflitto israelo-palestinese, ancora in corso, pone alla popolazione continuamente vessata di questi territori. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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