USA sanzionano il leader miliziano libico Salah Badi

Pubblicato il 20 novembre 2018 alle 10:38 in Libia USA e Canada

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Il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto sanzioni contro il leader miliziano libico, Salah Badi. La mossa, annunciata lunedì 19 novembre, segue la decisione dell’Onu di inserire Badi nella lista degli individui sanzionati, in linea con la Risoluzione 2213 (2015) del Consiglio di sicurezza. Ciò comporterà il congelamento degli asset del militante e un bando di viaggio, e manderà al contempo un messaggio forte alla comunità internazionale per rendere noto che gli atti di violenza nei confronti dei cittadini libici non saranno tollerati.

Tale decisione è stata presa dopo che, il 14 novembre, Badi aveva condotto un attacco nell’area di Gaser Benghashir, nel Sud di Tripoli. Tra il 26 agosto e il 26 settembre, la capitale libica e le aree limitrofe hanno assistito a violenti scontri tra due coalizioni di milizie, che hanno causato la morte di 115 persone e il ferimento di oltre 500 feriti. La prima coalizione faceva capo alla Settima Brigata, conosciuta anche con il nome di Kani, originaria della città di Tarhuna, situata 65 chilometri a sud-est di Tripoli, e legata a Badi. Con il supporto di altre formazioni di combattenti originari delle regioni di Misrata e Zintan, l’obiettivo della Settima Brigata, era quello di fomentare la violenza per “liberare Tripoli dalle milizie corrotte che usano la loro influenza per accaparrarsi grandi somme di denaro a discapito dei cittadini”. La seconda coalizione, invece, era formata dalle Tripoli Revolutionaries Brigade e dagli alleati Misrata’s 301 Brigade, Bab Tajoura Brigade, Ghanewa Brigade e Nawasi Brigade.

In passato, Badi giocò un ruolo chiave negli scontri che rasero al suolo Tripoli nel 2014, quando la Libia andò sull’orlo di una nuova guerra civile. In tale contesto, Badi, insieme ai suoi seguaci, aveva formato una coalizione di milizie chiamata “Libya Dawn” o “Fajr Libya”, che prese il controllo della capitale nel 2014, radendo al suolo il suo aeroporto. I gruppi di tale coalizione vengono considerati la principale causa dell’instabilità libica.

Nel 2016, Badi aveva poi instaurato il proprio quartier generale in Turchia e, dalla fine di agosto 2018, aveva iniziato a manifestare più volte sui social media il supporto per ciò che stava accadendo a Tripoli. “Chiediamo ogni uomo libero di intervenire e combattere fino a quando la capitale sarà libera dalla corruzione”, aveva affermato Badi in un video, aggiungendo che coloro che non sostenevano la Settima Brigata avevano soltanto due opzioni, arrendersi o affrontare una punizione.  “Porremo fine alle distorsioni emerse dalla rivoluzione del 2011 e combatteremo contro coloro che hanno causato l’umiliazione dei cittadini di Tripoli”, aveva continuato Badi. Non è ancora chiaro quando Badi abbia fatto ritorno in Libia. Tra le accuse mosse contro di lui c’è quella di aver favorito l’ascesa in Libia di Ansar al-Sharia, organizzazione fondata nel 2011 e legata ad al-Qaeda, scioltasi nel maggio 2017.

Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato dall’intervento della NATO, nell’ottobre 2011, la Libia non è mai riuscita a compiere una transizione democratica. Tra il 2012 e il 2014, il Paese è giunto nuovamente sull’orlo di una guerra civile, che ha portato alla formazione di due governi rivali, uno insediato a Tripoli e uno a Tobruk. Il 17 settembre 2015, l’accordo di Skhirat ha dato vita al Governo di Accordo Nazionale (GNA), con a capo Serraj, che avrebbe dovuto unificare il panorama politico libico. Tuttavia, gli altri due governi non l’hanno mai riconosciuto, così che Serraj è riuscito ad insediarsi a Tripoli soltanto il 30 marzo 2016 e, da allora, le autorità libiche continuano ad essere divise in due governi: quello stanziato a Tripoli e guidato da Serraj, appoggiato dall’Onu, e quello di Tobruk, appoggiato da Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Francia.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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