Monarchia e “Hogra” in Marocco: potere, proteste e ingiustizie estreme

Pubblicato il 19 novembre 2018 alle 15:33 in Africa Marocco

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In Marocco,  i metodi istituzionalizzati di repressione delle proteste sono stati vitali in passato e lo sono ancora di più oggi: la repressione nel Paese ha cambiato nemici, ma non i suoi metodi.

Il 19 settembre 2018 ricorre l’ottavo anniversario della morte di Abraham Serfaty, un importante attivista politico ebreo marocchino. In tale occasione, il quotidiano qatariano Al-Jazeera English riporta un’analisi della storia recente delle proteste in Marocco e della loro repressione. Il quotidiano parte proprio dalla figura di Serfaty, un nazionalista, comunista e anti-colonialista dichiarato, che ha lottato contro il protettorato francese in Marocco. A causa del suo legame con l’ideologia marxista-leninista, fu arrestato ed esiliato per la prima volta dalle autorità coloniali francesi, all’inizio degli anni ’50. Fu poi imprigionato per 17 anni e privato della cittadinanza dalla monarchia marocchina. Nel 2000, dopo la morte del re Hassan II, Serfaty è stato riabilitato e ha avuto il permesso di tornare in Marocco, dove ha ricevuto la nomina di consigliere reale da Mohammed VI. Serfaty è deceduto pochi mesi prima che l’ondata di insurrezioni in Nord Africa in Medio Oriente, chiamata comunemente “primavere arabe”, colpisse il Marocco, nel febbraio del 2011.

La sua scomparsa, avvenuta nel novembre 2010, segnò simbolicamente l’avvento di una nuova generazione di movimenti di protesta in Marocco. In passato, le forze dell’opposizione anti-colonialiste che Serfaty aveva guidato negli anni ’70, erano formalmente organizzate e ideologicamente motivate. Oggi, le forme e i metodi dell’attivismo in Marocco sono profondamente cambiati: le proteste sono senza leader, non ideologiche e spesso innescate da eventi accidentali, ma emblematici per lotte socio-economiche quotidiane della popolazione più povera. Sebbene l’espressione del dissenso sia cambiata negli ultimi decenni, la reazione delle autorità marocchine, invece, rimane immutata, secondo quanto riporta il quotidiano. La repressione istituzionalizzata delle proteste degli ultimi otto anni non è così dissimile dagli strumenti utilizzati dalle autorità negli anni ’70 contro l’opposizione di sinistra, una realtà che Serfaty avrebbe certamente criticato, se avesse vissuto abbastanza a lungo da testimoniarla. 

Prima delle rivoluzioni arabe del 2011, la monarchia marocchina godeva di uno status elevato all’interno della sfera politica, che la poneva al di sopra del dissenso. Questo status speciale era garantito da alcune disposizioni della costituzione marocchina e si era solidificato grazie all’autorità storica dei cosiddetti “Makhzen”, la complessa rete di rapporti tra l’élite e il regime monarchico. I Makhzen permisero alla monarchia di controllare efficacemente il processo politico in Marocco, senza che questa apparisse invischiata nelle dinamiche politiche e quindi senza che fosse possibile attribuirgli alcuna responsabilità diretta delle crisi. Per mantenere questa dinamica, la monarchia cominciò a ricorrere ad una progressiva “ritualizzazione” del processo politico in Marocco. Le decisioni politiche furono accompagnate da cerimonie, spettacoli e eventi pubblici che consacrarono lo status del re come arbitro e garante dell’ordine e della stabilità. Attraverso l’uso di simboli culturalmente e storicamente risonanti, il regime ritualizzò il discorso pubblico per estendere e riprodurre la propria legittimità.

Tuttavia, le proteste popolari scoppiate nel febbraio 2011 hanno messo in discussione questa legittimità. Di conseguenza, la monarchia ha dovuto adattarsi alle pressioni delle nuove forme di attivismo che la “primavera marocchina” ha inaugurato. Le tattiche principali sono state quelle prettamente istituzionali usate in passato. Storicamente, il Makhzen si sono nascosti dietro diversi partiti politici e coalizioni, caratterizzate ogni volta da nuovi nomi, ma con le stesse personalità al proprio interno. Il Marocco, in questo modo, ha mantenuto una facciata di partecipazione politica competitiva. La monarchia ha utilizzato una tattica pressoché identica, nel 2012, per rispondere alle proteste popolari. Un’opposizione, in realtà ugualmente inserita nelle reti monarchiche, ricevette le redini del potere, in questo caso il Partito islamista di giustizia, per servire da contrappeso al dissenso popolare.

Di fronte all’autorità del Makhzen, i partiti dell’opposizione e il movimento del 20 febbraio 2011 non sono stati in grado di raggiungere i loro obiettivi e non sono riusciti a realizzare, neanche in parte, le profonde riforme socioeconomiche e politiche richieste durante le proteste. Tuttavia, secondo Al-Jazeera English, il movimento del 20 febbraio e gli altri gruppi di protesta riuscirono a sollevare il velo della paura e a demistificare l’intoccabile monarchia marocchina. Inoltre, le insurrezioni arabe hanno causato un decentramento delle proteste, che si sono allontanate dai centri urbani e si sono spinte verso le regioni periferiche del Marocco, poiché queste condividono comuni rimostranze politiche ed economiche. L’ascesa di forme spontanee di attivismo politico e sociale è un segno distintivo di questa nuova scena dell’attivismo in Marocco. Questi “non movimenti” di protesta, principalmente periferici, nascono in varie regioni del Marocco e sono raramente ideologizzati, guidati da una leadership o organizzati in una struttura determinata.

L’emergere di Nasser Zefzafi come attivista di spicco nel Rif, la regione montuosa a nord del Marocco, è un evento spontaneo quanto spontanei sono gli avvenimenti che hanno portato alle proteste di al-Hirak al-Shaabi, il Movimento Popolare, durate oltre un anno. Tale ondata di manifestazioni è stata innescata dalla pubblica indignazione per la morte accidentale di Mouhcine Fikri, un pescatore di 31 anni schiacciato da un camion della spazzatura, mentre protestava contro il sequestro della propria merce da parte della polizia, nel 2016. L’interruzione di Zefzafi del sermone durante la preghiera del venerdì, in una moschea nella città di al-Hoceima, nel 2017, è stata un’espressione spontanea di rabbia e disperazione contro l’egemonia monarchica e il suo dominio politico e culturale. Qui sta la novità dell’attuale attivismo sociale in Marocco: le proteste hanno smesso di essere ideologiche e scaturiscono da esperienze condivise di un gran numero di persone che nutrono rancori socio-economici comuni. La collera collettiva per il deterioramento delle condizioni socio-economiche e del tenore di vita, in Marocco, negli ultimi anni è stata catturata dal termine dialettale marocchino, “hogra”, che significa “ingiustizia estrema”.

Il concetto di hogra è percepito da molti come una caratteristica distintiva della radicata struttura autoritaria del Makhzen, un sistema culturale e politico praticato dalle burocrazie statali senza riguardo dei poveri, dei giovani e delle categorie più deboli della popolazione, in genere. Hogra si riferisce anche all’abuso di potere statale e alla corruzione dell’élite. Il crescente divario in termini di ricchezza in Marocco fornisce il più forte promemoria di hogra: le auto di lusso, i palazzi opulenti e gli accessori di ostentata ricchezza convivono con assoggettamento sistematico e l’impoverimento quotidiano delle classi più povere. Negli ultimi anni, la disobbedienza civile, di varie dimensioni e forme, è esplosa in tutto il Marocco, e il suo obiettivo è quello di resistere all’hogra. Un esempio sono le proteste in corso nel remoto villaggio di Amazigh di Imider contro lo sfruttamento delle acque sotterranee del villaggio da parte di una società mineraria, di proprietà del regime, la Societe Nationale d’Investissement (SNI). Un’altra manifestazione di questi atti di resistenza spontanea è stato il boicottaggio economico senza precedenti degli oligopoli di latte, acqua minerale e distribuzione di carburante del Marocco, che hanno, a loro volta, stretti legami con il regime. Il boicottaggio è stato in gran parte lanciato su piattaforme di social media e ha avuto successo nel destare preoccupazione tra gli oligarchi marocchini.

Questi atti organici di protesta hanno smascherato il fallimento della strategia del regime di apparire al di sopra della mischia politica. La continua manipolazione della scena politica e della società civile da parte della monarchia ha rimosso il cuscinetto tra l’istituzione reale e il popolo e ha esposto il palazzo ad un esame pubblico. La crescente incapacità delle autorità reali di affrontare costruttivamente i disordini sociali le hanno costrette a ricorrere all’uso di vecchi metodi oppressivi di controllo. Per il suo atto spontaneo di dissenso, Zefzafi, ad esempio, è stato condannato a 20 anni di prigione, una punizione che ricorda quello che Serfaty e altri attivisti di sinistra hanno affrontato nel Marocco degli anni ’70. Tuttavia, mentre la condanna di Serfaty era il risultato della sua opposizione all’annessione del Sahara Occidentale nel 1975, Zefzafi e altri giovani manifestanti sono oggi imprigionati per aver richiesto lavoro, sviluppo economico e la fine dell’emarginazione socio-politica. I profili degli attivisti del Marocco oggi sono significativamente diversi da quelli attivi negli “anni di piombo”, ma i metodi repressivi sono gli stessi del passato. E, mentre negli anni ’70 questi metodi risultarono relativamente efficaci, non è certo che oggi lo saranno ugualmente. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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