Trump: no all’estradizione di Gulen alla Turchia

Pubblicato il 18 novembre 2018 alle 12:07 in Turchia USA e Canada

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Il presidente americano, Donald Trump, ha affermato che per il momento l’ipotesi che gli Stati Uniti estradino l’imam Fethullah Gulen alla Turchia non è stata presa in considerazione, smentendo alcune voci secondo cui tale manovra faceva parte di un piano atto a convincere Ankara ad allentare le pressioni sull’Arabia Saudita.

“No, è fuori discussione”, ha riferito Trump ai giornalisti, quando questi gli hanno chiesto se avesse considerato l’ipotesi di estradare Fethullah Gulen alla Turchia, che lo accusa di aver orchestrato il tentato golpe del 15 luglio 2016.

Giovedì 15 novembre, la NBC News aveva riportato la notizia che l’amministrazione Trump stesse ponderando l’ipotesi dell’estradizione di Gulen ad Ankara. Tale mossa sarebbe stata considerata dagli USA come una possibile strategia per persuadere il presidente turco, Tayyip Erdogan, ad allentare le pressioni sull’Arabia Saudita, tensioni provocate dall’uccisione del giornalista  Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita di Istanbul. Nella seguente giornata di venerdì 16 novembre, il Dipartimento di Giustizia aveva smentito la notizia riportata dai media e chiarito che l’argomento non era stato discusso.

Sabato 17 novembre, Trump aveva dichiarato di “andare d’accordo” con Erdogan, e aveva espresso il desiderio di migliorare le relazioni bilaterali con la Turchia. Nella medesima occasione, il leader statunitense aveva descritto l’Arabia Saudita come un “alleato sinceramente spettacolare in termini di lavori e sviluppo economico”. Nei mesi recenti, Trump ha cercato di potenziare i rapporti tra Washington e Riad, lodando l’impegno profuso dall’Arabia Saudita nell’arginare l’influenza dell’Iran sulla regione mediorientale, e anticipando accordi bilaterali sul commercio di armi del valore di miliardi di dollari.

La Turchia accusa Gulen, rifugiatosi negli Stati Uniti, di aver orchestrato il colpo di Stato del 15 luglio 2016; Gulen, al contrario, nega il suo coinvolgimento, sostenendo la pacificità del suo movimento. I critici del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, lo accusano di usare il putsch fallito come pretesto per fermare il dissenso, in particolare tramite fenomeni di epurazione e censura. L’arresto di personalità ritenute vicine al religioso corrisponde alla politica portata regolarmente avanti da Erdogan in seguito al tentato golpe. Dal fallimento del colpo di Stato a oggi, la Turchia ha avviato frequenti opere di repressione del dissenso e purghe statali, incarcerando circa 77mila persone, licenziando 150mila impiegati pubblici e membri delle forze armate e facendo chiudere dozzine di giornali e canali mediatici. Tuttora la polizia di Ankara conduce spesso purghe e operazioni di rastrellamento contro la rete di persone connesse a Fethullah Gulen. Ankara, da parte sua, afferma invece che le misure sono necessarie per combattere le minacce alla sicurezza nazionale. A tal proposito, a partire dal 21 luglio 2016, è stato imposto nel Paese lo stato di emergenza, esteso per la settima volta e per tre mesi il 18 aprile e motivato con il persistere della minaccia da parte dei sostenitori del movimento di Gulen. Erdogan aveva promesso di revocare lo stato di emergenza in seguito alle elezioni del 24 giugno 2018, in esito alle quali si è realizzato il passaggio dal sistema parlamentare al sistema presidenziale, deciso in occasione del referendum del 16 aprile 2017. In seguito al giuramento del 9 luglio 2018, Erdogan ha cominciato il suo secondo mandato presidenziale, che esercita con poteri fortemente accresciuti, tra cui la nomina di alti funzionari pubblici, inclusi i ministri e i vicepresidenti.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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