Myanmar: scontri con polizia, 4 Rohingya feriti

Pubblicato il 18 novembre 2018 alle 13:27 in Asia Myanmar

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La polizia del Myanmar ha aperto il fuoco contro alcuni Rohingya, ferendone 4, dopo aver arrestato 2 uomini accusati di traffico di esseri umani fuori dal campo per sfollati situato nello Stato di Rakhine, nella regione occidentale del Paese.

Nella mattina di domenica 18 novembre, circa una ventina di poliziotti hanno fatto irruzione nel campo profughi di Ah Nauk Ye, situato circa 15 km a est della capitale dello Stato, Sittwe, arrestando due uomini accusati di possesso dell’imbarcazione usata da 106 Rohingua che erano stati fermati via mare, nella giornata di venerdì 16 novembre, mentre tentavano di prendere il largo verso la Malesia.

Maung Maung Aye, un Rohingya di 27 anni residente nel campo e testimone dei fatti di domenica, ha riferito a Reuters che nell’incidente sono rimaste ferite 4 persone, delle quali 2 versano ora in gravi condizioni. Secondo la testimonianza, le persone presenti nel rifugio erano uscite per vedere cosa stesse succedendo, quando la polizia ha aperto il fuoco contro di loro. Le forze dell’ordine locali, per contro, hanno riferito che i Rohingya li avevano circondati brandendo spade e scagliando pietre, ferendo alcuni poliziotti. In base alla dichiarazione di un ispettore di polizia del posto, Than Htay, i Rohingya avrebbero cercato di strappare le persone arrestate dalle mani dei poliziotti, e questi ultimi avrebbero a quel punto sparato colpi di avvertimento, ferendo alcuni astanti. Maung Maung Aye ha smentito tale versione dei fatti, affermando che nessun Rohingya aveva attaccato la polizia né opposto resistenza rispetto alla cattura dei 2 imputati. L’uomo ha spiegato che la polizia non ha mirato in aria, ma contro la folla. Il portavoce governativo del Myanmar, Zaw Htay, non ha risposto ai media per commentare l’evento.

Sempre nella giornata di domenica, i 106 Rohingua che erano stati trattenuti sono stati imbarcati nuovamente, stavolta su una nave diretta verso i campi profughi di Rakhine. Tra i passeggeri sulla barca, costruita con materiali di fortuna, c’erano anche 25 bambini. Il gruppo di Rohingya era stato fermato due giorni prima dalle autorità del Myanmar, a largo di Yangon, mentre tentava di dirigersi per mare in Malesia. Il tentato imbarco ha sollevato timori circa una nuova ondata di viaggi precari da parte dei membri della comunità musulmana, in seguito alla lotta governativa contro gli scafisti del 2015.

Decine di migliaia di Rohingya sono stati confinati nei campi situati al di fuori di Sittwe a partire dalle violenze scoppiate nello Stato di Rakhine nel 2012. Lì, essi non hanno libertà di movimento, né accesso alla sanità e all’istruzione.

Per anni, i membri della minoranza musulmana si sono affidati ai trafficanti di esseri umani per raggiungere Bangladesh, Malesia, Tailandia e Indonesia, soprattutto nei mesi tra novembre e marzo, quando il clima è poco piovoso e le condizioni metereologiche sono migliori. In passato, sono stati numerosi gli incidenti che sono costati la vita a molti migranti. Il governo di Bangkok, nel 2015, ha attuato un’azione per smantellare i traffici migratori dopo che, il 5 maggio di quell’anno, fu rinvenuta una fossa comune con all’interno 30 corpi nel distretto di Sadao, a poche centinaia di metri dal confine con la Malesia. Lo stesso giorno, 3 funzionari tailandesi e un cittadino del Myanmar vennero arrestati in Tailandia per sospetto coinvolgimento nella tratta di esseri umani. A quel punto furono avviate le ricerche delle barche dei trafficanti, con le autorità thailandesi, malesi e indonesiane che riferirono di aver intercettato e respinto centinaia di barche di richiedenti asilo. La conseguenza fu che i trafficanti abbandonarono progressivamente i migranti in mare. Il 10 maggio 2015, i ministri degli Esteri di Tailandia, Indonesia e Malesia si incontrarono per discutere sulla situazione. I ministri indonesiano e malese annunciarono che non avrebbero più spinto le barche in mare aperto, offrendo un rifugio temporaneo ai migranti, a condizione che la comunità internazionale rimpatriasse i rifugiati entro un anno. La Tailandia, invece, non firmò l’accordo.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficialmente dal Myanmar, motivo per cui è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Paese. Tali persecuzioni avevano subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto, quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya avevano attaccato alcune stazioni di polizia. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, circa 700mila Rohingya avrebbero lasciato il Paese per rifugiarsi in Bangladesh a seguito dell’avvio dell’offensiva guidata dall’esercito nazionale. In seguito a un’indagine dell’Onu, il governo del Myanmar è stato accusato di “intento genocida” e pulizia etnica. Il Paese ha respinto tali accuse, e ha giustificato il proprio operato affermando di star combattendo contro terroristi. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto nel gennaio 2018 e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar entro due anni.

Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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