Stati Uniti e Australia costruiranno una base navale in Papua Nuova Guinea

Pubblicato il 17 novembre 2018 alle 13:37 in Australia USA e Canada

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Gli Stati Uniti si uniranno all’Australia per costruire una base navale sull’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, nel tentativo di stringere alleanze e assicurare l’accesso all’area.

La notizia è stata comunicata sabato 17 novembre dal vicepresidente statunitense, Mike Pence, in occasione del summit dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), dove i leader mondiali hanno espresso la loro visione riguardo al modo di condurre le attività commerciali nell’area. Pence ha comunicato che gli Stati Uniti stringeranno una partnership con l’Australia e la Papua Nuova Guinea per quanto riguarda il progetto portuale di Manus. “Lavoreremo con questi due Paesi per proteggere la sovranità e i diritti marittimi delle isole del Pacifico” ha sottolineato il vicepresidente. Per decenni, fino a quando la Cina non ha concentrato la sua attenzione sulla regione, l’Australia influenzava ampiamente e in modo incontrastato il Pacifico. L’1 novembre, il primo ministro australiano, Scott Morrison, aveva annunciato che il suo governo avrebbe finanziato lo sviluppo della base sull’isola di Manus con il supporto della Papua Nuova Guinea. Tuttavia, nessuno dei due Paesi ha richiesto il sostegno dei suoi cittadini, che si sono opposti alle decisioni del governo centrale.

Secondo gli analisti, la presenza cinese sull’isola di Manus potrebbe mettere in pericolo la libertà di navigazione nell’area dei Paesi occidentali, offrendo a Pechino un accesso alle basi statunitensi di Guam. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Manus era una delle principali basi navali degli Stati Uniti e aveva un ruolo chiave nella strategia nell’Oceano Pacifico di Washington. Di recente, l’isola ha attirato l’attenzione poiché ospita un centro di detenzione per i migranti irregolari colti nel tentativo di entrare in Australia.

Il Mar Cinese Meridionale è un territorio le cui acque sono contese tra tutti i Paesi che vi si affacciano. In particolare, la Cina rivendica la sovranità della maggior parte dell’area e da diverso tempo ha avviato delle operazioni di costruzione militare sugli isolotti della zona. Si tratta di un tratto di mare particolarmente ricco di risorse minerarie e di giacimenti di gas naturale attraversato anche da molte rotte commerciali che vedono il passaggio di merci per un valore di 3 trilioni di dollari ogni anno.

Se la Cina, le Filippine, l’Indonesia, il Vietnam, Taiwan e la Malesia rivendicano ciascuno la sovranità su porzioni di queste acque e sugli arcipelaghi che le compongono, gli Stati Uniti sono presenti nella zona perché interessati a tutelarne lo status di acque internazionali. Le navi e le portaerei della Marina statunitense pattugliano spesso la zona e si incontrano e spesso scontrano con le loro controparti cinesi. Pechino continua a ribadire il suo diritto alla sovranità sulle acque adducendo motivazioni storiche, mentre Washington si ostina a presidiare la zona per garantire la libertà di navigazione e difendere i propri interessi commerciali.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Chiara Romano

di Redazione

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