Myanmar: fermata imbarcazione di 106 Rohingya diretti in Malesia

Pubblicato il 17 novembre 2018 alle 10:40 in Asia Myanmar

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Le autorità del Myanmar responsabili per l’immigrazione hanno trattenuto, a largo di Yangon, una barca di 106 Rohingya musulmani diretti in Malesia, venerdì 16 novembre, scatenando timori di una nuova ondata di viaggi precari della comunità in seguito alla lotta contro gli scafisti del 2015.

L’imbarcazione era diretta in Malesia quando le autorità, nella mattina presto di venerdì 16 novembre, l’hanno fermata circa 30 km a sud di Kyaw Htay, una delle più grandi città burmesi. A riferirlo telefonicamente all’agenzia di stampa Reuters è stato un funzionario locale addetto ai flussi migratori e appartenente alla municipalità di Kyauktan. Il gruppo che si era imbarcato proveniva da alcuni campo per sfollati interni situati nei pressi di Sittwe, la capitale dello Stato burmese occidentale Rakhine. “La loro meta era la Malesia. La barca è stata fermata dopo aver avuto problemi al motore”, ha spiegato il funzionario in questione.

Gli ufficiali del Myanmar hanno dichiarato di essere pronti ad accettare il ritorno dei Rohingya dai campi profughi allestiti in Bangladesh, tuttavia, giovedì 15 novembre, gli sforzi per rimpatriare numerose migliaia di Rohingya sono stati vani, in quanto molti di loro hanno protestato affermando di non voler tornare nel Paese. Tanto i funzionari delle Nazioni Unite quanto i membri delle organizzazioni umanitarie si sono opposti al piano di rimpatrio, affermando che le condizioni in Myanmar non sono ancora sicure per iniziare tale manovra.

Già mercoledì 7 novembre, decine di rohingya avevano lasciato il Myanmar e il Bangladesh a bordo di imbarcazioni per tentare di raggiungere la Malesia, e la Guardia Costiera bengalese aveva intercettato diverse imbarcazioni che salpavano dallo stato burmese di Rakhine. In tale occasione, gli ufficiali bengalesi avevano trattenuto 33 rohingya e arrestato 6 cittadini del Bangladesh a bordo di un peschereccio diretto in Malesia, a largo della Baia del Bengala. La notizia era stata riportata da ufficiali umanitari, i quali avevano messo in guardia in merito ad una nuova possibile ondata di migrazioni pericolose, nonostante la campagna di contrasto effettuata nel 2015 per fermare le attività dei trafficanti di esseri umani.

Per anni, i membri della minoranza musulmana si sono affidati ai trafficanti di esseri umani per raggiungere Bangladesh, Malesia, Tailandia e Indonesia, soprattutto nei mesi tra novembre e marzo, quando il clima è poco piovoso e le condizioni metereologiche sono migliori. In passato, sono stati numerosi gli incidenti che sono costati la vita a molti migranti.

Il governo di Bangkok, nel 2015, ha attuato un’azione per smantellare i traffici migratori dopo che, il 5 maggio di quell’anno, fu rinvenuta una fossa comune con all’interno 30 corpi nel distretto di Sadao, a poche centinaia di metri dal confine con la Malesia. Lo stesso giorno, 3 funzionari tailandesi e un cittadino del Myanmar vennero arrestati in Tailandia per sospetto coinvolgimento nella tratta di esseri umani. A quel punto furono avviate le ricerche delle barche dei trafficanti, con le autorità thailandesi, malesi e indonesiane che riferirono di aver intercettato e respinto centinaia di barche di richiedenti asilo. La conseguenza fu che i trafficanti abbandonarono progressivamente i migranti in mare. Il 10 maggio 2015, i ministri degli Esteri di Tailandia, Indonesia e Malesia si incontrarono per discutere sulla situazione. I ministri indonesiano e malese annunciarono che non avrebbero più spinto le barche in mare aperto, offrendo un rifugio temporaneo ai migranti, a condizione che la comunità internazionale rimpatriasse i rifugiati entro un anno. La Tailandia, invece, non firmò l’accordo.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficialmente dal Myanmar, motivo per cui è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Paese. Tali persecuzioni avevano subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto, quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya avevano attaccato alcune stazioni di polizia. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, circa 700mila Rohingya avrebbero lasciato il Paese per rifugiarsi in Bangladesh a seguito dell’avvio dell’offensiva guidata dall’esercito nazionale. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto nel gennaio 2018 e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar entro due anni.

Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

 

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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