Caso Khashoggi: per la CIA è stato il principe saudita a ordinarne l’omicidio

Pubblicato il 17 novembre 2018 alle 11:52 in Arabia Saudita USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La CIA ha decretato che è stato il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, a ordinare l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi a Istanbul. Tale dichiarazione contraddice quanto affermato dal governo dell’Arabia Saudita, che dichiara di non essere coinvolto nella vicenda.

L’agenzia di intelligence statunitense ha esaminato numerose fonti prima di incolpare il principe, inclusa una telefonata, intercettata dalla CIA, che Khalid bin Salman, ambasciatore saudita presso gli Stati Uniti e fratello del principe ereditario, aveva fatto a Khashoggi. L’uomo aveva comunicato al giornalista che avrebbe dovuto recarsi al consolato di Istanbul per ottenere una serie di documenti per il suo matrimonio, rassicurandolo del fatto che tale mossa sarebbe stata sicura. Non è ancora chiaro se Khalid sapesse che il giornalista sarebbe stato ucciso, ma la telefonata a Khashoggi era stata fatta sotto richiesta del fratello. Fatimah Baeshen, la portavoce dell’ambasciata dell’Arabia Saudita di Washington, ha dichiarato che l’ambasciatore non ha detto al giornalista di recarsi in Turchia. La donna ha aggiunto che le dichiarazioni della CIA sono false.

I servizi segreti statunitensi sono giunti alla conclusione che Mohammed bin Salman sia coinvolto nella vicenda anche perché è impossibile, secondo quanto da loro comunicato, che il principe ereditario non sia venuto a conoscenza dell’ordine di uccidere Khashoggi, considerato che egli è il leader de facto dell’Arabia Saudita e che sovrintende gli affari minori del regno. Gli analisti della CIA ritengono che il principe abbia una presa salda sul potere e che non perderà il suo status di erede al trono, nonostante lo scandalo.

Nelle ultime settimane, l’Arabia Saudita ha fornito diverse spiegazioni contraddittorie per giustificare gli avvenimenti nel consolato di Istanbul. L’ultima versione del Pubblico Ministero saudita ha dichiarato che l’omicidio è avvenuto per colpa di un gruppo di persone che hanno perso il controllo della situazione. L’obiettivo del team era riportare Khashoggi in Arabia Saudita, in un’operazione che aveva subito una deviazione quando il giornalista era stato bloccato con la forza e gli era stata iniettata della droga, che lo aveva fatto andare in overdose, uccidendolo. Il Pubblico Ministero aveva anche accusato 11 presunti membri del gruppo, dichiarando di aver richiesto la pena di morte per almeno 5 di loro.

Tra le prove assemblate dalla CIA a sostegno della dichiarazione contro bin Salman è presente altresì una registrazione audio consegnata dalla Turchia a Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Arabia Saudita. Il governo di Ankara, infatti, aveva installato un dispositivo all’interno del consolato saudita. Dall’audio si apprende che Khashoggi è stato ucciso qualche momento dopo essere entrato nell’edificio, versione accettata dai funzionari dei diversi Paesi che hanno ascoltato la registrazione. Il giornalista è morto nell’ufficio del console generale saudita: nell’audio si sente l’uomo lamentarsi del fatto che bisognava sbarazzarsi del cadavere ed eliminare le prove. Inoltre, la CIA ha esaminato una telefonata proveniente dal consolato, da parte di Maher Mutreb, un membro del gruppo saudita, che aveva chiamato Saud al-Qahtani, uno dei principali consiglieri di Mohammed bin Salman, informandolo che l’operazione era stata portata a termine.

Per quanto riguarda il movente dell’omicidio di Khashoggi, la CIA ha sviluppato una teoria secondo la quale il principe saudita riteneva che il giornalista fosse un pericoloso islamista, troppo vicino ai Fratelli Musulmani. Qualche giorno dopo la scomparsa di Khashoggi, infatti, Mohammed aveva comunicato questa sua idea in una telefonata con Jared Kushner, genero del presidente statunitense e suo consigliere, e John Bolton, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense.

Khashoggi, che scriveva per il Washington Post ed era critico nei confronti del governo dell’Arabia Saudita, aveva resistito alle continue pressioni di Riad perché ritornasse in patria, in quanto da anni viveva negli Stati Uniti. L’uomo era stato ucciso a Istanbul il 2 ottobre, nel consolato saudita, dove era entrato per ritirare alcuni documenti di cui aveva bisogno per sposarsi. Quando la fidanzata del giornalista aveva denunciato la sua scomparsa alle autorità turche, dai controlli effettuati alle telecamere intorno all’edificio del consolato era stato confermato che Khashoggi non aveva mai lasciato l’edificio. L’Arabia Saudita, il 4 ottobre, aveva respinto le accuse di omicidio e il consolato saudita aveva invitato i giornalisti di Reuters al proprio interno, per dimostrare la propria innocenza. Solo 17 giorni dopo la morte di Khashoggi, Riad aveva ammesso che l’uomo era stato ucciso all’interno del consolato e che i 18 membri della squadra saudita, arrivati in Turchia a inizio ottobre e segnalati da Ankara, erano stati arrestati in Arabia Saudita.

L’omicidio di Khashoggi, uno dei critici delle politiche di Mohammed bin Salman, ha fatto scoppiare una crisi in politica estera. La Casa Bianca ha messo in dubbio la sua fiducia nell’amministrazione saudita, imponendo sanzioni contro 17 funzionari del Paese. Tuttavia, secondo il Washington Post, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nonostante abbia visionato le prove contro il principe ereditario, sarebbe rimasto scettico circa il suo coinvolgimento nella vicenda. Trump ha comunicato ad alcuni funzionari senior della Casa Bianca che vuole che Mohammed bin Salman rimanga al potere, perché l’Arabia Saudita aiuta a controllare l’Iran, che è considerato la principale sfida alla sicurezza nel Medio Oriente. Il presidente statunitense ha altresì chiesto alla CIA e ai funzionari del Dipartimento di Stato di localizzare il corpo di Khashoggi, che al momento è ancora disperso. Il 9 novembre, la Turchia aveva sospeso le ricerche del cadavere.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Chiara Romano

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.