USA: imposte sanzioni per omicidio Khashoggi, sauditi chiedono pena di morte

Pubblicato il 16 novembre 2018 alle 11:23 in Arabia Saudita USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno deciso di imporre sanzioni economiche nei confronti di 17 funzionari sauditi, giovedì 15 novembre, per il loro ruolo nell’uccisione del giornalista saudita, Jamal Khashoggi. Da parte sua, invece, il Pubblico Ministero dell’Arabia Saudita ha chiesto la pena di morte per 5 degli indagati nell’omicidio.

Le sanzioni del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti sono state la prima risposta concreta dell’amministrazione Trump allomicidio di Khashoggi, avvenuta nel consolato saudita in Turchia, il 2 ottobre. Tra gli individui implicati ci sono: Saud al-Qahtani, il quale è stato rimosso dalla sua posizione di primo ministro nel regime del principe ereditario Mohammed bin Salman, così come il console generale saudita, Mohammad al-Otaibi, e alcuni membri della squadra di 15 persone identificata dalla Turchia come coinvolta nellomicidio.

La decisione di imporre delle sanzioni economiche a cittadini sauditi è stata definita insolita da Reuters, dal momento che Washington non è solita colpire il governo di Riad, un importante alleato per la sicurezza. Le sanzioni limitano l’accesso saudita al sistema finanziario degli Stati Uniti e congelano i beni delle persone coinvolte. Le misure saranno attuate in base a un provvedimento rivolto a perpetratori di gravi violazioni dei diritti umani e corruzione. “Questi individui hanno preso di mira e brutalmente ucciso un giornalista che risiedeva e lavorava negli Stati Uniti, perciò devono affrontare le conseguenze delle loro azioni” ha dichiarato il segretario del Tesoro, Steve Mnuchin.

Il Canada, che quest’anno ha avuto una grande disputa diplomatica con l’Arabia Saudita circa il rispetto dei diritti umani, ha accolto favorevolmente le sanzioni statunitensi, aggiungendo di essere in procinto di valutare un’azione simile.

In un primo momento, Riad ha negato ogni responsabilità per la scomparsa del famoso critico, sostenendo che l’editorialista del Washington Post aveva lasciato l’edificio indenne. In seguito, l’Arabia Saudita ha poi ammesso che il giornalista Jamal Khashoggi era effettivamente stato ucciso all’interno del suo consolato, precisando che l’uomo era morto in seguito a una rissa. Infine, Riad ha nuovamente cambiato versione, affermando che il governo saudita voleva convincere Khashoggi a tornare in patria, come parte di una campagna volta a prevenire che gli oppositori del Paese venissero ingaggiati dai nemici. Per questo motivo, il vice presidente dell’Intelligence saudita, Ahmed al-Asiri, aveva assemblato un gruppo di 15 persone, inviandolo a Istanbul per incontrare il giornalista e convincerlo a tornare in Arabia Saudita.

Secondo il piano, il team avrebbe dovuto trattenere Khashoggi in una casa sicura, fuori Istanbul, per un certo periodo di tempo, ma l’accordo era di rilasciarlo se, alla fine, l’uomo si fosse opposto a tornare in patria. Nonostante ciò, un funzionario saudita ha dichiarato che la situazione è degenerata sin dall’inizio, in quanto il gruppo ha ignorato gli ordini e ha utilizzato la violenza, trattenendo Khashoggi per il collo, coprendogli la bocca per evitare che urlasse e provocando così la sua morte.

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Alice Bellante

di Redazione

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