Libia: nuovi scontri tra milizie a Sud di Tripoli

Pubblicato il 15 novembre 2018 alle 18:11 in Africa Libia

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I dintorni dell’aeroporto Internazionale della Libia, a Sud Tripoli, sono stati teatro di nuovi scontri tra due milizie rivali, la sera di mercoledì 14 novembre.

Secondo quanto riferito da Ansamed, i contrasti, durati qualche ora, sono stati interrotti da un cessate il annunciato dal presidente del Comitato che si occupa dell’attuazione delle nuove misure di sicurezza concordate dal governo di Tripoli in seguito agli scontri di settembre, Ramadam Zarmouh. Secondo quanto riferito dai media libici, le tensioni erano scoppiate nella serata del 14 novembre, dopo alcuni contrasti avvenuti nel corso della giornata, nei pressi del ponte di Qasr bin Ghashir, situato a 25 km dal centro e vicino all’aeroporto Internazionale della Libia. Tale aeroporto è stato chiuso qualche anno fa, venendo sostituito da quello di Mitiga.

Le milizie protagoniste degli ultimi scontri sono state la Forza Centrale di Sicurezza Abu Salim, fedele al governo di Tripoli e guidata da Abdul-Ghani Al-Kikli, e la Settima Brigata, protagonista del mese di scontri nella capitale tra fine agosto e fine settembre. Sembra che la Settima Brigata abbia deciso di sferrare un attacco poiché delusa della conferenza di Palermo sulla Libia, tenutasi il 12 e 13 novembre. Ad avviso dei miliziani, il meeting avrebbe dovuto stabilire la cacciata delle milizie fedeli al premier di Tripoli, Al-Serraj.

Nel frattempo, il capo di Abu Salim ha dichiarato di voler raggiungere Tharuna, ad Est di Tripoli, per colloquiare con gli esponenti della Settima Brigata, al fine di rafforzare la tregua e ripristinare la normalità intorno alla capitale. La Commissione Nazionale per i Diritti Umani in Libia ha messo in guardia il Paese di fronte alle nuove violenze che, a suo avviso, costituiscono un enorme minaccia alla sicurezza dei civili.

Tra il 26 agosto e il 26 settembre, Tripoli e le aree limitrofe hanno assistito a violenti scontri tra due coalizioni di milizie, che hanno causato la morte di 115 persone e il ferimento di oltre 500 feriti. La prima coalizione di milizie faceva capo alla Settima Brigata, conosciuta anche con il nome di Kani, originaria della città di Tarhuna, situata 65 chilometri a sud-est di Tripoli. Con il supporto di altre formazioni di combattenti originari delle regioni di Misrata e Zintan, l’obiettivo della Settima Brigata, era quello di fomentare la violenza per “liberare Tripoli dalle milizie corrotte che usano la loro influenza per accaparrarsi grandi somme di denaro a discapito dei cittadini”. La seconda coalizione, invece, era formata dalle Tripoli Revolutionaries Brigade e dagli alleati Misrata’s 301 Brigade, Bab Tajoura Brigade, Ghanewa Brigade e Nawasi Brigade.

Gli ultimi scontri hanno seguito la conferenza internazionale sulla Libia di Palermo, che si è conclusa con la foto della stretta di mano tra il premier del governo di Tripoli, Fayez Serraj, e l’uomo forte del governo di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, di fronte al premier italiano, Giuseppe Conte. Subito dopo la con conclusione dell’evento, Conte ha scritto su Twitter che l’Italia aveva riunito i protagonisti del dialogo libico.

Nel corso dell’intervento alla plenaria, alla quale Haftar non ha preso parte, il premier italiano ha affermato che Roma ritiene fondamentale sostenere il cessate il fuoco a Tripoli e facilitare i colloqui per l’attuazione delle nuove misure di sicurezza per superare il sistema basato sui gruppi armati. Alcune fonti hanno riferito che Haftar avrebbe appoggiato la presidenza di Serraj, ma non prima della programmazione di nuove elezioni. Subito dopo aver partecipato ad alcuni incontri con i ministri europei, il generale libico è ripartito per Bengasi, senza partecipare alla plenaria. A suo dire, la Libia è in uno stato di guerra e, per tale ragione, necessita di controllare le proprie frontiere. “Abbiamo frontiere con Tunisia, Algeria, Niger, Ciad Sudan ed Egitto e la migrazione illegale viene da tutte le parti”, ha spiegato Haftar ad un quotidiano libico, spiegando altresì che tale fenomeno favorisce l’entrata nel Paese di gruppi criminali e terroristici.

Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato dall’intervento della NATO, nell’ottobre 2011, la Libia non è mai riuscita a compiere una transizione democratica. Tra il 2012 e il 2014, il Paese è giunto nuovamente sull’orlo di una guerra civile, che ha portato alla formazione di due governi rivali, uno insediato a Tripoli e uno a Tobruk. Il 17 settembre 2015, l’accordo di Skhirat ha dato vita al Governo di Accordo Nazionale (GNA), con a capo Serraj, che avrebbe dovuto unificare il panorama politico libico. Tuttavia, gli altri due governi non l’hanno mai riconosciuto, così che Serraj è riuscito ad insediarsi a Tripoli soltanto il 30 marzo 2016 e, da allora, le autorità libiche continuano ad essere divise in due governi: quello stanziato a Tripoli e guidato da Serraj, appoggiato dall’Onu, e quello di Tobruk, appoggiato da Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Francia.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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