Tunisia nel vortice della violenza: tra estremismo e forze di sicurezza

Pubblicato il 14 novembre 2018 alle 16:30 in Africa Tunisia

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Terrorismo e forze di sicurezza sono una costante in Tunisia, in un circolo vizioso di violenze che tende ad ignorare i problemi più profondi della società tunisina: perché il Paese della transizione democratica non riesce a combattere l’estremismo.

Il 29 ottobre, Mouna Guebla, una trentenne laureata, disoccupata e senza precedenti penali, ha fatto esplodere un ordigno fatto in casa nel centro di Tunisi, ferendo 20 persone, la maggior parte dei quali poliziotti. Secondo quanto riporta il quotidiano Al-Jazeera English, l’attacco, di natura improvvisata e di portata limitata, non ha particolarmente turbato la vita quotidiana dei tunisini. Dopotutto, la Tunisia vive in perenne stato di emergenza dal 2015 e le notizie di attacchi del genere sono frequenti. Il quotidiano qatariano fornisce un’analisi delle ragioni per cui il contro-terrorismo tunisino continui a fallire nel Paese. L’attentato suicida del 29 ottobre è stato l’ultimo di una serie di attacchi simili che negli ultimi tre anni hanno preso di mira civili e agenti di sicurezza . Nel marzo 2015, alcuni uomini armati hanno fatto irruzione nel Museo Nazionale del Bardo, a Tunisi, uccidendo 21 persone. Nel giugno dello stesso anno, un altro uomo armato ha assassinato 38 persone nella località costiera di Sousse. E ancora nel novembre 2015, un autobus pieno di guardie presidenziali tunisine a Tunisi è stato fatto saltare in aria, uccidendo 12 persone. Più recentemente, nel novembre 2017, un uomo ha attaccato due poliziotti con un coltello, uccidendone uno, vicino al parlamento, nella capitale del Paese. Quest’anno, il 7 luglio, 6 agenti di polizia sono stati uccisi ad Ain Soltane, Jendouba, nel nord-ovest della Tunisia.

Per quanto riguarda l’attacco del 29 ottobre, il Ministero dell’Interno ha contribuito a un rapido ritorno alla normalità annunciando prontamente che l’attentato suicida era “un atto isolato” e che nessuna delle vittime aveva riportato ferite mortali. Inoltre, durante quella settimana, la maggior parte dei tunisini erano preoccupati per l’omicidio del 19enne Aymen Othmani da parte di agenti doganali o distratti dalla finale della Champions League africana tra l’Esperance tunisina e l’Al-Ahly egiziana. In tale clima, le autorità tunisine hanno permesso al 29 ° Festival di Cartagine di tenere la sua cerimonia di apertura al National Theatre, a pochi metri dalla scena del bombardamento, il 3 novembre. Così, mentre la vita nella capitale è tornata alla normalità dopo un paio di giorni dall’attentato, l’attacco ha intensificato un numero crescente di sospetti dei tunisini riguardo alle capacità dei servizi di antiterrorismo statali. Il fatto che un attacco mal pianificato e realizzato da una persona inesperta sia riuscito a ferire 20 persone nel cuore della capitale ha suscitato dubbi sulla capacità delle forze di sicurezza tunisine di affrontare minacce più gravi per il Paese. La famosa Avenue Habib Bourguiba, dove si è verificato l’attentato suicida, non è solo il cuore politico e culturale di Tunisi, ma ospita anche il quartier generale del Ministero degli Interni.

Dall’inizio dello stato di emergenza tre anni fa, la presenza di sicurezza nell’area è estremamente visibile, con pattuglie di polizia ad ogni angolo. Considerando ciò, l’ultimo bombardamento ha sollevato interrogativi non solo sulle capacità delle forze di sicurezza, ma anche sull’efficacia di una tale presenza della polizia. Nel frattempo, in tutto il Paese continuano le proteste contro la diffusa brutalità della polizia e gli abusi delle forze di sicurezza ai danni dei civili. Sebbene la riforma delle forze di sicurezza fosse una delle principali richieste dei manifestanti scesi in piazza durante la rivoluzione del 2011, le autorità non hanno ancora messo in atto una riforma sostanziale del settore. Al contrario, si moltiplicano le notizie di arresti arbitrari, torture e persino omicidi extragiudiziali di manifestanti e sostenitori dell’opposizione, da parte di agenti di polizia. In quasi tutti i casi, le autorità hanno rilasciato comunicati stampa che negavano le accuse. A volte, tali comunicati sostenevano che le vittime fossero morte per “cause naturali”. Quasi nessuno dei poliziotti accusati di brutalità è stato indagato, punito o imprigionato.

Tuttavia, nonostante la crescente sfiducia del popolo tunisino riguardo alle strategie di sicurezza del governo, i funzionari statali non sembrano desiderosi di cambiare il modo in cui affrontano le minacce alla sicurezza, secondo quanto riporta Al-Jazeera English. Dopo l’attacco di ottobre, le autorità tunisine continuano a sostenere che la soluzione sia conferire maggiori poteri alle forze di sicurezza, per contrastare il terrorismo e controllare i disordini politici e sociali. Oltre a chiedere nuove e più intrusive misure di sicurezza, il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, ha anche chiesto la rapida adozione di un disegno di legge controverso, chiamato “Repressione degli attacchi contro le forze armate”, che avrebbe esonerato le forze di sicurezza dalla responsabilità penale e criminalizzato la denigrazione dei poliziotti. Il presidente dell’Assemblea parlamentare, Mohamed Naceur, ha espresso il proprio sostegno all’adozione del controverso progetto di legge e ha insistito per un’ulteriore protezione delle forze di sicurezza dagli attacchi. Al contrario, la società civile tunisina e i gruppi per i diritti umani sembrano convinti che l’adozione di tale legge sia un ulteriore colpo alla traballante democrazia tunisina che potrebbe risultare in una legalizzazione dell’impunità della polizia. A luglio, la direttrice tunisina di Human Rights Watch, Amna Guellali, aveva dichiarato che tale legge avrebbe trasformato i membri delle forze di sicurezza in “super cittadini”: nessuno avrebbe potuto criticarli, filmarli, mettere in discussione il loro comportamento arbitrario o chiedere giustiziain caso di utilizzo ingiustificato della forza.

Da parte loro, i sindacati della polizia hanno spinto per l’adozione del disegno di legge, facendo pressioni politiche sui parlamentari e minacciando di smettere di proteggere i deputati. In questo momento, soprattutto dopo l’ultimo bombardamento a Tunisi, l’approvazione del disegno di legge sembra inevitabile. Inoltre, sottolinea il quotidiano, l’inclinazione del governo a far fronte a qualsiasi minaccia aumentando la presenza della polizia negli spazi pubblici rischia di spingere i giovani tunisini verso l’estremismo. Le autorità affermano che oltre 3.000 tunisini hanno lasciato il Paese negli ultimi anni per combattere per lo Stato Islamico e altri gruppi armati in Iraq, Siria e Libia. Il forte senso di ingiustizia, vulnerabilità e disperazione tra le masse marginalizzate e povere della Tunisia è una delle cause dell’estremismo nel Paese. Nell’assenza di qualsiasi forma di protezione dagli abusi della polizia, i giovani tunisini, sempre più poveri, vedono nella violenza e nell’estremismo la loro unica arma contro l’ingiustizia e l’impunità. Tuttavia, lo stato tunisino non sembra particolarmente recettivo di tali importanti problematiche che affliggono la gioventù locale, al contrario, decide spesso di rispondervi con misure punitive estreme. 

Gli autori degli attacchi terroristici in Tunisia dal 2015 ad oggi, nota il quotidiano, hanno storie simili: sono educati, poveri, disoccupati e frustrati. A prima vista, Mouna Guebla sembrava essere in qualche modo diversa dai precedenti aggressori: non era affiliata ad alcun gruppo estremista ed era la prima donna in Tunisia a compiere tale gesto. Tuttavia, nella sua essenza, la storia della radicalizzazione di Guebla non è diversa da quella di chi la ha preceduta. Laureata, ma incapace di sostenere se stessa e la sua famiglia a causa della disoccupazione, era costretta a lavorare nei campi e con le pecore. La disperata situazione le ha aperto le porte della violenza estrema. Sette anni dopo la rivoluzione del 2011, il fallimento delle riforme economiche ha reso impossibile la realizzazione delle più importanti richieste della rivoluzione tunisina. Come Guebla, un terzo dei laureati in Tunisia è disoccupato. Il crescente tasso di inflazione, che attualmente supera di gran lunga il sette percento, e le misure di austerità hanno provocato un deterioramento del potere d’acquisto e una crescente disperazione tra i tunisini. Gli alleati occidentali della Tunisia continuano a celebrare la sua riuscita transizione democratica, ignorando le sue estreme difficoltà. Il governo tunisino non riuscirà a risolvere il problema dell’estremismo del Paese e porre fine agli attentati senza prima analizzare e intervenire sui problemi sociali, economici e politici che affliggono la gioventù del proprio Paese. Il tempo dei cambiamenti in Tunisia deve ancora iniziare. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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