Racconti dall’inferno: i detenuti dei centri per i migranti in Libia

Pubblicato il 13 novembre 2018 alle 13:30 in Africa Libia

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Sono passate quasi tre settimane da quando Abdulaziz, un ragazzo somalo di 28 anni, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco, in un fatale gesto disperato, all’interno del centro di detenzione per i migranti di Triq al Sikka, nella capitale libica, Tripoli. Cosa continua a succedere a chi viene fermato alle porte dell’Europa, le responsabilità del Vecchio Continente e gli orrori della vita quotidiana nei centri di detenzione raccontati dai migranti.

I detenuti di Triq al Sikka che hanno assistito alla morte di Abdulaziz, hanno raccontato le circostanze dell’avvenimento. Il gesto estremo del ragazzo sarebbe stato compiuto poco dopo una visita dell’Agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR). Secondo i racconti, i funzionari avevano appena riferito al ragazzo che questo non aveva possibilità di lasciare la Libia. “Inizialmente, voleva suicidarsi in segreto, poi ha cominciato a gridare, la gente è accorsa, ma era già finita”, ha raccontato un altro detenuto. Abdulaziz si trovava nel centro di detenzione da nove mesi. Il quotidiano Al-Jazeera English, con uno straziante articolo di Sally Hayden, riporta le storie dei migranti intrappolati in questo luogo di orrori.

A proposito di tale episodio, l’UNHCR ha riferito che la morte di Abdulaziz non ha avuto nulla a che fare con la loro visita e che per il ragazzo era prevista l’evacuazione in Niger, il mese prossimo. Il quotidiano, tuttavia, sottolinea che non è chiaro il motivo per cui il detenuto non fosse stato informato al riguardo. Nei giorni successivi alla morte di Abdulaziz, i rifugiati hanno raccolto piccole somme di denaro, inviate dalle loro famiglie, per comprare caffè, biscotti e candele, per organizzare un funerale all’interno del centro di detenzione. Tuttavia, il loro pensiero costante, raccontano, è rivolto a chi potrebbe essere il prossimo. Migliaia di rifugiati e migranti sono attualmente detenuti a tempo indeterminato dal Dipartimento per la Lotta alla Migrazione Illegale (DCIM) della Libia. Molti sono stati rimpatriati nel Paese Nord Africano dopo che le navi su cui si trovavano, in viaggio verso l’Italia, sono state intercettate dalla guardia costiera libica, finanziata dall’UE. Tra di loro ci sono persone provenienti dalla Somalia, dall’Eritrea e dal Sudan, Paesi in guerra o Stati soggetti a dittature in cui si verificano gravi violazioni dei diritti umani.

Tra i centri di detenzione di Tripoli, Triq al Sikka, che ospita oltre 400 persone, viene regolarmente descritto da rifugiati e migranti come un incubo, a causa dei livelli estremi di abbandono e abuso. “È proprio come l’inferno”, ha detto un ex detenuto. “Un abominio”. Al Jazeera ha parlato con sei attuali ed ex detenuti di Triq al Sikka. Alcuni dicono di trovarsi nel centro da un anno, mentre altri sono fuggiti durante i recenti scontri avvenuti a Tripoli. Le chiamate ricevute da questi ultimi da parte del Dipartimento per la Lotta alla Migrazione sono rimaste senza risposta. I detenuti hanno raccontato la loro quotidianità nel centro, fatta i giorni al buio, sorvegliati da guardie che non si avvicinano a loro, per paura di contrarre malattie. “Il giorno e la notte erano uguali per noi”, ha raccontato un uomo. Negli ultimi mesi la situazione ha raggiunto un punto di crisi. I detenuti hanno riferito che, per tre settimane, alle persone affette dalla tubercolosi non è stato somministrato alcun farmaco, dopo che il personale dell’International Rescue Committee (IRC), in carica dell’assistenza medica sin dall’inizio di settembre, ha cominciato a temere di contrarre la malattia. Ora hanno paura che ognuno di noi abbia la tubercolosi. Un detenuto ha raccontato che un uomo accanto a lui ha cominciato a tossire sangue, qualche giorno prima. “Che Dio lo aiuti, ieri lo hanno portato alla porta principale, ma le guardie hanno detto che non c’era nessun medico, così il numero dei malati non può che aumentare, a meno che non si trovi una soluzione. Siamo vivi solo per grazia di Dio”.

Thomas Garofalo, direttore nazionale dell’IRC Libia, ha riferito che il personale è “sopraffatto”. “Abbiamo lavorato con il Centro nazionale per il controllo delle malattie per documentare e diagnosticare i casi di tubercolosi, e stiamo cercando di farlo, ma le condizioni nel centro non sono adeguate, questo è il problema”. Ha riferito che l’IRC ha diagnosticato 25 casi di tubercolosi a Sikka, e quelli che sono stati ritenuti contagiosi sono stati rimossi e isolati, ma questo processo è stato sospeso la scorsa settimana dopo che lo staff è risultato positivo alla tubercolosi. Sono consapevoli che la malattia potrebbe diffondersi. “Il problema non è ingestibile, ma la Libia non può o non vuole gestirlo e abbiamo bisogno che altri Paesi, con un contributo umanitario, forniscano aiuto e forniscano asilo, se necessario, o almeno che collaborino con le autorità libiche affinché si riesca ad ottenere un trattamento più umano di queste persone”. Nel centro, più di 200 uomini e ragazzi adolescenti sono tutti stipati in una sala buia. In un’altra, più areata, quasi 230 donne e bambini. Le persone malate sono tenute con tutti gli altri. I detenuti sono principalmente eritrei e somali, ma ci sono anche etiopi, yemeniti, siriani e sud sudanesi. Tra questi anche 30 coppie sposate. Mariti e mogli possono incontrarsi e parlare per circa 10 minuti a settimana, secondo quanto riferiscono i detenuti. “In quel momento, le guardie stanno a circa un metro da te”, ha commentato uno di questi. “Hai paura anche solo a toccarti perché alla polizia non piace”.

Abdulaziz, l’uomo somalo che si è suicidato, era sposato e sua moglie vive ancora nel centro. Ci sono anche bambini nella stessa struttura, compresi neonati. Alcuni dei detenuti ricordano chi non è riuscito ad arrivare in quell’inferno: un uomo ha raccontato ad Al Jazeera della sua ragazza, morta nel deserto del Sahara, sulla strada per la Libia. Chi ce l’ha fatta ha trovato ad attenderlo una stanza buia, la tubercolosi, le febbri, i problemi ai reni e varie altre malattie. Alcune persone sono disabili a causa di infortuni procurati durante il viaggio verso la Libia. Attuali ed ex detenuti raccontano che ci sono stati tra i 7 e i 20 morti a Triq al Sikka, quest’anno. Al Jazeera non è stata in grado di confermare questi numeri con nessuna delle organizzazioni che lavora nel centro. “Quando muoiono, le guardie portano via il corpo e basta”, ha raccontato un uomo. A testimonianza della difficoltà dello scambio di informazioni fuori e dentro il centro, i telefoni sono severamente vietati. Tre ex detenuti hanno raccontato che non avrebbero mai chiesto alle guardie di contattare la famiglia di qualcuno che è morto, per paura di essere portato in una piccola stanza e picchiato con spranghe e bastoni o privato di cibo.

Quando i visitatori stranieri vengono a Sikka, le persone ferite o torturate vengono nascoste nel retro della sala, i corpi accatastati tra gli autobus, o rinchiuse nei bagni delle guardie. Tre ex detenuti hanno raccontato che lo staff delle Nazioni Unite chiama sempre prima di arrivare e le guardie, quindi, avvertono i detenuti “se dici qualcosa di negativo su di noi, ti torturiamo”. Un giornalista straniero che ha visitato Triq al Sikka lo scorso anno ha confermato di essere stato testimone di pestaggi che “sembravano essere delle punizioni”. “Le guardie libiche non si preoccupano affatto di queste persone, è risultato chiaro in tutti i posti che ho visitato, sembra davvero che considerino queste persone degli animali”, ha dichiarato. Alla fine di agosto, a Tripoli una serie di scontri hanno sconvolto la città, mentre le milizie rivali gareggiavano per il controllo della capitale. Durante gli scontri, un missile è caduto nei pressi di Sikka, e nel caos, alcuni detenuti sono riusciti a fuggire. Ma altri, compresi quelli con mogli e figli, hanno pensato che fosse meglio rimanere nel centro piuttosto che rischiare di trovarsi per le strade di Tripoli, dove il rischio di essere uccisi o rapiti è ancora maggiore. Nessuno voleva venire a Tripoli e nessuno vuole restarci.

Sebbene in città sia stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco, i detenuti dicono di sentire ancora occasionali combattimenti. “Tutti hanno armi e, per tutto il tempo, sentiamo rumori di colpi da fuoco”, ha raccontato un uomo. Durante gli scontri, le squadre mediche che avevano monitorato i casi di tubercolosi hanno perso la traccia di alcuni dei malati, secondo Garofalo dell’IRC. Il clima in Libia e gli scontri continui contribuiscono al trauma di molti detenuti che hanno già subito torture da parte di contrabbandieri, estorsioni e abusi, lungo la rotta verso la Libia. Le conseguenze di tale trauma sono che alcuni detenuti hanno iniziato a parlare da soli, a dormire nel bagno, ad essere vittima di attacchi di ira, o a “giocare con cose sporche”, ha riferito un detenuto ad Al Jazeera. “Sai, la prigione è molto dura per la mente: quando resti a lungo senza niente, in prigione, devi diventare pazzo o morire. E questa prigione è molto, molto difficile per gli esseri umani”. Quando interrogati su quale fosse la cosa peggiore che hanno visto a Sikka, gli ex detenuti erano unanimi: quando le guardie vendevano i detenuti ai contrabbandieri. “Questi libici pensano a te solo come merce”, ha dichiarato uno di loro.

Gruppi per la tutela dei diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno precedentemente accusato le autorità libiche di collaborare con i contrabbandieri. Molti detenuti, da parte loro, ritengono che la loro unica speranza sia quella di tornare su rotte illegali. Tuttavia, le cifre relative al mese di settembre 2018 mostrano che solo 1 su 10 migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo dalla Libia stanno raggiungendo l’Europa. “Non ho speranza di essere evacuato dall’UNHCR”, ha riferito un eritreo. “So solo che pagherò altri soldi e riproverò il mare”. Amnesty International, nel dicembre del 2017, ha accusato i governi europei di complicità nelle torture e nelle violenze ai danni di decine di migliaia di rifugiati e migranti, detenuti in condizioni agghiaccianti in Libia. Secondo la stessa organizzazione, in un rapporto intitolato “Libia: un oscuro intreccio di collusione”, si racconta come i governi europei, per impedire le partenze dal Nord Africa, abbiano sostenuto un sistema di detenzione basato sulla violenza e lo sfruttamento di rifugiati e migranti da parte della Guardia costiera libica, delle autorità addette ai detenuti e dei trafficanti.

“Centinaia di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in Libia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati e dei trafficanti spesso in combutta per ottenere vantaggi economici. Decine di migliaia di persone sono imprigionate a tempo indeterminato in centri di detenzione sovraffollati e sottoposte a violenze ed abusi sistematici”, ha riferito, nel 2017, John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa. “I governi europei non solo sono pienamente a conoscenza di questi abusi, ma sostengono attivamente le autorità libiche per impedire le partenze e trattenere le persone in Libia. Dunque, sono complici di tali crimini”, ha aggiunto Dalhuisen. Un anno dopo, i detenuti intervistati da Al-Jazeera raccontano le condizioni estreme in cui continuano a vivere, costretti a passare tutto il giorno in locali angusti, con poco cibo e scarse condizioni igieniche. I detenuti raccontano stremati che si rendono conto che queste condizioni possono avere implicazioni sulla loro salute per tutta la vita. “Questa prigione è molto sporca, non c’è posto per camminare, quindi per 24 ore siamo seduti”, spiegano. “A causa della scarsità di cibo, acqua pulita, farmaci e spazio per dormire, tutto è molto sporco e c’è sempre cattivo odore. Siamo rimasti a lungo senza aria fresca, luce solare e nessuna comunicazione con le nostre famiglie e gli altri”, ha aggiunto uno dei sei intervistati. “Mi manca là fuori così tanto”.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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