Elezioni nelle Repubbliche di Donetsk e Lugansk criticate da USA e UE

Pubblicato il 13 novembre 2018 alle 16:30 in Russia Ucraina

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Nelle Repubbliche del Donetsk e del Lugansk hanno avuto luogo, domenica 11 novembre, le elezioni locali, che hanno visto la vittoria dei leader separatisti Denis Pushilin e Leonid Pasechnik, che hanno ottenuto rispettivamente il 61% ed il 68% dei consensi. Il voto è stato denunciato come illegittimo da Kiev, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, poiché, come hanno spiegato, è stato condotto in aree in cui l’Ucraina non ha alcun controllo ed in violazione degli accordi di Minsk II, raggiunti al termine del vertice dell’11 febbraio 2015, a cui hanno preso parte i capi di Stato di Ucraina, Russia, Francia e Germania.

Queste critiche sono state ben accolte dal Presidente ucraino, Petro Poroshenko, che le ha interpretate come la conferma del fatto che le elezioni non otterranno riconoscimento a livello internazionale. Poroshenko aveva sottoposto la questione alla Cancelliera tedesca, Angela Merkel, e al Presidente francese, Emmanuel Macron, durante la cerimonia che si è tenuta a Parigi per celebrare il centenario dell’Armistizio che ha posto fine alla Prima Guerra Mondiale. La Merkel e Macron hanno dichiarato che le elezioni minano l’integrità territoriale dell’Ucraina ed hanno invitato tutte le parti coinvolte nel conflitto a rispettare il cessate il fuoco e a rilasciare i prigionieri politici, come riferisce il Washington Post. Poroshenko si è inoltre appellato alla “responsabilità della Federazione Russa per aver organizzato tali elezioni”, come riferisce Reuters.

Dmitrij Peskov, portavoce di Vladimir Putin, ha riferito ai giornalisti che l’unica scelta percorribile dalle due regioni era quella di auto-organizzarsi, per assicurare la loro sopravvivenza ed accingere ai loro obblighi verso i cittadini “che erano stati abbandonati dal loro stesso Paese”. Secondo Peskov, la sopravvivenza delle repubbliche è messa a repentaglio dalla minaccia incombente della ripresa dei combattimenti su vasta scala e del blocco ucraino, sottolineando che le due regioni in quesitone “sono respinte dal resto del paese e sono sotto un embargo assoluto”.

Allo stesso modo, i leader hanno respinto le critiche mosse dall’Occidente, ed hanno accusato a loro volta l’Ucraina di non aver rispettato i propri impegni derivanti dall’accordo di Minsk II. In particolare, i neo eletti leader delle due regioni hanno fatto riferimento alla concessione di ampi poteri alle regioni separatiste, come riferisce il Washington Post.

Il neo-eletto leader del Donetsk, Denis Pushilin, ha dichiarato che le elezioni hanno segnato un punto di svolta nella storia della regione, che ha dimostrato a tutto il mondo di essere stata in grado non solo di combattere sul campo di battaglia, ma anche costruire uno stato basato su reali principi democratici. Il suo predecessore, Alexander Zakharchenko, ha perso la vita il 31 agosto 2018 a causa di una bomba esplosa in un bar. Da quel momento, fino alle elezioni di domenica, la carica era stata assunta da Dmitry Trapeznikov.

L’integrità territoriale dell’Ucraina è stata particolarmente difesa dalla NATO fin dal 2014, in due principali modi. Il primo è stato il non riconoscimento dell’annessione russa della Crimea, formalizzata il 20 marzo 2014 con la firma del Trattato di Adesione, che è stata sanzionata con misure restrittive provenienti dall’Unione Europea e dagli USA. In secondo luogo, è in atto il tentativo di contrastare le forze separatiste delle regioni russofone del Donbas, le cui truppe sembrerebbero essere sostenute proprio dal Cremlino, come riportato nella legge di reintegrazione del Donbass, che definisce i territori di Donetsk e Lugansk “territori occupati” e classifica la Russia come “occupante”. Per ristabilire la pace nella regione, è stato firmato il Protocollo di Minsk nel 2014 e il Pacchetto di Misure per l’Implementazione degli Accordi di Minsk, oggi noto come Minsk II, nel 2015.

La rivoluzione ucraina ha avuto luogo nel febbraio 2014, ma le prime proteste erano iniziate nel novembre 2013, quando l’allora presidente Viktor Janukovyč, durante il vertice di Vilnius, decise di non firmare l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, preferendo una cooperazione più stretta con la Russia. L’esito della rivoluzione fu la cacciata di Janukovyč il 22 febbraio 2014, quando la presidenza venne affidata a Oleksandr Turchynov. In seguito a questi eventi, l’11 marzo dello stesso anno, la Repubblica di Crimea dichiarò unilateralmente l’indipendenza e il 16 marzo 2014 venne svolto il referendum sulla sua autodeterminazione, durante il quale il 96,32% degli elettori della Crimea e il 95,6% di quelli della città autonoma di Sebastopoli si è espresso in favore di una riunificazione con la Russia. L’Unione Europea, lo stesso giorno, in una dichiarazione congiunta dei presidenti del Consiglio e della Commissione definì la consultazione illegale e illegittima, in quanto contraria al diritto internazionale, chiedendo inoltre alla Russia di “riportare le proprie forze armate alla quantità precedente alla crisi e nelle aree di stazionamento permanente, conformemente agli accordi rilevanti”.  Il 18 marzo 2014 è stato firmato al Cremlino il Trattato tra la Federazione Russa e la Repubblica di Crimea sull’Adesione alla Federazione Russa, che è stato ratificato dalla Duma il 20 marzo 2014.

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Cristina Lipari

di Redazione

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